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25 Settembre 2020

Caligola e le sue navi imperiali

di Giuseppe Lorin
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Caligola e le sue navi imperiali

Torna in Italia il prezioso frammento della pavimentazione che decorava la nave da cerimonia dell’imperatore Caligola, insieme ad altri reperti già da tempo sottratti e ricettati sui mercati internazionali

In questi giorni, gli Stati Uniti d’America hanno restituito all’Italia diversi beni archeologici, provenienti da scavi clandestini o frutto di furti avvenuti nel nostro Paese e poi rivenduti all’estero. Tra questi, un noto prezioso frammento della pavimentazione di una delle due navi dell’imperatore romano Caligola, ritrovate nel lago di Nemi tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30 del secolo scorso. Ad annunciarlo, il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, in una conferenza stampa tenutasi presso il Consolato generale d’Italia di New York lo scorso mese di settembre: "Grazie alla preziosa attività investigativa del Comando Carabinieri Tutela patrimonio culturale e alla fattiva collaborazione delle autorità statunitensi”, ha dichiarato il ministro, “presto torneranno in Italia il prezioso frammento della pavimentazione di una delle due navi gigantesche di Caligola rinvenute nel lago di Nemi, due vasi a figure rosse del V e IV secolo avanti Cristo e diversi reperti numismatici, libri antichi e manoscritti”. Il lago vulcanico in cui furono ritrovate le navi imperiali è quello di Nemi, antico luogo di culto della dea della caccia, Diana nemorensis, da cui il nome della piccola città dei castelli romani, posta su una collina che domina il grazioso paesetto di Genzano di Roma. Il lago è 25 metri più in alto di quello di Albano, da cui dista circa 2 chilometri in linea d’aria. E si trova sui colli Albani, nel territorio dei Castelli romani. Lo specchio d’acqua, di forma ovale, ha una profondità massima di 33 metri ed è largo circa 1 chilometro e 67 metri quadrati. L'imperatore Caligola diede ordine di costruire le navi da cerimonia per i suoi svaghi personali, ma anche per sbalordire i suoi ospiti. Le navi di Nemi confermano la predilezione dell’imperatore per l’arte, non solo navale, del periodo ellenistico e pompeiano. I due bastimenti furono ordinati da Caligola in onore della dea egizia Iside e in ricordo della sua giovane sorella, Drusilla, che aveva amato alla follia, ma anche come omaggio alla dea locale Diana, protettrice della caccia. Splendidamente decorate, esse furono il frutto di una tecnica di costruzione molto avanzata. Caligola le utilizzava come ‘palazzi galleggianti’ in cui sostare sul lago, ma anche per simulare battaglie navali, stipulare trattati, dichiarare guerre e ricevere capi di Stato in tutta sicurezza. Dovevano avere sovrastrutture terrestri, con terme e templi coperti da tegole in terracotta oppure in bronzo, ricoperte da una patina d’oro. E poi colonne di varia grandezza e foggia, pavimenti in mosaico, statue e altre opere in bronzo finemente lavorato. E ancora: statue crisoelefantine, protomi leonine, ghiere per i timoni e tante altre mirabilia. Tuttavia, in seguito alla sua uccNave_di_Caligola_3.jpgisione, avvenuta nel 41 d. C. per una congiura ordita da alcuni senatori e compiuta dal tribuno Cassio Cherea e pochi altri, il Senato di Roma, di cui l'imperatore fu acerrimo avversario politico, per cancellarne il ricordo fece distruggere tutte le opere di Caligola. Tra le quali, le navi di Nemi, che vennero affondate nel lago con tutte le loro pregiatissime opere scultoree, i manufatti in vetro lapislazzulo e ceramica, la raffinata gioielleria imperiale. L’imperatore era nato ad Anzio, il 31 agosto del 12 d. C. Il suo vero nome era Gaius Iulius Caesar Germanicus, meglio conosciuto come Gaio Cesare o Caligola, per le calzature indossate nella campagna germanica condotta insieme al padre. Fu il terzo imperatore di Roma, appartenente alla dinastia Giulio-Claudia. Egli regnò dal 37 al 41 d. C.. Suo padre, Germanico, nipote e figlio adottivo dell’imperatore Tiberio, era un brillante generale e una delle figure pubbliche più amate dal popolo romano. Le fonti storiche giunte fino a noi lo hanno reso noto per la stravagante eccentricità e depravazione, tramandandone l’immagine di un despota che, in preda a manie assolutiste e di persecuzione, uccise parenti, amici e nemici, dignitari dell’Impero, riuscendo a farsi adorare come una divinità. Eppure, qualcosa di buono la fece: limitò il potere del Senato come Tiberio, suo zio, appoggiandosi al popolo e riducendo le tasse; concesse amnistie; restituì ai romani i Comizi centuriati e i Tribuni, che avevano fatto grande la ‘città dei 7 colli’. Il suo potere cominciò a ‘barcollare’ dopo due deludenti campagne militari in Britannia e, in seguito, in Germania, per le quali dovette aumentare le imposte, perdendo il favore del popolo. Caduto in disgrazia, dopo la morte della sorella Drusilla si fece sospettoso, crudele e dissoluto. Il silenzio storico che da allora cadde sulle navi di Nemi e su Caligola stesso che le realizzò, si deve a quella che viene definita dagli storici: “Damnatio memoriae”. Si tratta di una consuetudine del mondo antico: distruggere tutto ciò che una persona malvagia, hostes (nemico o straniero, ndr), ostica, aveva compiuto in vita. Questa condanna veniva votata dal Senato ed era la più temuta. Essa colpiva un individuo ancora vivo e si trasformava in una sorta di morte civile. Ciò significava non fare più parte dell’Urbe, pur essendo ancora in vita. La frase che incuteva un immenso rispetto e timore: “Noli me tangere, civis romanus sum” (letteralmente: “Non mi toccare, sono un cittadino romano”) non poteva più essere pronunciata. Non possiamo dimenticare, inoltre, che le due gigantesche navi imperiali furono ritrovate nelle acque del lago di Nemi tra il 1929 e il 1931. E che per il loro recupero fu istituita un’apposita commissione di studio, affidata al senatore Corrado Ricci. Furono esaminati tutti i progetti e studi effettuati in precedenza e, infine, fu ritenuto idoneo il metodo di lavoro proposto dall'ingegnere Vittorio Malfatti: l’abbassamento del livello del lago fino all’emersione delle due navi. Il 9 aprile 1927, il capo del Governo, Benito Mussolini, annunciò la decisione di recuperarle, al fine di ricordare la grandezza di Roma, della sua Storia e della sua civiltà, affermando altresì che l’impegno preso rappresentava “un debito d’onore verso la cultura classica e la dignità del nostro Paese”. Un incendio scoppiato nella notte del 31 maggio 1944, durato fino al 1° giugno, distrusse le due navi e gran parte dei reperti custoditi, in esse e nel Museo della Navi. L'incendio, di origine quasi certamente dolosa, fu opera dei tedeschi, che avevano piazzato una batteria di cannoni a 150 metri dal museo. Fu istituita una commissione d'inchiesta, composta da autorevoli esperti italiani e stranieri, che giunse alla conclusione qui di seguito riportata, tratta da un brano del libro di Giuseppina Ghini, il ‘Museo delle Navi Romane-Santuario di Diana’: "Con ogni verosimiglianza, l'incendio che distrusse le due navi fu causato da un atto di volontà da parte dei soldati germanici che si trovavano nel Museo la sera dei 31 maggio 1944...". Oggi, ci accontentiamo del frammento in marmo romano a mosaico, con serpentino e porfido, del II secolo d. C. parte del ponte di comando, mentre l’inciviltà avanza. Tuttavia, il ministro Franceschini rassicura: “Gli oggetti tutti saranno ricollocati nei luoghi di provenienza da dove l’attività criminale li aveva sottratti”. Il reperto era custodito presso il ‘Museo delle Navi Romane’ a Nemi, da dove fu sottratto nel secondo dopoguerra. È stato individuato presso una collezione privata di una cittadina italiana residente negli Usa ed è stato sequestrato dal Procuratore distrettuale di New York, sulla base delle prove fornite dal Comando Carabinieri Tpc. Da segnalare anche il rientro nel nostro Paese di un cratere apulo a figure rosse, risalente al 360-350 a. C., attribuito all’artista Python, frutto di scavi clandestini in Campania prima del 1985. Le indagini hanno dimostrato che il vaso era stato ricettato e illecitamente esportato da un noto trafficante internazionale italiano, per essere poi individuato presso il Metropolitan Museum di New York, dove è stato recuperato dal Procuratore distrettuale della metropoli statunitense. Tra le opere restituite vi è anche un’anfora attica a figure rosse del V secolo a. C., attribuita al pittore di Charmides, provento di scavi clandestini in Puglia prima del 1983. Gli investigatori specializzati nelle ricerche telematiche del Comando Carabinieri Tpc lo hanno localizzato nel 2016 sul sito di una galleria d’arte di New York, durante una serie di controlli sul mercato on line. Gli ulteriori accertamenti svolti in Italia e negli Stati Uniti, in collaborazione con gli uffici dell’Hsi-Ice (Homeland Security Investigations-Immigration and Customs Enforcement, ndr) di New York e Roma, hanno consentito il sequestro da parte dell’ufficio del Procuratore distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto orientale di New York, quale bene ricettato da un trafficante internazionale.
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