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21 Maggio 2019

La fotografia per un riscatto sociale

di Michela Zanarella
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La fotografia per un riscatto sociale

Sei ragazze yazide scampate agli atti di violenza del Daesh si raccontano attraverso una mostra nata da un progetto dell’Unicef: un laboratorio per rispondere al dolore della guerra con la creatività

Al ‘Maxxi’, il museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, dal 24 al 29 gennaio scorso sono state esposte 25 immagini di giovani donne del Kurdistan iracheno, ospiti del campo profughi di Khanke, nella provincia di Dohuk. L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con il ministero della Difesa e finanziata dal Governo italiano. Manal Barakat, Zina Hassan, Klood Khedada, Samia Jendo, Bushra Qasim e Khawla Shamo, attraverso l’obiettivo della loro ‘reflex’ hanno reagito psicologicamente e sono riuscite a catturare momenti di quotidianità tra le tende dove vivono, cogliendo il lato intimo delle azioni, in cui la parola ‘normalità’ non è così facile. Le ragazze, grazie a questa realtà sostenuta anche da un partner locale, l’Organizzazione per la ricerca e lo sviluppo, hanno potuto frequentare un corso per apprendere le tecniche della fotografia. Il progetto ha consentito loro di ritrovare fiducia e coraggio per affrontare con occhi diversi il futuro. Quattro di loro sono diventate istruttrici e fotogiornaliste, presentando le loro opere a conferenze e meeting internazionali. Un riscatto sociale, ma anche una sorta di resistenza a una realtà drammatica. Chi si trova nel campo è stato costretto ad abbandonare la propria casa, perché i terroristi hanno devastato tutto: luoghi, monumenti, ma soprattutto vite umane. Migliaia di donne e bambini sono stati ridotti in schiavitù. Altri, sono stati giustiziati e brutalmente uccisi. Nel mese di agosto del 2014, più di 400 mila persone della comunità ‘yazida’ sono dovuti fuggire per mettersi in salvo. Sinjar, la capitale della minoranza, è stata rasa al suolo dalle bombe dell'Is. Alcuni si sono rifugiati sulle montagne, per poi trovare accoglienza nel campo. Nonostante gli orrori, queste donne hanno avuto la forza di reagire ai traumi, riappropriandosi di consuetudini e ritmi di vita. Sono le immagini a parlare: piccoli gesti, sorrisi, sguardi. Colpisce la foto di una donna disabile che, nonostante le difficoltà, si adatta alla vita nel campo; oppure il volto di una bambina venuta alla luce tra le braccia della mamma; la giovane che lava i panni; un’altra che compra dolci per i suoi bambini. Nella comunità yazida non esiste una cultura dell’immagine: per le donne è quasi impensabile occuparsi di certe attività. Queste ragazze, sotto la pressione dei miliziani del Daesh, non hanno mai ben capito, né saputo, perché non potevano avere sogni, desideri, passioni e una vita come quella di tutti i giovani occidentali. Per loro e per gli abitanti del villaggio, avere dei sogni da realizzare era proibito, così come desiderare una vita nel rispetto della propria religione. Eppure, è un gruppo religioso che crede nella reincarnazione degli angeli, come il loro califfo e profeta, Yazid ibn Mu’awiya, che viene considerato una delle incarnazioni dei principi angelici. Gli yazidi hanno molte affinità religiose con il primo cristianesimo del patriarca di Costantinopoli, Nestore, che professava la doppia natura, divina e umana, del Cristo, che corrisponderebbe a due persone. Tale credenza venne condannata come eretica dal Concilio di Efeso nel 431 d. C. Gli yazidi hanno affinità religiose anche con lo sciismo e con il sufismo. Per queste ragioni, essi vennero accusati dall’ortodossia islamica di essere eretici. Insieme alla nazionalità curda, gli yazidi sono stati duramente perseguitati, nel corso della Storia, dagli ottomani e poi dal governo turco ‘laicizzato’. A questo popolo è stata vietata la libertà di religione e di libero pensiero. Ma nonostante questo, le sei ragazze hanno accettato la sfida e si sono messe in gioco per uscire a testa alta dalla loro condizione di ‘sfollate’. E si sentono realizzate, capite, più responsabili verso la loro gente. Nessuno meglio di loro poteva raccontare la storia di un popolo che soffre. Una mostra che ha rappresentato un piccolo passo per il recupero della normalità e per l’emancipazione femminile, verso uno spiraglio di luce per il domani.

Photographs of life in Khanke camp by yezidi girls
Mostra fotografica al Maxxi
Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Via Guido Reni 4A - 00196 Roma

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