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27 Maggio 2019

Jeffrey Sachs: "L'Europa deve dotarsi di una politica estera autonoma"

di Valentina Spagnolo
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Intervista a uno dei massimi economisti del mondo occidentale, che avverte: “Senza un piano di sviluppo sostenibile per l’Africa rischiate l’ingestibilità”

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Quando si parla di Europa ci si riferisce a uno dei più grandi progetti di costruzione di una nuova identità socioeconomica e culturale. Uno sforzo che dovrebbe comportare anche un programma europeo di sviluppo sostenibile. In merito a questo genere di problemi ne abbiamo parlato, di recente, con il professor Jeffrey D. Sachs, direttore dell’Earth Institute of Columbia University (Usa).

Professor Sachs, in quale situazione si trova, oggi, l’Unione europea?
“Non è una situazione molto positiva: la lunga crisi economica ha dato un peso rilevante all’Europa, ma l’area meridionale del mondo è stata oggetto di crisi e conflitti, anziché d’investimenti. L’Unione europea non ha avuto una politica estera indipendente di risoluzione di tali conflitti. Inoltre, sul piano geopolitico, ancora non esiste un collegamento tra i dversi Paesi, almeno sino a oggi. Nella regione mediterranea è palese l’assenza di iniziative: le energie rinnovabili, l’energia solare e quella eolica potrebbero risultare fortemente incidenti per l’intera economia dell’area del Mediterraneo. Ci sono regioni in cui si dovrebbe investire nelle tecnologie rinnovabili, in modo che vi sia interconnessione energetica all’interno di una rete che consenta di ‘de-carbonizzare’ il modello di sviluppo, creando nuovi posti di lavoro. In Italia, per esempio, Eni ed Enel avrebbero dovuto investire di più. Stiamo assistendo a un incremento medio di 1.1 gradi della temperatura globale. Ovvero, a una fase di forti cambiamenti climEffetto_serra.jpgatici. Pertanto, dovremmo tutti orientare gli investimenti verso il rinnovabile, il solare e il geotermico, grazie anche ai prezzi in diminuzione in quel settore. Ci sono stati quattro uragani potentissimi in questi anni e molto incendi nella zona nord-occidentale della California. Si è trattato di eventi che hanno causato circa 360 miliardi di dollari di danni. E gli scienziati del clima ci dicono che anche la regione mediterranea rischia di essere seriamente colpita dai cambiamenti climatici, secondo quanto si evince dai loro studi. L’olivicultura, per esempio, è fortemente a rischio in Europa, insieme al settore agricolo in generale. L’Unione europea pare aver compreso tali pericoli. In particolare, ha capito che la politica dei conflitti, come quello scatenato contro la Libia, è stato un investimento senza futuro e senza crescita. Dobbiamo prendere atto della realtà in cui ci troviamo. Anche il Medio Oriente deve prenderne atto. E’ necessario costruire una Ue molto più forte, perché Bruxelles, sino a oggi, ha espresso una visione troppo ‘nord europea’. La destabilizzazione in Siria, Libia e Afghanistan ha causato effetti disastrosi rispetto a una prospettiva di pace globale che sembrava essere in vista. Il rovesciamento dei regimi è una politica che conduce solamente a condizioni di instabilità. La stessa crisi siriana ha destabilizzato l’Europa più di quanto non si pensi. Ma l’Europa a tutto questo non ha ancora detto ‘basta’, mentre i Paesi che sono alle sue porte si ritrovano, oggi, in una situazione esplosiva”.

Quali sono state le conseguenze di tutto questo?
”Uno dei risultati principali è stata l’immigrazione.  Le guerre, la crisi dei rifugiati, i conflitti in Afghanistan, in Iraq e in Libia, l’idea stessa che gli Usa potessero scegliere il governo di questi Paesi sono stati errori devastanti. Negli anni ’50 del secolo scorso, i Paesi dell’Europa mediterranea avevano all’incirca 120 milioni di abitanti, se presi tutti assieme. Oggi, siamo a 250 milioni. In pratica, nell’Europa del sud è raddoppiato il livello di concentrazione della popolazione. In questo modo, si rischia una realtà ingestibile. Ecco perché diviene fondamentale pensare a una nuova economia di sviluppo sostenibile: solamente l’Africa sud sahariana ha oggi 1 miliardo di persone. Ciò significa che la popolazione è aumentata di 6 volte, rispetto agli anni ’50 del secolo scorso. In proiezione, nei prossimi anni essi raggiungeranno la quota di 4 miliardi di persone, mentre la popolazione europea non cambierà”.

Cosa si dovrebbe fare davvero per fronteggiare meglio il fenomeno dell’immigrazione?
“Innanzitutto, la traiettoria demografica dev’essere canalizzata. Inoltre, si dovrebbe favorire l’istruzione e nuovi posti di lavoro per un futuro più stabile negli Stati di origine dei flussi. Gli investimenti in Africa non vengono attuati da Bruxelles, ma è questo il solo e unico modo per dare una risposta di lungo termine. Quindi, il bilancio è alquanto limitato sia per gli Usa, sia per l’Europa. Negli Stati Uniti ci saranno tagli delle tasse, ma non fondi per il contrasto ai cambiamenti climatici, anche se non sempre ciò che dice l’amministrazione Trump va preso sul serio. L’Europa, per parte sua, deve dotarsi di una propria politica estera, proporzionata ai suoi bisogni, orientata alla pace, autonoma e non schierata con nessuno”.


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