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23 Settembre 2020

Il tedesco dei Paesi Bassi

di Giuseppe Lorin
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Il tedesco dei Paesi Bassi

Fino al 26 febbraio 2017, la grande mostra dell’autunno di Palazzo Reale, a Milano, in cui Pieter Paul Rubens è protagonista indiscusso di una ‘poetica artistica’ che ha attraversato influenze classiche, il rapporto con l’arte italiana, la relazione con alcuni artisti suoi contemporanei

Figlio di un rifugiato politico fuggito dai Paesi Bassi, Pieter Paul Rubens nacque il 28 giugno 1577 a Siegen, in Germania. Alla morte del padre apprese i primi rudimenti della pittura ad Anversa, nel Belgio settentrionale: la città più importante della regione delle Fiandre. La madre, Maria Rubens, lo affidò a un parente: il pittore paesaggista Tobias Verhaeght. Nel 1593 entrò nella bottega di Adam van Noort e, un anno dopo, in quella di Otto van Veen, che doveva restare il suo vero maestro per quattro anni. Ovvero fino a quando Pieter Paul Rubens, forte dei suoi apprendimenti, aprì ad Anversa una bottega tutta sua e vi accolse degli scolari. Ma già nel maggio del 1600, il pittore si accinse a un viaggio in Italia, che si prospettava piuttosto lungo. In luglio, a Venezia, incontrò Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova, che lo volle suo pittore di corte. Nel marzo 1603, il pittore fu mandato dal duca a Madrid, per accompagnare una raccolta di opere d’arte e di gioielli in dono al re di Spagna e al suo ministro, il duca di Lerma. Dopo aver dipinto il ‘trittico’ offerto da Vincenzo Gonzaga per la chiesa della Trinità, a Mantova, nel 1605 l'artista si mise in viaggio per un più lungo periodo di studio e approfondimento a Roma. Nell’estate del 1606 entrò in contatto con gli oratoriani di San Filippo Neri, per la commissione dell’altare maggiore nella chiesa romana di Santa Maria in Vallicella, costruita da poco. Frattanto, a Genova aveva dipinto, nella chiesa di Sant’Ambrogio, una pala d’altare offerta da Niccolò Pallavicino, marchese di Busseto, figlio di Oberto e Caterina di Marsilio Rossi. È proprio di questi giorni, fino al prossimo 26 febbraio 2017, la grande mostra dell’autunno di Palazzo Reale, a Milano, dove Pietro Paolo Rubens è il protagonista indiscusso di una parabola di sviluppo di una ‘poetica artistica’ che ha attraversato influenze classiche, il rapporto con l’arte italiana e la relazione con alcuni artisti suoi contemporanei, conosciuti durante i suoi soggiorni nel nostro Paese. Viaggi dai quali si evince la centralità dell’Italia nello sviluppo della Storia dell’arte. È a Rubens che si devono i primi segnali del Barocco, che poi si diffuse in espressioni altissime in ogni regione d'Europa. Fu da questi prodomi che, dopo il proprio ‘insegnamento’ di stile, si diede spazio alla trovata artistica ‘rococò’ della piazza di Sant’Ignazio a Roma, con le splendide quinte teatrali rappresentate dalla via e dal vicolo de’ Burrò, che venne in seguito ampliata dal 1727 in poi. I suoi rapporti con Genova, Mantova, Venezia e Roma, senza dimenticare Fermo, per l’opera commissionata sempre dagli oratoriani, ‘Adorazione dei pastori’ e che si trova nel Museo civico, ci permettono di ricostruire quella sua passione che lo legò così profondamente alla cultura italiana, sino al punto di rappresentare il tratto d’identità per tutta la sua produzione successiva. Ricordiamo, per esempio, l’olio su tela ‘Romolo e Remo allattati dalla lupa’, che oggi è il prestigio della Pinacoteca capitolina. Sul finire di ottobre del 1608, una grave malattia della madre lo richiamò ad Anversa, ma la trovò già morta quando arrivò. Rubens non tornò più in Italia: nel settembre 1609, gli arciduchi Alberto e Isabella, governatori dei Paesi Bassi, lo chiamarono come loro pittore di corte. In una lettera del maggio 1611, egli stesso afferma che la sua bottega di Anversa “è talmente sovraffollata di discepoli che ho dovuto respingere più di cento nuovi aspiranti alla pittura”. Nello stesso anno, compì il ‘trittico’ dell’Elevazione della croce per la chiesa di San Walburgis, ad Anversa, seguito dalla 'Discesa della croce' sempre per la cattedrale della sua città. Sposatosi nell’ottobre 1609 con Isabella Brant, nel gennaio 1611 acquistò un appezzamento di terra, sul quale eresse la propria casa. A partire dal 1617, Anthonis van Dick lavorò nella sua bottega come aiuto e, per lui, completò numerose opere. Nel marzo 1620, Rubens ebbe la commissione di 39 dipinti per il soffitto della chiesa dei Gesuiti ad Anversa. Due anni dopo, la regina di Francia, Maria de’ Medici, lo chiamò a Parigi e progettò con lui la realizzazione di 22 grandiose tele, destinate a decorare una Galleria del Palazzo di Lussemburgo e a celebrare il periodo della sua reggenza. L’impresa fu portata a termine nel febbraio del 1625. Negli anni successivi, alla morte della moglie, Isabella Brant, Rubens si dedicò all’attività politico-diplomatica: al servizio dell’arciduchessa Isabella, trattò con il Governo inglese per una pace tra Inghilterra e Spagna; nel luglio 1628 fu chiamato dal sovrano spagnolo a Madrid, per riferire sui fatti avvenuti; nell’aprile del 1629, Filippo IV lo inviò a Londra per concludere il trattato. E alle amenità conferitegli dal sovrano di Spagna, si aggiunsero le dignità del re d’Inghilterra che, dopo la conclusione della pace raggiunta, nominò l’artista ‘Cavaliere’ del regno. Carlo I incaricò, inoltre, Pieter Paul Rubens di decorare i soffitti del suo salone di rappresentanza, la Banqueting Hall, nella Whitehall di Londra, con una serie di dipinti allegorici che il pittore terminò nel 1635. Intanto, nel dicembre 1630, il grande pittore convolò a nuove nozze con la sedicenne Hélène Fourment e, nel 1634, stese i primi ‘abbozzi’ della decorazione per l’entrata trionfale ad Anversa del cardinale, infante di Spagna, Ferdinando. Nel 1636 ebbe il suo ultimo grande e importante incarico: il sovrano di Spagna gli ordinò una serie di scene mitologiche per il suo castello di caccia, la ‘Torre de la parada’. Poiché già all’inizio del suo ultimo decennio di vita l’artista soffriva di intermittenti attacchi di artrite gottosa alle mani, l’esecuzione di quest’ultimo ciclo fu affidata, in misura maggiore che nelle opere precedenti, alla mano di scolari e collaboratori. I quadri giunsero a Madrid nell’aprile del 1638. Nei due anni successivi, gli attacchi del male si trasformarono in artrosi deformante, con picchi frequenti e acuti. La sua ultima lettera è datata 6 maggio 1640; il suo testamento è del 27 maggio del medesimo anno. Tre giorni dopo, il grande precursore del Barocco morì ed ebbe sepoltura nella cappella che si era fatto costruire nella chiesa di San Giacomo, ad Anversa, dietro all’altare maggiore. I concetti di ‘virtù’, ‘onore’, ‘grandezza’ e ‘gloria’ sono l’essenza della ‘pittura rubensiana’, valori che oggi possono sembrare discutibili in mezzo alle inquietudini della nostra epoca. In ogni caso, rcordiamo che la mostra ‘Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco’ è a Milano, a Palazzo Reale, fino al 26 febbraio 2017, a cura di Civita Mostre.

    

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