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29 Maggio 2022

Il contratto morale

di Vittorio Lussana
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Il contratto morale

Il problema di una nuova leadership del centrodestra italiano - o del Pdl, o di quel che questa parte politica diventerà nei prossimi mesi - a mio parere resta all’ordine del giorno. La stagione ‘berlusconiana’ non ha solamente generato un ceto politico che non mi è mai piaciuto, ma ha accorpato in sé uno ‘zoccolo duro’ di elettorato ‘reazionario’ in cui covano, da sempre, umori dispotici alternati a concezioni assolutamente qualunquiste della vita collettiva e nazionale. Si tratta di una parte del popolo italiano che politicamente non esiste, poiché da sempre abituato a delegare il potere a qualcun’altro, senza alcun gusto per una partecipazione condivisa, modernamente liberale: una forma di delirio visceralmente antipolitico. Non si tratta di un elettorato che Silvio Berlusconi ha semplicemente ereditato: una buona parte del popolo italiano è risultata facilmente plasmabile dall’incredibile deriva mediatica e ‘spettacolaristica’ della conduzione della cosa pubblica, un ‘vuotismo’ di massa che ricorda maggiormente le tifoserie abbarbicate sugli spalti dei nostri stadi di calcio, più che una cittadinanza attiva di conservatori ‘perbene’. Eppure esisteva, un tempo, negli ambienti dell’ormai ‘antica’ Democrazia cristiana, un elettorato ‘attivo’ che non era affatto raro. Al contrario, esso era composto da tantissime persone, a dispetto di quel che oggi si potrebbe pensare, che la stagione ‘berlusconiana’ ha materialmente ‘rimpiazzato’ - attraverso la creazione di una serie continua di contenitori politici ‘verticistico-aziendali’ - con la figura dell’elettore passivo, esautorando e svuotando, in tal guisa, ogni ruolo effettivo dei vecchi ‘quadri’ politici ‘intermedi’, i quali hanno finito col coincidere, nelle loro ‘non funzioni’, con deputati, senatori, ministri, sottosegretari ed elettori stessi. Di questo problema, cioè quello di un egualitarismo politico-partitico puramente formale, ne parlai una prima volta con alcuni amici e colleghi intorno alla metà degli anni ’90: ebbene, essi esaltarono questo abbattimento di ogni burocrazia interna quasi fosse una novità modernissima parlandomi di formule come “Partito leggero” e “orizzontalità positiva”, concezioni che, in verità, erano tese a nascondere un’idea di ‘forma-Partito’ talmente dispotica, anche nei suoi termini ‘statutari’, da far ‘impallidire’ non solo le antiche logiche di ‘apparato’ del Pci, ma persino quelle del maoismo cinese o del nazionalsocialismo tedesco. Questo ‘appiattimento’ generale di deputati, senatori, ministri, sottosegretari, consiglieri regionali e semplici cittadini-elettori ha infatti mandato in pensione la più autentica ‘militanza-tipo’ dei Partiti: quella che completava, sotto un profilo eminentemente democratico, la dialettica interna di ogni comunità politica con l’intelligenza personale, con una partecipazione attiva, con contributi concreti spesso assai utili al dibattito complessivo del Paese. Era un ‘tipo’ di elettore che metteva a disposizione il proprio sapere e la propria esperienza entrando in contatto - e talvolta persino in contrasto - con la ‘linea’ del segretario nazionale, all’interno di un universo di militanti ed esponenti politici sufficientemente ‘aperti’ da permettere che nelle loro menti potessero farsi strada forme di coscienza e di consapevolezza anche radicalmente diverse dalle proprie. Tuttavia, il ‘viaggio’ della politica molte volte passa per strade che appaiono impervie, che esigono una capacità di emozione intelligente, il desiderio stesso di comprendere, in termini sociologici, l’Altro, o i ‘diversi’, come sottolineatomi di recente da un caro amico liberale assolutamente ‘degno’ di tale definizione. A prescindere dalle cosiddette ‘larghe intese’ e dalla questione della stabilità o meno del Governo Letta, sarebbe infatti necessario cominciare a occuparsi, culturalmente prima ancora che politicamente, dell’esigenza di dover individuare un ‘linguaggio’ politico completamente diverso rispetto a quello discendente da certe nostre ‘ottusità interiori’. Il linguaggio e i comportamenti stessi di Silvio Berlusconi, in questi ultimi 20 anni hanno finito con l’annullare il vero ‘talento’ degli elettori, letteralmente ‘bistrattati’ da un sistema mediatico di ‘politica-spettacolo’ che ha mostrato il vero volto, antimeritocratico e arretrato, dei nostri ‘costumi’ antropologici più profondi. Con la ‘videocrazia’ abbiamo sostanzialmente scoperto che questo Paese era assai peggio di quel che persino i razionalisti più scettici credevano. Si è trattato di un processo che ha investito anche il mondo dell’informazione. Basterebbe rammentare, su tale versante, il peso assunto, nei quotidiani, nelle riviste periodiche e persino in numerosissimi siti web, dalle fotografie e da un tipo di comunicazione in ‘pillole’, superficiale e lontanissima da ogni genere di effettivo approfondimento analitico. In buona sostanza, si è diffusa l’idea che al ‘lettore-elettore’ interessino più le immagini, le apparenze, le caratteristiche carismatiche o puramente estetiche di un esponente politico, a discapito dei contenuti, dei princìpi e dei ‘valori’ che questi vorrebbe rappresentare, secondo una scarsa, scarsissima, considerazione per l’intelligenza dei cittadini. Una degenerazione che ha dato maggior risalto a quel che ‘sembra’ piuttosto che a ciò che è, a quel che risulta ‘utile’ rispetto a ciò che è reale. Ma certificare tutto questo ancora non basta a far comprendere allo ‘zoccolo duro’ di elettori ‘passivi’ del centrodestra italiano come un concetto moderno e occidentale di alternanza democratica significhi esporsi secondo considerazioni maggiormente qualitative, sulla politica e sul ceto che essa, in una determinata fase, esprime. In tutti gli altri Paesi democratici occidentali, gli elettori sono maggiormente abituati a esercitare il proprio diritto ‘attivo’ di sostenere e far eleggere un loro rappresentante: gli elettorati degli altri Paesi non sono solo complessivamente di numero inferiore (come spesso si tende a far notare sotto il profilo statistico) rispetto a quello italiano per tasso di partecipazione, ma soprattutto cambiano opinione, mutano, si ‘spostano’ e si ‘scambiano’ secondo una visione di onestà intellettuale e morale qui da noi totalmente sconosciuta. Negli Stati Uniti, per esempio, al termine della fase ‘reaganiana’ si sperimentò Bill Clinton e un intero ceto politico emergente selezionato, negli anni ’80, dal Partito democratico americano. In Inghilterra, dopo il ciclo dominato da Margaret Thatcher, i cittadini scelsero Tony Blair confermandolo per quasi 15 anni. La Spagna ‘popular’ e ancor’oggi parzialmente ‘post-franchista’ ha visto l’avvento di un decennio di Governi socialisti guidati da Zapatero. Terminata la stagione politica di quest’ultimo, gli spagnoli sono tornati a optare per il fronte conservatore, soprattutto al fine di verificare il processo di evoluzione e di rinnovamento, generazionale e ideologico, di questa parte politica. In Italia, tutto questo avviene in forme assai marginali. Gli spostamenti delle ‘zone grigie’ del corpo elettorale sono minimi, determinando una nuova condizione di democrazia ‘statica’: il secondo tempo di un ‘film’ già visto e vissuto per 50 anni. Vecchie logiche e vetusti schematismi ideologici solo apparentemente modificati tramite l’assunzione di nuovi sistemi elettorali dalla natura prettamente oligarchica. Non solo non si concepisce la politica come una ‘scienza’ che necessiterebbe, in quanto tale, di un altissimo grado di professionalità, bensì essa è divenuta una forma di ‘plebiscitarismo’ tra due fazioni talmente poco dinamiche, nei loro ‘moti’ di erosione e di ‘riposizionamento’, da rendere praticamente immobile la condizione complessiva del Paese, nonché lentissimo il cammino evolutivo del confronto democratico stesso. E’ come se, nell’era di internet e dei video postati su Youtube dai ragazzini delle medie inferiori, fossimo tutti costretti a collezionare un gigantesco album di ‘figurine’ della realtà politica, in base a stereotipi assolutamente idealtipici carichi di continui riferimenti estetici, edonistici, di mera immagine. Insomma, a 50 anni esatti dal famoso “I have a dream” di Martin Luther King, anch’io nutro un sogno che ritengo fondamentale per la Repubblica italiana: quello della rottura di un ‘incantesimo’ che possa lasciar spazio alla ricomparsa dell’elettore e del militante ‘attivo’, di ‘talento’, in grado di siglare un nuovo ‘contratto morale’ tra politica e cittadini. (www.laici.it)


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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