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23 Novembre 2017

Cosa resta della nostra amata Italia?

di Giuseppe Lorin
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Cosa resta della nostra amata Italia?

Dopo un’estate funestata dagli incendi, dalle frane e dai terremoti, ci torna alla mente un verso della malinconica canzone di Charles Trenet: “Que reste-t-il de nos amours”?

Tornati ormai nelle nostre abitazioni dopo le ferie d’agosto, ripensiamo a chi una casa non ce l’ha più, per i vari dissesti del nostro territorio. Di terremoto in terremoto, di alluvione in alluvione, di frana in frana, ecco cosa rimane del nostro amore. Ci avviciniamo alle stagioni piovose, che porteranno un diffuso disagio, oltre a notevoli danni alle strutture produttive. E’ il buon senso ciò che ci dovrebbe cautelare. Ma i movimenti franosi tenderanno a trascinare a valle la coltre superficiale, costituita dal suolo agrario formatosi lentamente, per degradazione dello strato roccioso sottostante e successiva coltivazione ad arte dell’uomo, cancellando anni di duro e paziente lavoro e di sacrificio delle precedenti generazioni. È stato emozionante sentire quel padre che, a Ischia, aveva creato da solo un futuro per i propri figli e ora, dopo il terremoto a Casamicciola e Lacco Ameno, piangendo si domandava cosa potrà lasciare del suo sacrificio. Le cause che innescano e favoriscono i movimenti tellurici vanno anche imputate alla cattiva gestione e manutenzione degli immobili, delle strutture e del territorio, come pure alla carenza di interventi sistematori di tipo idraulico e forestale, in grado di attenuare o inibire i dissesti idrogeologici o di natura agronomica, per quanto attiene alla sistemazione dei versanti collinari, che limiterebbero i danni causati dai tragici eventi. In un territorio come l’Italia, costituito nella sua globalità da zone collinari, montane e da superfici agrarie e forestali situate in notevole pendenza, i fenomeni dovuti alle precipitazioni, sempre più intense, concentrate, violente, spesso accompagnati da ‘bombe d’acqua’, determinano condizioni non più di frane isolate, ma di diffuso dissesto idrogeologico. Ciò in misura ancora maggiore, dal momento in cui il territorio è stato abbandonato dall’uomo, con l’evidente mancanza della necessaria manutenzione. Troppo spesso, aree un tempo sorvegliate, abitate e vissute vengono trasformate in parchi regionali, in cui gli antichi proprietari non possono più far nulla, al fine di porre rimedio alla loro terra, un tempo sorvegliata e mantenuta. Eppure, se si desse la possibilità a questi proprietari di trasformare quel che gestivano in punti di ristoro, o ricreativo e di relax, quanto ciò gioverebbe alla natura e all’uomo stesso? Le leggi italiane, al riguardo, sono assenti. In uthumb_incendio.jpgna situazione di precaria economia bisognerebbe attuare un’attenta gestione del territorio, dando priorità assoluta alla forestazione diffusa e alla regimazione delle acque di precipitazione, particolarmente nelle zone collinari e montane, molto sensibili e fragili nei periodi di intensa attività metereologica. Bisognerebbe adeguarsi alla nuova realtà sociale ed economica, in particolar modo nei confronti della gestione del territorio: per quanto ne dica mister ‘Simpson Trump’, non è più tempo né di sconsiderato abbandono delle norme ecologiche a protezione del pianeta Terra, né di un uso irrazionale di essa. Qui da noi, in particolare, la situazione economica di austerità non consente più di tanto di destinare risorse finanziarie alla riparazione dei danni al territorio, non ultimi gli incendi dolosi, su tutta la nostra nazione. È urgente e necessario un nuovo modo di affrontare la gestione del territorio italiano, facendo leva sui tanti tecnici che possono e debbono monitorare vaste aree, in modo da consentire l’attuazione di interventi rapidi, efficaci, mirati, dal costo limitato. Se l’intervento dell’Esercito per monitorare le zone già andate a fuoco fosse stato organizzato prima, il disastro della pineta di Castel Fusano non sarebbe avvenuto: un vero e proprio scempio contro la natura, con centinaia di carcasse di animali selvatici presi nella morsa del fuoco che ora giacciono come dei soldati morti in Vietnam. Gli agronomi forestali e i geologi potrebbero svolgere una funzione di ‘sentinelle del territorio’, in modo da controllare e segnalare tempestivamente qualsiasi inizio di situazioni di dissesto. E perché non utilizzare i volontari, che con la loro presenza costante porterebbero anche un sicuro risparmio, rispetto al dispiego delle Forze armate? Perché non accettare la proposta di dedicare una settimana di dibattiti a livello scolastico, sui principali aspetti geologici e ambientali del nostro territorio, così come avviene per la conoscenza dei nostri tesori artistici? Potrebbe essere, questo, un nuovo modello di gestione del territorio italiano. Anche se, ormai, il rimpianto è tutto ciò che ci resta. Soprattutto per una burocrazia, nazionale e locale, pigra, ingessata e senza idee. Parafrasando una vecchia canzone di Chalers Trenet: “Que reste-t-il de nos amours/que reste-t-il de ces beaux jours/une photo, vieille photo/de ma jeunesse”.

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NELLA FOTO: CHARLES TRENET

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