Intervista a Luca Bertoncello, insegnante Ving Tsun Kung Fu, coordinatore di Italia Ving Tsun Academy, che ci ha spiegato le peculiarità di questa disciplina e le ragioni per cui è particolarmente indicata per la difesa personale delle donne
Quanto uno spot istituzionale contro la violenza di genere può servire a sensibilizzare l’opinione pubblica ed essere efficace, al fine di prevenire le inaudite e ripetute violenze perpetrate nei confronti delle donne? Non lo sappiamo. E quante sono le donne vittime di abusi spesso sole, abbandonate e intrappolate in un meccanismo fatto di violenza, costrette al silenzio e, a volte, nell’indifferenza in alcune realtà del nostro Paese? Ancora molte, purtroppo. Ma è realmente possibile imparare a difendersi, oggi, frequentando un corso strutturato in dieci lezioni attraverso il metodo Viper? Lo abbiamo chiesto a Sifu Luca Bertoncello, insegnante della Ving Tsun Academy.
Luca Bertoncello, quando e come è nata la sua passione per il Kung Fu?
“Ho iniziato a praticare le arti marziali, in particolare il Ving Tsun, all'età di 24 anni. Prima di allora, non avevo mai svolto attività sportive se non a livello amatoriale, limitandomi principalmente a giocare a calcetto con gli amici del quartiere o nei campi sportivi. Dopo aver vissuto un anno e mezzo a Verona per motivi lavorativi e personali, al mio ritorno ho deciso di guardarmi un po’ attorno, perchè avevo voglia di fare qualcosa per me stesso. Non avevo idea di praticare questa disciplina: ho trovato per caso una pubblicità su un free press di Bassano. Ho chiamato, chiedendo di fare una prova e la settimana successiv
a mi sono iscritto. Da quel momento, non ho più smesso. E’ stato un crescendo: ho seguito per circa un anno e mezzo il percorso da studente semplice. Successivamente, ho conosciuto il mio attuale maestro, il Grand Master Paul Tang, che non era chiaramente quello iniziale che mi seguiva, ma che ora considero il mio fratello di kung fu, quindi parte della famiglia. Dopo averlo conosciuto, parlando con lui, mi ha chiesto perché non volessi dedicarmi seriamente a questa disciplina. A quel punto, mi ha fatto capire che la vera passione non era praticare solo per me stesso, ma anche per trasmettere quella che era la conoscenza acquisita nel tempo, condividere una passione con altri. Da quel giorno in poi ho cambiato binario: anche se ero relativamente giovane, ho cominciato a fare il percorso di formazione istruttori: un percorso molto più duro rispetto a quello dell’allievo tradizionale, tramite il quale avevo cominciato. E dopo circa un anno e mezzo di ‘formazione-istruttori’, ho ricevuto il primo il primo grado istruttore, iniziando anche a insegnare. E’ stato un percorso graduale. Ma con il tempo, dopo tanto tempo - circa 12 anni - ho ricevuto il grado di Sifu, che è un livello elevato d’insegnamento. Non ancora un grado da maestro, questo ci tengo sempre a sottolinearlo”.
Su cosa si basa il Ving Tsun e quali sono le particolarità di questa disciplina?
“Fa parte degli stili del kung fu. In realtà, kung fu è una parola che viene spesso fraintesa: in Occidente viene genericamente identificata come la pratica delle arti marziali cinesi. In realtà, le arti marziali si racchiudono nel termine “Wushu” che significa: “Spezzare le lance”. Discipline cinesi, appunto. “Kung fu”, invece, sta ad indicare l'impegno di una persona per raggiungere la maestria in un determinato campo. Sebbene sia spesso associato alle arti marziali cinesi, il termine può riferirsi a qualsiasi attività in cui ci si impegna seriamente per migliorarsi e diventare esperti. Per esempio, un giornalista può dedicarsi con impegno nel diventare eccellente nella scrittura di articoli: anche quello è praticare il “Kung”, ma sarebbe più preciso dire raggiungere il “kung fu”. In ogni caso, la disciplina ha origini leggendarie, risalenti a circa 450 anni fa. Si narra che sia stata creata da una donna, una monaca chiamata Ng Mui, che a sua volta ha trasmesso la disciplina a un'altra allieva-donna, di nome Yim Ving Tsun. Secondo la leggenda, questa imbattibile guerriera, dopo aver sconfitto numerose persone utilizzando tali tecniche, avrebbe poi perso la testa per un marzialista che sposò. La leggenda vuole che si sia fatta a sconfiggere da quest'uomo e che lui abbia dato il nome “Ving Tsun” alla disciplina in suo onore. Dunque, si tratta di un'onorificenza che ha avuto un marito verso la moglie. Da quel momento, la cosa si è sviluppata nel tempo, fino ad arrivare a Yip Man e al più conosciuto allievo, anche a livello mediatico, Bruce Lee, di cui penso conosciamo un po’ tutti le gesta, anche attraverso i film che sono stati fatti. La peculiarità di questa disciplina è che si sviluppa sulla corta distanza: quindi, in realtà, non è una disciplina molto atletica, in cui non si fa uso di calci ampi, spazzate, pugni larghi, movimenti estesi. Non richiede particolare forza muscolare o struttura fisica e si basa su concetti come quello di ‘potenza tendinea’: lo sviluppo di energia dai tendini più che dalla muscolatura e da altri fattori. Anche per questo è adatta a un po' per tutti, non solo per un particolare target di persone con una particolare predisposizione fisica. Questa è una cosa molto interessante: basandosi sulla corta distanza è molto realistica e risulta, di fatto, una delle discipline più efficaci, anche se il termine “efficacia” bisognerebbe un po' analizzarlo. Comunque, è molto adatta alla difesa personale: la difesa da strada, insomma. E’ una disciplina tradizionale e non uno sport da combattimento: non viene utilizzata in un contesto di ‘ring’ perché anche la preparazione atletica, chiaramente, non è quella di uno sportivo. Se poi un allievo vuole aggiungere la preparazione ‘cardio’ e la preparazione di ‘pesi’, può farlo. Tuttavia, la preparazione standard non è quella di uno sportivo e diventa uno strumento molto efficace in caso di aggressione da strada, perché in pochissimo tempo t’insegna alcuni rdumenti fondamentali: chiudere l'azione e terminare il confronto”.
Cos'è il metodo Viper?
“Il metodo Viper è un estratto di quello che è la disciplina del ‘ving tsun’: il nostro maestro, 15 anni fa circa, ha deciso di creare questo metodo partendo dai concetti e dai principi del ‘ving tsun’, eliminando quella che era tutta la parte più tradizionale degli esercizi. Nasce per andare a strutturare le donne, attraverso un numero limitato di lezioni, alla propria autodifesa, per difendere la propria incolumità. Pertanto, con poche lezioni e alcuni strumenti, riusciamo a fornire ‘un'infarinatura’; a dare a una espressione di quelle che sono le tecniche ‘antiaggressione’ che si possono utilizzare, andando a provare e riprovare tutte le fattispecie ‘standard’ più realistiche che possono capitare in caso di aggressione. Quindi, partendo dalla presa al polso, passando per la presa al collo e andando alla presa doppia, o da dietro o a ‘ghigliottina’ o alla presa dell'Orso, individuiamo il metodo per andarsi a togliersi da una situazione critica e mettersi in salvo. Fondamentalmente, il metodo nasce per queste cose, ma c'è anche tutta la parte pre-aggressione che è molto importante, perché è giusto imparare a difendersi dalle aggressioni, ma è ancora più importante leggere la situazione potenziale di pericolo. Ciò permette di evitare la problematica prima che essa si materializzi. Dopo, chiaramente, se proprio non è possibile evitare che questa si presenti, allora intervengono le tecniche per liberarsi. Quindi, il metodo nasce proprio per le donne. E noi lo proponiamo, molto spesso, in collaborazione con tantissimi enti isituzionali. Soprattutto con le amministrazioni comunali, con le quali collaboriamo a 360 gradi su tutto il territorio nazionale, organizzando degli eventi, prevalentemente a titolo gratuito, sia per le partecipanti, sia per le amministrazioni comunali: noi crediamo molto, infatti, nel dare un supporto alla società per un miglioramento civile della stessa. Dunque, da una parte andiamo a formare le donne, insegnando loro a ‘leggere’ certe situazioni ed eventualmente a difendersi; dall'altra, andiamo a educare le persone in generale, sia uomini che donne, sia a ragazzi che adulti, al rispetto verso verso gli altri. Insomma, noi cerchiamo di operare in entrambi gli ambiti, per migliorare un po’ questa situazione generale perché, come vediamo anche dagli ultimi fatti di cronaca, continuano a esserci questi casi di femminicidio”.
Come si può imparare a gestire una possibile situazione di aggressione?
“E’ importantissimo prevenire l'aggressione, innanzitutto. Ovvero: controllare i comportamenti o le reazioni anomale; avere una sorta di visione periferica di quello che sta succedendo senza diventare, chiaramente, paranoici o fobici; andare a esaminare i potenziali pericoli che possono provenire anche da fattori esterni: il territorio in cui mi trovo o avere la coscienza della zona dove, eventualmente, può nascere una situazione di aggressione. Non bisogna essere distratte e, ovviamente, la cosa vale anche per gli uomini: che se stiamo camminando lungo una strada e stiamo facendo running in penombra, o in un luogo isolato, non possiamo star lì con la testa china a guardare il cellulare o lo smartphone. Anche se ci troviamo in una via generalmente frequentata, possono esserci angoli o zone meno illuminate in cui ci possono aggredire perché magari siamo da sole. Dobbiamo ‘leggere’ meglio le situazioni, per evitare di trovarci in circostanze sgradevoli, dove sappiamo che potenzialmente potrebbero nascere delle aggressioni: questo è fondamentale. Nel caso in cui queste circostanze dovessero verificarsi, ci sono delle ‘chiavi tecniche’ da utilizzare. Ma fondamentalmente, tutto nasce dalla prevenzione del problema, usando delle tecniche per liberarsi, per esempio, da una presa al polso, colpendo in determinati punti sensibili con un solo colpo o due: non serve andare a infliggere chissà quali danni. Diciamo che, se si va a colpire, per esempio, anche sul naso, cioè uno dei punti più critici, il colpo ti dà potenzialmente tempo per scappare, perché l'aggressore viene posto in una situazione di disagio e perde il senso della realtà: per circa 8 secondi, l’aggressore è frastornato e quindi, in quel momento, noi abbiamo la possibilità di fuggire. L'importante, continuo a ripeterlo è rimanere svegli, anche quando se si esce, la sera, con le amiche. Inoltre, non mi riferisco solo al mondo femminile: anche per gli uomini è opportuno cercare di non bere alcolici, perchè rallentano i riflessi. Io lo dico sempre anche agli studenti: voi potete essere più bravi del mondo a praticare ‘ving tsun’, ma se la sera bevete troppo e avete i riflessi condizionati dall’alcol, se vi prendono di sorpresa e vi tirano uno ‘schiaffone’, andate giù come delle ‘pere’. Per quanto bravi tecnicamente, se si è annebbiati dall’alcool oppure distratti da altre abitudini come, appunto, il cellulare, in cui tutti siamo portati a guardarlo abbassando la testa e vi arrivano da dietro, voi non ve ne accorgete e venite colti di sorpresa. E ciò riguarda, ripeto, entrambi i generi, perché cambia poco o nulla: cambiano le fattispecie di aggressione, chiaramente, perché in genere una donna ha delle situazioni leggermente diverse, rispetto all'uomo, ma il principio rimane lo stesso”.
Prima lei ha affermato che in quattro o cinque lezioni è possibile impartire le prime nozioni tecniche: ma quanto tempo impiega realmente una donna ad apprendere la disciplina e qual è, secondo lei, il periodo minimo necessario per imparare a difendersi in modo efficace?
“Per imparare a difendersi, anche con una decina di lezioni si può arrivare ad avere una consapevolezza ripetendo quelle 6/7/8 situazioni di aggressione che possono capitare. Anche con poche lezioni si può avere una una formazione che ti permetta una reazione immediata, perché sono cose veramente molto semplici da apprendere. Chiaramente, queste tecniche ‘semplici’ vanno ripetute, perché il modo migliore per interiorizzare qualcosa è quello di ripeterle. In particolare, quel che riguarda il metodo Viper nelle sue nozioni basilari. Per quanto riguarda, invece, la disciplina tradizionale, se qualcuno mi chiede quanto tempo ci mette a imparare a muoversi in maniera discreta, serve circa un anno e mezzo di pratica. Tuttavia, sono due percorsi molto diversi: un anno e mezzo di pratica serve non solo per difenderti, ma per avere una consapevolezza del tuo corpo e della tua mente nello spazio che ti circonda, per riuscire a muoverti con consapevolezza e in maniera armoniosa, anche quando stai semplicemente camminando. Per quanto riguarda il Viper, io ho visto che facendo dei pacchetti da 5-10 lezioni relative ad alcune fattispecie critiche intorno alle quali si vuole andare a operare, cioè quelle che sono le situazioni di aggressione classiche, si riesce ad andare abbastanza in profondità. Poi è chiaro: se una donna viene aggredita da tre persone, con 10 lezioni non se la cava lo stesso, ma non perché non ci sia la parte tecnica, ma perchè non è preparata a livello mentale ad affrontare tre aggressori”.
A distanza di circa dieci anni, la Vin
g Tsun Academy è attualmente l’unica scuola di Ving Tsun che è stata ospite nel noto programma televisivo di intrattenimento targato mediaset ‘Italia's Got Talent’ e molte persone la ricordano per aver partecipato a una puntata della trasmissione: com’è stata questa esperienza?
“E’ stata una bella esperienza: il ‘Ving Tsun’, come ho detto prima, non è una disciplina acrobatica e non è neanche molto adatta per la televisione. Tuttavia, offre degli spunti interessanti ed è stata, sicuramente, una bella esperienza, sotto il profilo umano, che ci ha permesso di far conoscere l'accademia e la disciplina a livello nazionale. Noi, in realtà, già facevamo tantissime esibizioni e in vari contesti. Quello era un periodo in cui mi esibivo spesso ed è stato emozionante trovarsi in teatro, su un palco, davanti a circa 2 mila persone e con il pubblico da casa che mi vedeva in televisione. E’ stata una bella esperienza, a livello personale. Tuttavia, preferisco andarmi a fare una camminata in mezzo alla natura. Se capita l'occasione, partecipo volentieri, ma solo marginalmente, giusto per dare un'occhiata, vivere un'esperienza che possa risultare utile per molte persone e, dopo, tornare a casa”.
I giovani di oggi - e non solo - sono perennemente connessi: YouTube, WhatsApp, Instagram, Tik tok e i vari social, ma sempre più spesso sembrano ‘disconnettersi’ dalla realtà. Quale consiglio vorrebbe potrebbe dare ai ragazzi per ritrovare quella connessione necessaria a comunicare anche diversamente, non soltanto tramite i social?
“Leggevo proprio oggi un articolo su questo argomento: non siamo mai stati così vicini, attraverso l'informatizzazione e la tecnologia, quanto distanti tra noi, in questo periodo storico. Nel senso che avevamo tutti la presunzione che i social, i media e le chat ci unissero, ma in realtà hanno contribuito a distaccarci sempre più. Le persone sono diventate sempre più introverse, sempre più asociali. Molti sembrano vivere in un altro mondo: anzi, sembra quasi che non vivano. Tutto cio di cui parlavo prima, per esempio del camminare con attenzione, a me fa impressione, perché vivendo in un ambiente collinare, gradevole, con i fiumi e uno splendido paesaggio, vedere queste persone che passeggiano con il cane o da sole e, mentre camminano, invece di ammirare la natura, anziché rilassarsi guardando lontano, stanno sempre con la testa china sullo smartphone. Tutto ciò mi preoccupa: noi ci proviamo a consigliare un utilizzo degli strumenti tecnologici per quello che sono. Io, tra l’altro, ci lavoro in ambito informatico, quindi conosco benissimo quali sono le problematiche che si possono venire a creare. Tuttavia, è un po' come tutto il resto: noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di contribuire a migliorare la società, ma abbiamo un tempo limitato. Anche quando i ragazzi vengono a lezione, li vediamo per un'ora e mezza, due volte a settimana. Per il resto, è la società che li influenza. Ma se la società è malata, le persone vengono alienate da tutto questo. Ciò non significa vedere solo il lato negativo della modernità. Tuttavia, la situazione è molto grave e preoccupante. Il rischio, per esempio, di una cattiva gestione dell’intelligenza artificiale. Anch’essa è una buona cosa, se sviluppata in certi ambienti, quali la ricerca in campo medico o nella fisica in generale. Il problema è quando viene utilizzata dalla massa per andare a creare foto ‘fake’ o per imbrogliare il sistema e trovarsi, a scuola, il tema in classe già fatto. Insomma, per queste furbate. Spesso, i ragazzi non capiscono che in realtà non stanno prendendo una ‘scorciatoia’, ma stanno facendo un autogol a loro stessi, perché non imparano nulla. Un’altra cosa molto p
reoccupante, che vedo anche personalmente, è la non pazienza nel raggiungere un obiettivo. Se riescono a raggiungerlo in pochissimo tempo e senza fare troppa fatica, senza arrivare a raggiungere quel ‘kung fu’ di cui parlavo all’inizio con sacrificio, dedizione e costanza, allora va bene. In caso contrario, abbandonano e vanno da un'altra parte, dove li illudono di poter impiegare meno tempo. Purtroppo, anche questa società di ‘influencer’ sotto un certo punto di vista può essere anche una buona, se la cosa viene fatta in maniera competente. Ma a volte, le persone vivono delle suggestioni: molti vogliono fare l'influencer e tantissimi hanno quest’ideale, ma anche quello è un lavoro che richiede del tempo. Certe specializzazioni durano due o tre anni e cominciano a mancare i ‘like’. E cosa succede? Di fatto, non resta nulla di quelle cose e si dovrebbe ricominciare da capo. Tutto ciò dovrebbe essere monitorato dal mondo della scuola e dai genitori, mentre spesso, sia i docenti, sia i genitori, sono immersi anche loro in quella stessa realtà approssimativa. Chi aiuta questi ragazzi a crescere e a migliorare veramente? Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di sensibilizzarli a un utilizzo consapevole delle tecnologie, ma è una battaglia persa in partenza e e lo vediamo. E non sono solo io a dirlo come semplice impressione: lo dicono anche gli studi più autorevoli e certificati. Il livello di attenzione ‘media’ di un ragazzo in aula è molto calato rispetto a una volta: non riescono a stare attenti più di alcuni minuti durante una lezione. E ciò rappresenta un grande problema”.
Cosa le ha insegnato questa disciplina a livello personale?
“Tantissime cose. Una delle più importanti è sicuramente la pazienza. Io sono una persona abbastanza paziente, per fortuna. E’ un elemento fondamentale nel confrontarmi con le persone, anche quando le opinioni sono completamente differenti. La perseveranza, che ritengo importantissima e che ho acquisito con il tempo, comunque ti porta avanti. Senza perseveranza non è possibile raggiungere determinati obiettivi. Nella mia esperienza da istruttore, ho notato che spesso alcuni giovani si scoraggiano facilmente: se non passano un livello vanno in crisi, si perdono e smettono. Non va bene, io lo dico sempre a tutti: non passare un livello e non passare un esame insegna più che superarlo, perché ti dà l’occasione per sprigionare quell'energia necessaria a dare una scossa alla tua vita e riprovare a superare l’ostacolo. Un secondo valore fondamentale è il rispetto verso gli altri, verso chi ti ha dato qualcosa, verso gli antenati. Anche semplicemente nel mio caso, se non ci fosse stato il mio primo istruttore o il mio maestro o la stessa Ving Tsun Academy, che è l’accademia che rappresento in Italia, in questo momento io non sarei qui a parlare di questi temi. Dobbiamo essere riconoscenti a chi c’è stato prima di noi. Un’altra cosa importante è il non badare tanto a quelle che sono le cose materiali, ma a preferire lo sviluppo personale. Chiaramente, il possesso delle cose materiali serve, perché senza mangiare e senza una vita tranquilla non puoi pensare allo sviluppo interiore, sia fisico, sia mentale. Ovviamente, la priorità è pensare a soddisfare le necessità primarie, ma una volta che le risorse per vivere sono soddisfacenti, bisogna utilizzare il proprio tempo per darsi una ‘missione’ da compiere, anziché limitarsi ad accumulare ricchezze, cercando di lasciare una traccia del mio vissuto. Come dice sempre anche il mio maestro, da qui a 20 30 anni, probabilmente non ci saremo più e quello che hai lasciato resterà: se hai fatto qualcosa di positivo nella società, qualcuno si ricorderà di te. Se non hai lasciato niente, perché hai solo pensato ad accumulare beni materiali o, peggio, a imbrogliare la gente o a comportarti male con il prossimo, non resterà niente. Quindi, se vogliamo è un po' di quella che dovrebbe essere l'immortalità, dobbiamo sapere che non si tratta di un’immortalità fisica, ma di quello che lasci. Purtroppo, la società non sta vivendo una fase molto semplice, in questo momento. Ma anche il semplice lasciare delle impronte attraverso una disciplina tradizionale come la nostra, che si basa sul rispetto e sull’educazione, sono valori importanti, che non possono essere limitati o compressi. Tutto ciò fa parte, come diceva Confucio, di quelli che dovrebbero essere gli obiettivi di un vero gentiluomo. E anche quando un'impresa è ardua, comunque una persona ci deve provare”.
QUI SOPRA: LUCA BERTONCELLO CON LE ALLIEVE DEL METODO VIPER
AL CENTRO: CON IL GRAND MASTER PAUL TANG E DURANTE L'ESIBIZIONE A 'ITALIA'S GOT TALENT'
IN APERTURA: SIFU LUCA BERTONCELLO IN PRIMO PIANO
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