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5 Dicembre 2019

Questione ambientale: una distopia dal futuro ancora aperto

di Emanuela Colatosti
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Questione ambientale: una distopia dal futuro ancora aperto

Per la presentazione del quarto numero di ‘Jacobin Italia’, Giulio Colella, Virginia Benvenuti, Christian Raimo e Stefano Iannillo hanno dato voce alla forza anticapitalista di un ecologismo genuino, unico rimedio per mitigare il fattore antropico del surriscaldamento globale

Lo ‘Scaffale ambientalista’ si sta dimostrando un crocevia d’incontri prezioso per la città di Colleferro (Rm). I ragazzi dell’Unione giovani indipendenti lì producono iniziative di sensibilizzazione sul tema ambientale, in uno spazio comunale restituito alla collettività e finalmente adeguato alle loro esigenze. È passato poco più di un mese dall’inaugurazione del primo settembre e i locali di via degli Esplosivi sono già una funzionante e frequentata aula studio, che accoglie liceali e universitari nei giorni di chiusura della biblioteca comunale. Un luogo dalla denominazione così specifica non poteva non attirare l’attenzione di 'Jacobin', rivista indipendente che tratta temi sociali nata in America nel 2011. Per la sua quarta uscita nella sua edizione italiana, non poteva essere scelto luogo migliore dello ‘Scaffale ambientalista’ per presentare ‘Apocalypse No’, in cui si tematizzano, appunto, questioni ambientali. L’aperitivo di mercoledì 9 ottobre è stato solo un pretesto per parlare più diffusamente del ‘Friday For Future’, dei rifiuti, del riciclaggio, delle energie rinnovabili e, perché no, delle voragini sociali che l’era post-industriale sta lasciando in eredità a una generazione che, per dirla con Greta Thunberg, ha "il futuro segnato". Anche quando non resta molto tempo, chi ha a cuore qualcosa sembra, per un occhio esterno, indugiare nella discussione critica dell’ovvio. Oggi più che mai, per non perdere se stessi, è necessario ricordare ed esplicitare alcuni nodi ideali, affinché la lotta ambientalista non sia percepita come giardinaggio da quella parte di cittadinanza che risulta attiva solo nell’esercizio del diritto di voto. Stimolato dalle domande precise e puntuali della presidente dell’Ugi, Maria Chiara Guidaldi, le parole di Giulio Calella, addetto al desk di ‘Jacobin Italia’, hanno svolto l’insostituibile compito di mettere in sicurezza il sentiero della discussione. Una delle esigenze della rivista è l’urgenza di sventare ogni facile colpevolizzazione dell’individuo. In secondo luogo, preme sottolineare l’importanza dell’elemento collettivo, portando il coinvolgimento della cittadinanza attraverso una presa di coscienza. SecScaffale1.jpgondo l’editore, l’approfondimento delle questioni che spiegano la crisi climatica, recuperando l’olismo di fondo del pensiero ecologico, porta come effetto finale l’uscita dal ‘Capitalocene’. Questo perché la tecnica, a differenza della scienza, non è neutra ed è perfettamente in grado di spostare il problema. L’esperienza da attivista in ‘Grande come una città’ di Virginia Benvenuti, fortifica due punti cardine del primo relatore: la disobbedienza civile non violenta, da un lato e la formazione, dall’altro, portano l’individuo a recuperarsi come cittadino e a gettar via le vesti di consumatore. La critica serrata al concetto di ‘Antropocene’, mutuata da Jason Moore, è orientata a smontare ogni colpevolizzazione dell’esistenza umana e, quindi, ogni disillusione e conseguente desiderio di estinzione. Ci sono altri aspetti dottrinali, sottolineati da Christian Raimo, che affliggono la sinistra italiana in generale. C’è l’importante eredità del marxismo, che tradizionalmente resta innervato da lotte per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori in un orizzonte industriale. Inoltre, sembra non riuscire a disfarsi di un’anima progressista e positivista che ha ereditato, quasi per contagio, dall’ala liberale. Ma la dottrina socialista, come la 'tecnica heideggeriana', è un coltello che può essere impugnato anche dal manico: ha in sé anche i germi della salvezza. La struttura complessa della società contemporanea è coperta da spesse coltri di potere che, se per alcuni versi non sono cambiati dalla seconda rivoluzione industriale, per altri sono nettamente divergenti. Oggi, proporsi come obiettivo il superamento dialettico e, quindi, un cambiamento dei mezzi di produzione significa ritrovare l’anima anticapitalista del pensiero ecologico. Abbandonare politicamente il progressismo e il riformismo che hanno infettato il socialismo, fino a renderlo una forza sistemica, per l’assessore del III municipio di Roma può avvenire solo con la ricostruzione di un’avanguardia intellettuale, che includa anche un’educazione scientifica. Solo allora la forza della protesta potrà essere incanalata in maniera tale che non vengano colpiti solo i simboli delle responsabilità della crisi globale, ma anche quei luoghi in cui avviene un ‘greenwashing’ che lascerebbe la modalità della produzione del consumo immutata. Ed è la direzione che ha preso quella fattispecie di attivismo cui fa capo Stefano Iannillo (come anche Virginia Benvenuti). Da collaboratore di ‘Jacobin Italia’, ha reso il pubblico edotto su cosa l’ambientalismo italiano sembra trovarsi drammaticamente indietro. Per la natura poliforme e tentacolare della questione, si rende necessaria un’azione da più fronti che non vada a toccare il singolo provvedimento o la singola grande opera infrastrutturale. Ciò che differenzia l’anticapitalismo ambientalista dal pensiero marxista è la natura distopica del futuro di cui si alimenta, che a differenza dell’utopia socialista non è pseudo-scientifica nel senso ‘popperiano’ del termine. Cosa si chiede allora alle istituzioni? Che chi ha inquinato paghi. È chiaro che non potrebbe farlo l’insieme dei cittadini con le loro tasse. Nazioni, organismi sovranazionali e grandi multinazionali dovrebbero, a questo punto, farsi carico delle spese di bonifica e di rimessa in salute del territorio. Niente avrebbe senso senza l’abbandono definitivo delle fonti fossili: una completa e intelligente conversione al rinnovabile e la rimessa al centro del ruolo della sfera pubblica nell’orchestrazione di produzione e ricerca. Sostanzialmente, servirebbe uno sforzo internazionale pari a quello adoperato durante la seconda guerra mondiale. Solo che il nemico non è la velleità mondialista di un singolo Stato nazionale, bensì la struttura stessa di un certo modo di produrre beni per una porzione infima di umanità. Probabilmente, quella che neanche pagherà le spese del surriscaldamento globale. Una domanda ‘nera’ aleggia sulla trasmissione e sullo scambio di idee intercorso tra i relatori: se attivismo ambientalista significa, per dirlo con le parole di Christian Raimo, “passare un pezzo di coscienza alle nuove generazioni”, è lecito chiedersi se abbiamo abbastanza tempo per lasciare quest'importante eredità e fare la differenza.

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NELLA FOTO, DA SINISTRA: VIRGINIA BENVENUTI, CHRISTIAN RAIMO, MARIA CHIARA GUIDALDI, GIULIO COLELLA E STEFANO IANNILLO

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