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19 Novembre 2018

Maria Cristina Finucci: "Lo Stato di plastica è già diventato un continente"

di Silvia Mattina - smattina@periodicoitalianomagazine.it
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Maria Cristina Finucci: "Lo Stato di plastica è già diventato un continente"

Al fine di attirare l'attenzione sulla disastrosa situazione ambientale dei nostri oceani, è sorto uno Stato che ha come obiettivo la sua autodistruzione: si chiama ‘Garbage Patch State’ ed è stato lanciato da diverse installazioni, dall'isola di Mozia del 2016 all'attuale ‘Help’ al Foro Romano

La plastica può essere considerata un reperto? Qual è l'eredità che lasciamo agli archeologi del domani? L'artista Maria Cristina Finucci si è interrogata sulla potenza distruttiva dell'inquinamento da materiale plastico e sui mezzi e modi espressivi utili a decodificare la propria denuncia sociale e ambientale: “Un grido di allarme verso i milioni visitatori proveniente da tutto il mondo”, afferma l'artista. Il percorso artistico, sostenuto e diffuso dal 2013 dalla Fondazione Bracco, intende prefigurare una situazione dalle inevitabili conseguenze disastrose. Da tutti i fronti corrono notizie sempre più preoccupanti sullo stato delle acque e di chi vi abita. Uno studio pubblicato nel 2016 da World Economic Forum, Ellen Mac Arthur Foundation e Mc Kinsey Company con il titolo ‘The New Plastic Economy: Rethinking the future of plastic’ (www.ellenmacarthurfoundation.org) ha riportato previsioni preoccupanti sugli oceani: nel 2025 una tonnellata di plastica per ogni 3 tonnellate di pesce, mentre nel 2050 la presenza della plastica supererà quella dei pesci, fino a diventare un immenso continente. La metamorfosi dell'ambiente ha mutato l'approccio e l'atteggiamento dell'artista nei confronti di cause ed effetti sulla natura alla pari di attivisti e degli ecologisti, l'environmental artliasson, Shepard Fairey and Tom Saraceno, che agiscono in  direzione di una nuova relazione con la natura. Se da un lato, il lavoro della Finucci soddisfa gli obiettivi e le funzioni di questa tipologia d'arte nell'interpretare i processi di ambienti danneggiati, educando sui problemi, dall'altro, le installazioni sono le forme di controllo sul territorio di una vera e propria ‘Garbage Patch State’. Per capire meglio il suo funzionamento abbiamo chiesto maggiori dettagli al capo di questo inquietante Stato, Maria Cristina Finucci.

Maria Cristina Finucci, da artista lei è riuscita a dare forma e colore a un disastro ambientale difficilmente circoscrivibile: com'è nata l'idea della composizione della scritta ‘Help’ e qual è l'interazione con le rovine archeologiche che la ospitano?
“È passato ormai qualche anno da quando ho iniziato a guardare gli oggetti di plastica, ormai disseminati su tutta la superficie terrestre e ancor più nei mari, con gli occhi di un archeologo del futuro che, immagino, li considererà preziosi reperti, anche se non certamente rari, utili a raccontare la storia de ‘l’età della plastica’, l’epoca in cui viviamo. Nel 2016, ho realizzato una installazione che riproduceva le rovine di un grande insediamento sull’isola di Mozia (Trapani), costituito da blocchi uguali, in dimensione, a quelli delle adiacenti rovine fenice, però di plastica, invece che di pietra. L’ipotetico archeologo del futuro, che nella mia narrazione effettua il fortunato ritrovamento nel 4016 d.C., non riesce a classificare questi reperti di plastica. Infatti, a differenza di quelli buttati alla rinfusa nelle innumerevoli discariche che resteranno a testimonianza della nostra civiltà, qui la plastica è disposta in maniera organizzata e omogenea. Solo durante il suo viaggio di ritorno, guardando dall’alto dalla sua navicella spaziale - perché probabilmente, tra duemila anni, il genere umano sarà estinto - l’archeologo riesce a leggere la parola ‘Help’: un deliberato grido di aiuto della nostra era. Nel 2018, il mio racconto continua e, questa volta, ha come teatro il sito archeologico più importante al mondo: il Foro Romano, cioè il luogo dal quale gli antichi Romani governavano l’impero. Gli scavi dell’archeologo delMaria_Cristina_Finucci.jpg futuro, anche questa volta hanno portato alla luce un altro ‘Help’, molto simile a quello ritrovato a Mozia. Si tratta di una serie, dunque: si apre così un mistero... L’Help romano sorge sui resti della Basilica Giulia, a lato della via Sacra. E tra le molte domande che l’archeologo si pone ce n’è una molto semplice: perché proprio lì? Naturalmente, ogni risposta è solo una supposizione, ma la tesi più avvalorata è quella che coinvolge uno Stato, il ‘Garbage Patch State’, lo Stato formato dagli ammassi di plastica presenti negli oceani, di cui si hanno notizie sin dal 2013 d. C., anno della sua fondazione. Le cinque ‘isole’ che costituivano, allora, lo Stato Federale, occupavano la superficie di 16 milioni di chilometri quadrati, ma sicuramente, nei pochi decenni successivi, questo anomalo ‘territorio’ si sarà presumibilmente esteso fino a diventare, suo malgrado, il continente più vasto di tutti. Come sappiamo, il ‘Garbage Patch State’ non aveva mire espansionistiche. Al contrario, ha subito come una violenza la dilatazione incontrollata dei suoi confini. Gli articoli della sua Costituzione erano incentrati sulla necessità di fermare la propria involontaria crescita. Forse per questo, lo Stato scelse proprio il Foro Romano, uno dei luoghi più simbolici del pianeta Terra, per lanciare un grido di allarme verso i milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo, nella speranza di vedere arrestata la sua espansione”.

La difficoltà di comunicare qualcosa di invisibile, come l'inquinamento da microplastica negli oceani, incontra l'arte con un linguaggio transmediale: quali potenzialità ha e quale tipo di esperienza offre al pubblico?
“Non sapevo che la mia opera si potesse ascrivere al filone della narrazione transmediale fino a quando Salvatore Iaconesi e Oriana Paersico ne hanno fatto oggetto di studio nell’ambito del loro corso, all’interno del master in Exhibit and Public Design dell’Università ‘la Sapienza’. Sono rimasta entusiasta nel vedere come quello che io facevo d’istinto ricalcasse, invece, una tecnica codificata e riconosciuta che, però, io ignoravo. Credo che anche l’artista si debba avvalere dei mezzi di comunicazione dell’epoca in cui vive, se non addirittura anticiparli. Pertanto, mi è sembrato naturale realizzare l’immagine del ‘Garbage Patch State’ attraverso lo svolgersi di una storia che utilizza sia vecchi media, sia nuove forme di comunicazione, nella speranza di dare un impulso a un auspicabile cambiamento sociale”.

L'installazione è un'opera di ‘denuncia partecipata’ da giovani universitari e da alcune realtà locali: ha intenzione in futuro di coinvolgere anche altri artisti?
“Non credo”.

Da architetto, la pietra delle costruzioni antiche è stata soppiantata dall'adozione di materiali impiegati per non durare nei secoli come la plastica, così versatile ma dal grande impatto ambientale: pensa che in un futuro non troppo lontano, l'invasione di questo materiale ci porterà a vivere in case formate da cumuli di bottiglie e tappi di plastica?
“Ho già visto degli esempi di case fatte con bottiglie di plastica, indubbiamente utili in certi contesti, ma spero che il futuro non sia questo”.

Da capo di Stato, la sua missione di istituzionalizzare la plastica per decretarne la fine come è stata accolta dal mondo accademico della geopolitica e dalle altre istituzioni internazionali?
“Direi molto bene. Per esempio, lo scorso maggio, durante la celebrazione di ‘Earth Day’ come capo di Stato, ho firmato e ratificato la risoluzione dell’Onu n°70/1 ‘Transforming our world’: l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il documento è stato controfirmato dal ministro dell’Ambiente italiano e da Enrico Giovannini. Inoltre, Graziano Graziani ha annoverato il ‘Garbage Patch State’ nel suo ‘Atlante delle micronazioni’ (Quodlibet, Macerata 2015, pagg. 145-148)”.


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