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20 Giugno 2024

Da Roma a Napoli, la 'Presa di Cristo' della collezione Ruffo in mostra

di Arianna De Simone
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Da Roma a Napoli, la 'Presa di Cristo' della collezione Ruffo in mostra

Presentata già nel mese di ottobre presso il Palazzo Chigi di Ariccia (Rm) dopo un lunghissimo silenzio espositivo, la Cattura di Caravaggio già Sannini - un po’ come fece secoli fa il suo artefice - è approdata lo scorso marzo nel capoluogo partenopeo dove sarà ancora visibile fino al 16 giugno

Ancora pochi giorni per visitare la mostra ‘Caravaggio: la Presa di Cristo dalla Collezione Ruffo’ (2 marzo 2023 - 16 giugno 2024), curata da Francesco Petrucci e Don Gianni Citro, a Napoli presso Palazzo Ricca, a seguito dell'esperienza espositiva di Palazzo Chigi ad Ariccia (Rm), dove l'opera è stata eccezionalmente esposta dal 14 ottobre 2023 al 14 gennaio 2024. Scoperto da Roberto Longhi nel lontano 1943 presso la collezione dell’avvocato Ladis Sannini, il dipinto raffigurante il momento della cattura di Cristo fu presentato al grande pubblico nella rivoluzionaria Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi inaugurata a Palazzo Reale di Milano il 21 aprile 1951. Ritenuta in tale sede una copia “fedele, anche nelle misure (m. 2,45 x 1,65)”, del celebre quadro - smarrito - commissionato secondo le fonti da Ciriaco Mattei nei primi anni del XVII secolo a Roma (pagato con 125 scudi in data 2 gennaio 1603, come attesta un documento rintracciato nel 1989 da Francesca Cappelletti e Laura Testa presso l'archivio della famiglia Mattei a Recanati (Mc), l'opera sparì dai riflettori fino agli anni duemila. Soltanto nel 2003-2004, infatti, a seguito dell'acquisto dell'antiquario Mario Bigetti e del restauro di Carla Mariani, che ne mise in luce la tenuta qualitativa e la presenza di pentimenti, si rivelò un originale di Caravaggio, ponendosi in problematico rapporto con la versione attualmente in deposito presso la National Gallery of Ireland di Dublino, a sua volta riscoperta e riconosciuta come autografa, nel 1990, dal restauratore Sergio Benedetti.
ProntaLa_Cattura_dettaglio_fuori_tempo.jpgmente notificata dal Ministero dei Beni Culturali in data 2 dicembre 2004, “in ragione della sua eccezionalità” e del “particolare interesse per la Nazione”, finì allora al centro di uno spinoso contenzioso durato ben 18 anni, risolvendosi soltanto nel 2022 con la restituzione al legittimo proprietario.
Il focus espositivo proposto prima ad Ariccia e poi alla Fondazione Banco di Napoli chiarisce finalmente tutti i passaggi collezionistici dell'opera, riscoprendone la provenienza dalla collezione Ruffo di Calabria. Alla luce delle ultime indagini diagnostiche (che aggiornano e ampliano la campagna intrapresa nel 2003, consistita in una radiografia dell'intera superficie e in riflettografiche infrarosse di alcuni particolari), viene sostenuta inoltre la priorità cronologica rispetto al quadro di Dublino. Attestata nel 1625 nella collezione del marchese Asdrubale Mattei, questa prima versione fece perdere le proprie tracce nel 1638, anno della morte del marchese, per riapparire 50 anni dopo (nel 1688) nella collezione napoletana dei mercanti fiamminghi Vandeneynden (gli stessi cui Gallerie d'Italia dedicò la splendida mostra Rubens, Van Dyck, Ribera. La collezione di un principe, 2017-2018). Tramite loro passò in collezione Colonna Stigliano e da questa finì nella collezione Ruffo dei Principi di Scilla, alla cui ultima erede, Cecilia Ruffo, si deve la vendita di Palazzo Zevallos Stigliano in via Toledo, a Napoli.
Affiancata ad Ariccia da precedenti iconografici quali la 'Presa di Cristo' di Cavalier d'Arpino, un dipinto di analogo soggetto ma di 'scuola giorgionesca' e la 'Baruffa di Bruttobuono' di Francesco Villamena, la 'Cattura' di Caravaggio spicca ora a PLa_Cattura_negativo.jpgalazzo Ricca, isolata e corredata, anche in questa occasione, da una riproduzione fotografica a grandezza reale della seconda versione irlandese e dalla radiografia del dipinto, riprodotta anch'essa in scala reale.
In felice dialogo con le successive opere napoletane del Maestro lombardo, la 'Presa di Cristo' della collezione Ruffo costituisce una preziosa controparte, privata, della deflagrante produzione pubblica romana: la 'Cappella Contarelli' in San Luigi dei Francesi a Roma e la 'Cappella Cerasi' in Santa Maria del Popolo (sempre a Roma, prima della salita del Pincio). Scuri 'ingagliarditi', gestualità multidirezionale, natura nient'affatto mondata dall'Idea, orchestrazione luministica teatrale - se non cinematografica -: tutto, parla della pittura di Caravaggio dei primi anni del XVII secolo. Quel modo di dipingere così straordinariamente emulato e, al tempo stesso, ferocemente criticato, del quale lo scrittore d'arte Giovan Pietro Bellori delineò un efficace schizzo nel 1672 (Le Vite):  “Ma il Caravaggio, che così egli già veniva da tutti col nome della patria chiamato, facevasi ogni giorno più noto per lo colorito ch’egli andava introducendo, non come prima dolce e con poche tinte, ma tutto risentito di oscuri gagliardi, servendosi assai del nero per dar rilievo alli corpi. E s’inoltrò egli tanto in questo suo modo di operare, che non faceva mai uscire all’aperto del sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l’aria bruna d’una camera rinchiusa, pigliando un lume alto che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il  rimanente in ombra a fine di recar forza con veemenza di chiaro e di oscuro. Tanto che li pittori allora erano in Roma presi dalla novità, e particolarmente li giovini concorrevano a lui e celebravano lui solo come unico imitatore della natura, e come miracoli mirando l’opere sue lo seguitavano a gara, spogliando modelli ed alzando lumi; e senza più attendere a studio ed insegnamenti, ciascuno trovava facilmente in piazza e per via il maestro e gli esempi nel copiare il naturale. La qual facilità tirando gli altri, solo i vecchi pittori assuefatti alla pratica rimanevano sbigottiti per questo novello studio di natura; né cessavano di sgridare il Caravaggio e la sua maniera, divulgando ch’egli non sapeva uscir fuori dalle cantine, e che, povero d’invenzione e di disegno, senza decoro e senz’arte, coloriva tutte le sue figure ad un lume e sopra un piano senza degradarle: le quali accuse però non rallentavano il volo alla sua fama”.
Novità espositiva tutta napoletana: l’approfondimento documentario e multimediale offerto negli ambienti del Museo 'il Cartastorie', in cui è possibile visionare tre documenti originali, conservati presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, relativi al soggiorno in città di Merisi: la committenza del mercante Nicolò Radolovich per una pala d’altare (6 ottobre 1606), il pagamento per le 'Sette opere di Misericordia' (9 gennaio 1607) e una carta d'archivio, datata 11 maggio 1607, relativa alla 'Flagellazione' di Capodimonte, originariamente ubicata in San Domenico Maggiore, a Napoli, ovviamente. Qualche consiglio di lettura su questa intricata, rocambolesca avventura storico-critica novecentesca? Certamente il volume di Patrizio Aiello sulla storica mostra caravaggesca milanese (Caravaggio 1951, Officina Libraria, 2019) e quello pubblicato da Gianni Papi e Maria Sframeli in occasione del restauro e della presentazione della versione non autografa recuperata in un deposito esterno delle Gallerie Fiorentine (La 'Cattura di Cristo' da Caravaggio: un recupero per le Gallerie degli Uffizi, Sillabe, 2019). Interessante, inoltre, il 'Caravaggio perduto' di Jonathan Harr (2006), avvincente reportage sul ritrovamento della 'Cattura' di Dublino, presso il Collegio gesuita di Sant'Ignazio, qui giunto attraverso la donazione della dottoressa Mary Lea Wilson, ma fino al 1802 in collezione Mattei - dato a Honthorst a partire dagli anni ‘80 del ‘700.
Chi ancora non fosse riuscito a visitare quest'interessante mostra, si affretti: ne vale davvero la pena. Come ulteriore stimolo, la descrizione che Giovan Pietro Bellori fece dell'opera nel medaglione biografico dell’artista: “Concorsero al diletto del suo pennello altri Signori Romani; e tra questi il Marchese Asdrubale Mattei gli fece dipingere la Presa di Christo. Tiene Giuda la mano alla spalla del maestro, dopo il bacio; intanto un Soldato tutto armato stende il braccio, e la mano di ferro al petto del Signore, il quale si arresta patiente, e humile con le mani incrocicchiate avanti, fuggendo dietro San Giovanni con le braccia aperte. Imitò l’armatura rugginosa di quel soldato coperto il capo, e’ l volto dall’elmo, uscendo alquanto fuori il profilo; e dietro s’innalza una lanterna, seguitando altre due teste d’armati”. La_Cattura_di_Cristo.jpg

QUI SOPRA: LA 'CATTURA DI CRISTO' DI MICHELANGELO MERISI DETTO 'IL CARAVAGGIO'

AL CENTRO, DAL BASSO VERSO L'ALTO: UNA RECENTE RADIOGRAFIA E UN DETTAGLIO DELL'OPERA

IN APERTURA: IL CAPOLAVORO ESPOSTO A NAPOLI


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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