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18 Agosto 2018

Il galleggiante che salva il mare

di Michele Di Muro - mdimuro@periodicoitalianomagazine.it
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Il galleggiante che salva il mare

Partirà il prossimo otto settembre la prima missione ‘The Ocean Cleanup’ (letteralmente: la pulizia dell’oceano) sviluppata dall’omonima fondazione creata dal ventiquattrenne inventore olandese, Boyan Slat

L’inquinamento marittimo causato dalla plastica è uno dei più drammatici effetti della scellerata gestione del mondo naturale da parte dell’uomo. La scarsa efficacia nell’ideazione e attuazione di una positiva politica del riciclo e delle giuste e sane pratiche di raccolta e smaltimento dei rifiuti sta arrecando gravi danni all’ambiente marino su tutto il globo. In pochi decenni, l’uomo rischia di distruggere quanto la natura ha creato nel corso di miliardi di anni di evoluzione. Gli effetti dell’inquinamento sono già visibili chiaramente e coinvolgono sia la flora, sia la fauna. Le montagne di immondizia intrappolano gli animali che ingeriscono e assorbono le microplastiche (tale materiale non subisce, infatti, un processo di biodegradazione, quanto piuttosto di fotodegradazione: si riduce cioè in frammenti sempre più piccoli, restando sempre plastica), mentre i rifiuti chimici - come concimi e prodotti cosmetici - giungono attraverso le acque reflue. Ricorda il Wwf come fino agli anni ’70 del secolo scorso, gli oceani fossero considerati alla stregua di vere e proprie discariche a cielo aperto. Vi si gettava di tutto, inclusi materiali radioattivi, convinti che l’enorme estensione degli oceani garantisse lo smaltimento di rifiuti. Cosa che, ovviamente, non è mai accaduta. A lungo andare, i danni provocati dall’uomo (si pensi alla dispersione in mare del petrolio) hanno finito per causare danni alla salute dell’uomo, in quanto parte della catena alimentare. Con la Convenzione di Londra del 1972 e il Protocollo di Londra del 1996 ci si è attivati su piano internazionale, al fine di porre limiti e divieti nella gestione dei mari. Interventi ritenuti, però, troppo tardivi. Tornando alla plastica, si stima che ogni hanno finiscano in mare dai 4,8 ai 12,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Ad oggi, si calcola un totale di almeno 86 milioni di tonnellate. I movimenti delle acque hanno addensato i materiali plastici in enormi isole di spazzatura galleggianti, che raggiungono estensioni paragonabili a nazioni. Tra le più note troviamo il ‘Pacific Trash Vortex’ (chiamato anche Great Pacific Garbage Patch, ndr), un’isola di plastica nell’oceano Pacifico posta tra la California e le Hawaii. Non è nota la sua reale estensionspazzatura_in_mare.jpge, che dovrebbe oscillare tra i 700 mila e i 10 milioni di chilometri quadrati. In maniera provocatoria, si è suggerito di dichiarare l’isola ‘Stato sovrano’. E Al Gore si è candidato come suo presidente. Proprio in quest’area, il giovane inventore e imprenditore olandese, Boyan Slat, ha deciso di incentrare il suo raggio d’azione. Lasciati gli studi d’ingegneria aereospaziale ha deciso giovanissimo di dedicare la sua vita alla causa degli oceani. Ha così dato vita, nel 2013, alla fondazione no-profit ‘The Ocean Cleanup’. Il suo progetto ha da subito attirato l’interesse della stampa e degli investitori. Negli anni seguenti, la fondazione ha raccolto più di 30 milioni di dollari in donazioni. Dopo diversi test e sperimentazioni, Boyan Slat è giunto alla progettazione e realizzazione di un innovativo macchinario per la pulizia dei mari. ‘The Ocean Cleanup System 001’ è pronto per essere istallato nel Pacifico. L’annuncio è stato effettuato dallo stesso Ceo, attraverso un video diffuso sui social lo scorso 27 luglio. La partenza è prevista per il prossimo 8 settembre dalla piccola isola di Alameda, situata nella baia di San Francisco. L’idea di base è legata al principio secondo il quale il mare possa ‘autopulirsi’, attraverso l’istallazione di una tecnologia a impatto zero. Il macchinario creato da Slat è basato su una tecnologia passiva, che quindi non necessita di essere alimentato da energia, ma sfrutta le correnti oceaniche (le stesse che hanno portato alla formazione dell’isola di spazzatura). Si tratta di un tubo galleggiante lungo 600 metri (resistente alla forza dirompente delle onde), al quale è stato ancorato uno schermo sottostante, che raggiunge i 3 metri di profondità. Qui si andranno a depositare i rifiuti, che verranno prelevati periodicamente da navi di supporto. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre le dimensioni dell’isola di spazzatura del 50% nei prossimi cinque anni, attraverso la realizzazione di una barriera costituita da sessanta sistemi di raccolta. I rifiuti raccolti verranno venduti ad aziende interessati alla realizzazione di prodotti tramite il riciclaggio della plastica. Il sistema è stato progettato in modo tale da muoversi sull’acqua con velocità maggiore rispetto alla plastica, che sarà così catturata. La forma a ‘U’ del lungo galleggiante e dello schermo fanno sì che la plastica venga raccolta al centro del sistema. Una nave appositamente equipaggiata rimuoverà la plastica raccolta. Sui galleggianti vengono installati sistemi di rilevamento, che forniranno informazioni relative alla navigazione e alle condizione dell’ambiente marino. I sensori sono connessi a cinque piattaforme, alimentate a energia solare e connesse tra loro. Si potrà così creare un modello vincente, da esportare nelle restanti parti del globo. In ‘Ocean Cleanup’ si sostiene che entro il 2040 si potrebbe, con tale sistema, ridurre del 90% l’inquinamento dei mari generato dalla plastica. Gli sforzi compiuti da ‘Ocean Cleanup’ non sono certo risolutivi dell’intero problema. E’ necessaria una politica preventiva, che blocchi l’inquinamento. Ed è altrettanto necessario il coinvolgimento di ognuno di noi nell’attuazione di pratiche che non vadano a impattare sulla salute dei mari e della natura in generale.

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NELLA FOTO: IL GIOVANE INVENTORE OLANDESE, BOYAN SLAT

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