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28 Maggio 2017

Il vero volto del Daesh

di Chiara Scattone
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Il vero volto del Daesh

Il fondamentalismo islamico è un’ideologia politica – e non religiosa – fortemente minoritaria, che rischia di trasformare un’intera comunità di credenti di più di un miliardo di persone in violenti irrazionalisti, pronti a morire per una causa che nulla ha a che vedere con la religione musulmana, i suoi fondamenti e i suoi princìpi

Sono anni che un nostro caro amico lavora per un’associazione francese, Bouzar, che collabora con il ministero degli Interni transalpino sul fenomeno della radicalizzazione tra i giovani, sia musulmani che non. Già perché, diversamente da quanto potrebbe apparire in un primo momento, il fenomeno della radicalizzazione, in occidente colpisce indistintamente musulmani e non musulmani. Un esempio italiano è il caso di Maria Giulia Sergio, alias Fatima, la ragazza di 27 anni di Inzago (Mi) che fece convertire all’islam radicale tutta la famiglia promettendo alla madre una lavatrice se avesse abbracciato l’ideologia terroristica del Daesh e che, nel 2015, divenne il perno principale dell’operazione ‘Martese’, che portò all’arresto di cinque persone tra cui la madre, il padre e la sorella, nell’ambito di un’inchiesta su presunti terroristi legati all’Is. I francesi credono molto nell’attività di divulgazione e di formazione a tutto il personale della pubblica amministrazione e tra i giovani, nelle scuole, sul fenomeno della radicalizzazione. Tra gli obiettivi, com’è ovvio, vi è il tentativo di informare intorno ai veri valori della religione islamica, di capire quelli che possono essere gli schemi ideologici utilizzati dai reclutatori del Daesh tra i giovani, intecettandone l’attività di proselitismo. Il radicalismo violento si può, dunque, arrestare solo attraverso la conoscenza e la rivelazione del vero volto del Daesh? In ciò, siamo più o meno tutti d’accordo. Ma è giunto il momento di cercare di comprendere da quali presupposti si può partire. L’argomento è molto vasto e delicato. Per ora, il nostro obiettivo sarà solo quello di ripercorrere una breve panoramica di quelli che sono i fenomeni sociali e politici all’interno del mondo arabo-islamico. O, meglio, d’individuare una sorta di ‘griglia’ di analisi anche grazie all’aiuto dell’esperienza sul campo che ci ha trasmesso il nostro amico francese.

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO E’ UN’IDEOLOGIA POLITICA, NON RELIGIOSA
I credenti musulmani sono miliardi di persone. E il solo dire che tutti sono ortodossi e radicalisti, o peggio ancora dei terroristi, è pura follìa, se non una vera scemenza, per moltissime ragioni. Prima fra tutte la differenza insita nel concetto di ortodossìa e di radicalismo. Il credente, di qualsiasi religione, che accetta integralmente la dottrina e gli insegnamenti del proprio credo, è sicuramente un ortodosso. E mai a nessuno verrebbe in mente di definire un cattolico praticante, che va a messa tutte le domenica, rispetta il digiuno prepasquale e non mangia carne il venerdì, un potenziale terrorista. Eppure, talvolta un musulmano che manifesta la propria fede apertamente viene osservato con sospetto, come se un velo potesse nascondere più bombe di un crocifisso appeso al collo. Il radicalismo islamico, invece, è un termine legato indissolubilmente al fenomeno politico che ha preso piede dopo la prima guerra mondiale nei Paesi arabo-islamici. Esso indica quel movimento politico-scoiale che si rifà alla radici della religione, alla sua origine, con l’obiettivo di trovare spunto da un passato originario per costruire il presente. Dunque, un fenomeno prevalentemente politico, a cui la maggioranza dei musulmani non hanno aderito.

I 4 ISLAM
Ebbene, ora dovremmo fare lo sforzo di osservare la società musulmana secondo quattro punti di vista, suddividendola in quattro diversi ‘segmenti’:

•    Credenti tradizionali
•    Riformisti
•    Rigoristi o wahhabiti
•    Jihadisti


I credenti musulmani tradizionali, che rappresentano la maggioranza di tutta la comunità islamica, sia sunnita che sciita, sono coloro che adattano la propria pratica religiosa alle condizioni sociali (e geografiche) nelle quali si trovano a vivere. Vivere la propria fede è un momento interiore e ben anche esteriore (per esempio: indossare il velo, rispettare i divieti alimentari e così via...), ma senza alcun interesse verso un Islam connotato da un progetto politico. I musulmani tradizionali non hanno interessi nel trasformare la propria e semplice fede in qualcosa che vada al di là del credere in Dio e del rispettare la dottrina religiosa. Le fasi della colonizzazione, della decolonizzazione e dell’indipendenza hanno segnato la nascita della corrente del riformismo arabo-islamico con i pensatori e religosi quali Dîn al-Afghani, Muhammad Abduh, Rashid Ridda (i quali sono considerati i precursori del movimento), i Fratelli musulmani (con il loro fondatore, Hassan Al Banna) e Mawlana el Mawdudi (nel periodo immediatamente successivo alla decolonizzazione). Secondo tali riformisti, la fine del ‘Califfato’, nel 1924, viene vista come un errore commesso dagli stessi musulmani, dipeso dal loro essersi allontanati dal Corano e dalla religione. Il riformismo, infatti, considera l’età dell’oro dell’Islam come la capacità dei musulmani di estrarre dal testo sacro quelle conoscenze scientifiche, sociali e razionali che riconoscono nel ragionamento umano il fulcro della civilizzazione. La religione, dunque, si fa artefice della nascita della stessa società islamica, non solo orientata alla fede in sé, ma proprio attraverso la fede, l’ortodossia e il rispetto del dettato divino diviene civiltà, culla della scienza e della saggezza ‘multiculturali’. L’essersi allontanati dal Corano ha provocato l’indebolimento del popolo arabo-islamico, rendendo i musulmani ‘colonolizzabili’ dalle altre nazioni. Ed è ancora in questa situazione di dominazione, da parte dell’occidente, che si sente il popolo arabo-islamico. I riformisti sono convinti che sia necessario ritrovare i valori tradizionali dell’islamismo per fondare un Islam rinnovato (si pensi al medesimo nome del Movimento della Rinascita tunisino, en-Nhada, divenuto Partito politico che, nel 2011, contribuì a determinare la caduta del dittatore Zin El Abidine Ben Ali). Questo rinnovamento, insomma, deve cominciare da una ‘reislamizzazione’ che ha inizio dal basso, ovvero dal singolo individuo, per poi ascendere alla famiglia, al quartiere, alla città e alla scDaesh_women.jpgelta nelle elezioni dei dirigenti maggiormente rappresentativi di questa corrente. Il movimento, tuttavia, prese rapidamente una piega più contestataria. E con Sayyid Qutb, esponente e ideologo dei Fratelli musulmani, il ‘riformismo dal basso’ si trasformò presto in lotta per il potere politico, fino a quando, dopo la collaborazione con il ‘Movimento dei Liberi Ufficiali’ al golpe del 1952, che comportò la caduta del re Faruq, il movimento di Qutb divenne più intollerante. Nel 1954, frustrato per non essere riuscito a portare a termine il proprio progetto politico di islamizzazione (questa volta dall’alto) Sayyid Qutb, che aveva oramai rotto con il pensero tradizionale dei Fratelli musulmani, organizzò un attentato nei confronti di Nasser, leader del nazionalismo egiziano, reo di aver frenato e impedito la realizzazione del percorso di islamizzazione del movimento. Sayyid Qutb fu incarcerato, mentre i ‘Fratelli musulmani’ vennero messi al bando. Ma la visione minoritaria di Qutb non fu mai del tutto superata. Anzi, successivamente venne ripresa dal movimento ‘jihadista’. Se cerchiamo di raccontare la società musulmana ipotizzando una sorta di strutturazione a cerchi concentrici, ove nelle zone più interne ritroviamo il fenomeno religioso sempre più radicalizzato e tendente a fenomeni di natura politica piuttosto che squisistamente spirituale, il terzo cerchio che incontreremo è quello del movimento ‘rigorista’, wahhabita e salafita. In questo ‘filone’, è necessario utilizzare una triplice connotazione per raccontare un movimento politico che, tuttavia, raramente ha avuto manifestazioni di natura ‘terroristica’, benché nei modi autoritario e, talvolta, violento. Il rigorismo prese corpo con il pensatore Adb al-Wahab (da cui poi prenderà il nome) nel XVIII secolo, con una visione dell’islam estremamente rigida: egli, infatti, accusò tutti i musulmani di essere divenuti nuovamente politeisti, poiché si erano allontanati dal “vero Islam”, non applicando alla lettera l’insegnamento dei primi compagni del Profeta (Salaf salih) e pregando i santi come delle divinità. Secondo al-Wahab, l’unico strumento per fermare questa eterodossia era quello di ‘reislamizzare’ la popolazione al pensiero rigorista, di cui egli si fece portatore. Il movimento wahabbita, considerato in un primo momento come ‘eretico’ dall’Impero ottomano, trovò nella costituzione dell’Arabia Saudita e nella presenza dei due luoghi santi dell’Islam (Mecca e Medina) di cui il re saudita viene considerato ‘custode’, l’ambiente culturale più favorevole e fertile per l’affermazione del proprio pensiero rigorista. Pertanto, il ‘wahabbismo’ si fece movimento “di Stato e di governo”. E la sua visione si ampliò, prendendo ben presto piede in tutti gli spazi sociali e culturali, dai libri ai canali satellitari e a internet, divenendo la norma, nonché trasformando l’eresia in fonte per lo sviluppo economico dell’intero Paese. Infine, l’ultimo cerchio, il più piccolo di tutti, è costituito dal ‘jihadismo’, ovvero dal passaggio della visione ‘salafita’ di Sayyid Qutb e dei Fratelli musulmani alla violenza. I ‘jihadisti’ riprendono il pensiero del leader egiziano, superandolo e denunciando tutti i Paesi del mondo (inclusi quelli arabo-islamici) che si alleano con i miscredenti ‘non musulmani’. In tale macrocategoria sono inclusi, ovviamente, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. La corrente ‘jihadesta’, insomma, ritiene necessaria la liberazione di tutti i luoghi santi dell’Islam dai loro cattivi governanti, per poter finalmente applicare rigorosamente la legge divina come essi stessi la interpretano. Essi vedono in tutti i Paesi del mondo, l’occidente in particolar modo, come degli avversari del Profeta e, per questo motivo, considerano tutti i musulmani che vivono in quei Paesi (ovunque tranne che per quelle aree della Siria e dell’Iraq conquistate dal Daesh) come dei “venduti”, che non possono essere perdonati e che, pertanto, si trasformano in nemici dell’Islam.

DEMONIZZAZIONE DI UNA RELIGIONE
Il pensiero ‘jihadista’, seppur assolutamente minoritario, sta dunque riuscendo a trasformare un’intera comunità di credenti di più di un miliardo di persone, sparse per tutto il mondo, in violenti irrazionalisti, pronti a morire per una causa politica che nulla ha a che vedere con la religione islamica, i suoi fondamenti e i suoi princìpi. La capacità di coinvolgimento emotivo è tragicamente molto forte. Ma, per fortuna, non così tanto da compromettere la ragione e la parola che distinguono l’uomo dagli animali.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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