Intervista all’attivista antimafia e nipote di Peppino che ha portato sul palco del teatro Palladium la sua verità: la mafia non è musica
La memoria non è un rito, né un’abitudine, ma un atto di responsabilità. A ricordarlo con forza e delicatezza insieme, 'La mafia non è musica': il concerto-spettacolo che, di recente, ha esordito nella capitale sul palco del Teatro Palladium, in un appuntamento che ha intrecciato parole, musica e impegno civile. Al centro della scena, Luisa Impastato, nipote di Peppino, che ha portato in scena la storia dello 'zio-giornalista', attivista, voce libera spezzata dalla mafia nel 1978 - restituendone la verità più semplice e più potente: quella di un ragazzo normale, che scelse di non piegarsi. Ad accompagnarla, la 'Nuova Orchestra Pedrollo': tredici musicisti che hanno trasformato il suo racconto in una partitura emotiva fatta di suono, immagini, passaggi di memoria. Lo spettacolo, frutto di una produzione dell’associazione 'Nuova Orchestra Pedrollo' in collaborazione con 'Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato', nasce da un percorso lungo oltre dieci anni, in cui la musica è diventata strumento di educazione, partecipazione e consapevolezza. Dopo i 'sold out' di Vicenza, la tappa romana ha rinnovato un messaggio che resta urgente. Nel lavoro di Luisa Impastato emerge forte l’idea che la memoria, quando riguarda la mafia, rischia spesso di diventare retorica. Ecco perché abbiamo voluto parlare con lei di questa sua iniziativa artistica.
Luisa I
mpastato, qual è secondo lei il punto cieco più pericoloso nella narrativa antimafia di oggi?
“Secondo me, il problema nella narrativa antimafia di oggi è la tendenza a cristallizzare la memoria in simboli o celebrazioni, trasformando storie straordinarie di impegno e coraggio con immagini retoriche, distanti dalla realtà quotidiana. Così si rischia di raccontare la mafia come un’astrazione, come un nemico lontano o inevitabile, invece di mostrare le connessioni concrete con il presente e con le nostre responsabilità”.
Nel raccontare Peppino, lei ha insistito sulla 'normalità' di un un ragazzo che fece una scelta ben precisa: quanto è difficile far arrivare questo messaggio, in un’epoca in cui la criminalità viene spesso spettacolarizzata?
“Non è semplice, indubbiamente, interrompere la fascinazione che la criminalità organizzata - e con essa la parvenza di potere e soldi facili - esercita sui giovani. E oggi, siamo tutti chiamati all’analisi e alla messa in discussione rispetto a questi tentativi di emulazione, che sfociano, sempre più spesso, anche in episodi di violenza giovanile. La memoria ci serve però anche a capire che certe scelte hanno un prezzo, spesso altissimo. E la storia di Peppino ha una forza straordinaria, perché dimostra che è possibile scegliere di vivere liberi anche se in quel mondo ci sei cresciuto”.
Da attivista e da nipote, lei vede nei giovani di oggi una continuità con la ribellione di Peppino, oppure un distacco? Qual è l’aspetto che più la colpisce quando incontra le nuove generazioni?
“Da quando ho scelto di impegnarmi anche io, come la mia famiglia, nella testimonianza della memoria di Peppino, ho avuto modo di incontrare, in ogni parte d’Italia, tantissime persone, movimenti e associazioni che mi hanno confermato come i loro passi o le loro scelte siano state influenzate dall’esempio di Peppino, dall’aver ascoltato o comunque conosciuto la sua storia. Nonostante siano passati 47 anni. Quello che mi colpisce è la voglia delle nuove generazioni di fare sentire la loro voce, anche rivendicando verità rimaste senza risposta, su fatti che loro non hanno nemmeno vissuto, ma di cui sentono la responsabilità. ‘La mafia non è musica’ diventa, così, non semplice spettacolo, ma gesto civile: un modo per ribadire che la memoria non è mai un fatto del passato, ma un impegno che continua, oggi, nelle scelte di ciascuno”.

NELLA FOTO QUI SOPRA: LA NUOVA ORCHESTRA PEDROLLO IN UNO SCATTO DI ATTILIO PAVIN
AL CENTRO: LA LOCANDINA DELL'APPUNTAMENTO ROMANO
IN APERTURA: LUISA IMPASTATO, NIPOTE DI PEPPINO