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10 Agosto 2020

La solitudine dell’arte e noi

di Alessandro Bertirotti
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Che non si sia mai saputo cosa si intenda per arte non è cosa nuova. In ogni epoca, abbiamo persone, esperti e critici, che ci dicono cosa effettivamente si debba intendere con questa parola.

È comunque un dato di fatto che la sua manifestazione è antica quanto l’Homo, nel senso che il Sapiens sapiens comincia ad incidere i suoi primi graffiti sulla roccia intorno a 35 mila anni fa, dando l’avvio allo sviluppo del disegno prima e della scrittura successivamente.
Insomma, possiamo dire, in ottica antropologica, anche se non ancora in senso estetico, che l’arte emerge nelle azioni umane come segno, direi di più: come volontà di utilizzare dei segni per raccontare qualcosa di se stessi, della propria vita. In questo significato, la questione del bello e della bellezza nell’arte non interviene ancora, e possiamo persino credere di essere generalmente tutti d’accordo sulla questione, sino a questo punto.
Sempre in ottica antropologica, ogni segno che l’Uomo lascia della sua esistenza, sia per i contemporanei che per i posteri, può essere considerato tanto una rappresentazione di quello che egli stessi crede sia la sua vita, quanto un desiderio di quello che invece vorrebbe la sua vita fosse.
Ed anche qui, la bellezza non entra ancora in gioco, anche se le cose si sono decisamente complicate. Eh, sì! Se questo è vero, come lo è dal punto di vista psicologico ed antropologico per qualsiasi azione umana disegnata oppure scritta, non siamo nelle condizioni di sapere esattamente dove termina la realtà mimetica rappresenta nei segni e inizia la realtà immaginata e rappresentata negli stessi segni. Si tratta di campi di esplorazione cognitiva, ossia della mente umana, legati al concreto che si vuole imitare e all’astratto che si vuole raggiungere.
Bene, partiamo allora da qui, da queste considerazioni di base, per valutare ora che cosa potrebbe essere per noi una manifestazione artistica.
Innanzi tutto, dovrebbe avere una forte efficacia ed efficienza comunicativa, proprio perché dovrebbe essere nelle condizioni di modificare qualche cosa del nostro modo di pensare, altrimenti la sua utilità cognitiva diminuirebbe vertiginosamente; in secondo luogo, dovrebbe essere, il fenomeno artistico in sé, un vero e proprio luogo nel quale si incontrano due intenzioni umane importantissime: quella dell’artista e quella del fruitore, i quali, entrambi, si trovano nella condizione di dire a loro stessi che si trovano di fronte ad un’opera artistica. Ossia, le loro intenzioni combaciano e non abbiamo il caso in cui un artista espone una sua opera di fronte a fruitori che desiderano fare, in quella esposizione, una gita in barca. Per la gita in barca, vi sono le “intenzioni” del mare e non dell’artista esposto. La situazione cambia, se l’artista espone un quadro, oppure una qualsiasi opera, nella quale si ammira quello che può accadere se si fa una gita in barca.
Ecco che cosa sono le intenzioni fra due persone, oppure gruppi di persone: sono gli elementi psico-antropologici primigeni grazie ai quali stabiliamo che le relazioni umane possono avere un significato condivisibile.
Dunque l’arte si sviluppa come un luogo affettivo in cui si intersecano le intenzioni dell’artista con quelle del fruitore, e così ci insegna Richard Wollheim, spentosi a Londra nel 2003, uno dei più importanti filosofi contemporanei che si sia occupato di “questione artistica”. Senza intenzioni, anche dislocate nel tempo in maniera diversa, come il trovarsi di fronte al David di Michelangelo dopo cinquecento anni di apparente mortalità, non si costruisce nulla in questa vita, nessun dialogo interpersonale.
Ecco perché siamo una società in crisi: perché vi è poca arte e nessuno parla diintenzioni verso la bellezza dei significati condivisi e questa crisi dovrà essere risolta ricordando Dostoevskij quando diceva che il mondo sarebbe stato salvato, appunto, dalla bellezza.
Eppure, mi chiedo oggi: vi è ancora qualcuno che ci dica di investire sull’arte, specialmente noi italiani, perché è il vero motore del cambiamento, dell’innovazione e dell’impresa italiana?
Lascio a Noi la risposta. (www.affariitaliani.it)


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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