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1 Ottobre 2020

Baby squillo: sfruttamento o facile guadagno?

di Carla De Leo
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Baby squillo: sfruttamento o facile guadagno?

Negli ultimi tempi, si sta diffondendo a macchia d’olio un fenomeno che attira molte proteste e tanta indignazione: quello delle ‘baby squillo’. Sfruttamento e ricatto i ‘moventi’ che più frequentemente spingono le minorenni a prostituirsi. Ma c’è solo questo, oppure è in atto un cambiamento sociale in cui è confluita l’idea che ‘lavorare’ con il proprio corpo garantisca facili e veloci guadagni? 

Dall’inchiesta del Nucleo investigativo di Roma, avviata dopo aver scoperto un consistente giro di prostituzione minorile, sta venendo a ‘galla’ veramente di tutto: droga, sesso di gruppo, scambi di coppia, vacanze, regali e viaggi con rimborso spese. Ma anche istigazione alla prostituzione, per opera di altre ragazze minorenni. E persino i ricatti della madre di una delle minorenni, per costringere la figlia a prostituirsi. Intercettazioni telefoniche e ‘sms’ stanno, poco a poco, svelando i retroscena di un circuito a luci rosse che fa muovere molte ragazzine e diverse migliaia di euro. E non solo nella capitale. Quella che sta venendo alla luce è una condizione generale che si verifica, con dinamiche simili, in tutto il Paese. Il fenomeno si sta svelando variegato nella sua ‘organizzazione’ e non circoscritto, come dimostra il caso delle due ragazze quattordicenni de L’Aquila, vendutesi per una ricarica telefonica. La vicenda sta avendo ripercussioni molto ‘rumorose’, soprattutto da parte di un’opinione pubblica indignata e fortemente preoccupata per questi spaventosi fatti, avvenuti sotto gli occhi di tutti. Dei clienti sappiamo che, nonostante appartengano a diverse classi sociali, sono persone le quali godono di una condizione economica sicuramente agiata, poiché hanno potuto disporre della possibilità di pagare un incontro sessuale anche 150 euro. Disponibilità che poteva salire fino a 2 mila euro qualora la richiesta della prestazione si fosse allargata all’intera giornata. Senza dimenticare il ‘prezzario’, che stabiliva le tariffe per ogni genere e tipo di ‘sollazzo’: 500 euro per un’ora con due ragazze; 300 per un rapporto orale; prezzo da definire con chi non volesse far uso del profilattico. Ma non solo: dai tabulati telefonici e degli ‘sms’ sono emersi anche altri dettagli, che fanno comprendere il livello sociale dei clienti: gite in barca, borse firmate, viaggi di settimane ‘tutto incluso’ (mille euro al giorno, più vitto e alloggio) come riconoscimenti ‘extra’ alle ragazze. Un modo gentile di ringraziare, offrendo momenti di relax, svago e divertimento. Nonostante la lista degli indagati si sia già ingrossata, uno dei punti dolenti della questione risiede nella possibilità di stabilire se i clienti fossero al corrente della reale età delle prostitute. Tutti, infatti, al fine di discolparsi da un reato più grave del solo favoreggiamento della prostituzione, hanno dichiarato di non sapere, nel momento in cui veniva consumato il rapporto sessuale, che le ragazze fossero minorenni: difficile da credere, altrimenti non sarebbe stato possibile ricorrere al ricatto nei confronti delle ragazze. Come dimostrato dai casi in cui il possesso di ‘documentazione’, foto e video hard, ottenuta riprendendo di nascosto gli incontri abbia reso i clienti più ‘forti’, nella consapevolezza di poter ricattare le ragazze: minacciando la diffusione in internet delle immagini qualora non avessero accettato la cifra offerta per il ‘silenzio’, hanno estorto loro denaro oltre a nuovi favori sessuali. Ma come è possibile che delle bambine si ritrovino già avvinghiate in giri di prostituzione, ricatti e droga? Come si fa ad avere, in un’età in cui, tutt’al più, si dovrebbe fantasticare sul principe azzurro o sul primo ragazzino che fa battere il cuore, degli enormi scheletri nell’armadio, tali da provocare la paura di essere scoperte, facendo quindi cedere alle minacce? Lungi dal voler difendere una situazione che deve essere combattuta con tutti i mezzi possibili e lontani dall’emettere giudizi morali, riteniamo si debbano mettere in luce una serie di fattori ‘complementari’, che stanno anch’essi emergendo dall’evolversi delle indagini sulla vicenda. Ci riferiamo al fatto che, come testimoniato nei vari interrogatori, molte di queste ragazze minorenni hanno ammesso di essere finite nel ‘circuito’ in seguito ad atteggiamenti provocatori e sconsiderati dietro i quali, almeno agli inizi, non v’erano altre menti all’infuori delle loro. Molti clienti, alcuni dei quali divenuti successivamente ‘protettori’ o ‘soci’ in affari, hanno infatti contattato le ragazze dopo (e non prima) aver visionato alcune foto che le ritraevano in atteggiamenti e pose sexy, postate sui siti di incontri online. E, dispiace doverlo far notare, ma quelle immagini non le hanno certo divulgate i clienti. Fermo restando che le ragazze abbiano perso il controllo della situazione, il fatto che, inizialmente, la loro partecipazione e consapevolezza fosse ‘attiva’ insinua un dubbio e fa sorgere una domanda: sfruttamento e ricatto sono i soli ‘moventi’ che spingono le minorenni a prostituirsi, oppure è in atto un cambiamento sociale in cui è confluita l’idea che ‘lavorare’ con il proprio corpo garantisca facili e veloci guadagni? Lo abbiamo chiesto al professor Renato Fontana, ricercatore e docente di sociologia all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, autore di diversi e autorevoli contributi sul tema della prostituzione.

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Professor Fontana, come e dove si inquadra il fenomeno delle ‘baby prostitute’?
“In qualità di ricercatore è di mio interesse cercare di capire come sta cambiando la figura della prostituta e il mondo dei suoi abitanti. Nel caso in questione, infatti, occorre capire se, per esempio, una ragazza di 14 anni che si prostituisce può essere definita una ‘prostituta’. Io credo di no. Ma, al momento, non abbiamo ancora a disposizione un nome o una definizione per inquadrare il fenomeno. Non esiste un termine che indichi questa figura. E occorre avere un nome per capire di cosa si sta parlando, quali sono le ragioni e i bisogni di un operato. Se avessimo un nome, riusciremmo a saperne un po’ di più e a inquadrare meglio il fenomeno e le sue dinamiche. E non esistono nemmeno ricerche esaustive per tratteggiare un profilo sociale di questo gruppo di persone. Se noi non riusciamo a dare un nome ai soggetti e ai fenomeni, siamo destinati a non conoscerli e a non capirli".

Ma come è possibile che delle adolescenti, anzi delle bambine, possano scegliere di prostituirsi? Dobbiamo ormai arrenderci al cinismo dilagante?
"Credo che queste ragazze ‘scelgano’ di fare quest’esperienza poiché la vivono come un’esperienza ‘a tempo’, tesa cioè a ottenere dei benefici immediati senza dover mettere in campo prospettive, impegni o progetti. Sicuramente, c’entra anche il bisogno di sperimentare, di provare nuove esperienze, di sentire nuove emozioni. La noia, del resto, implica anch’essa degli esiti imprevedibili. Mentre, negli anni passati, chi era costretto a prostituirsi lo faceva controvoglia e, in genere, continuava a farlo per tutta la vita, oggi quest’esperienza viene vissuta a tempo determinato. Anche perché, alla base di scelte simili, non ci sono necessità contingenti o primarie. Inoltre, la ‘flessibilità’ nella quale viviamo ci consente di avere più di una identità contemporaneamente. Infatti, stiamo parlando di ragazze che, allo stesso tempo, sono figlie, studentesse, giovani ‘disinvolte’. E non si fanno molti problemi nell’assumere tali distinte identità. Occorrerebbe vedere questa situazione un po’ in ‘controluce’, per capire quale sia il quadro generale, storico, sociale, culturale entro il quale si iscrive questa brutta storia. Che può chiamarsi consumismo, rilassatezza di un certo sistema di valori, nuove povertà culturali. Ci sono tanti termini che potrebbero chiarire meglio quello che sta succedendo. Certamente, oggi si risente dei condizionamenti dovuti a una società complessa, all’insegna dell’incertezza e dell’estemporaneità delle esperienze, che scivolano addosso senza più toccare le coscienze”. 

Secondo lei, questo rilassamento di valori sta attuando un cambiamento sociale che porta a identificare la vendita del proprio corpo con l’opportunità di avere facili e veloci guadagni?
“Sicuramente, la prostituzione è un fenomeno sociale che, oggi, possiede dei connotati diversi rispetto al passato. Accanto alla prostituzione ‘convenzionale’ è sorta una tipologia di prostituzione ‘non convenzionale’. Come quella che stiamo analizzando, ancora tutta da scoprire e da esaminare, dal punto di vista di un ricercatore o di un osservatore sociale che intende comprendere la dinamica e i contenuti di questo fenomeno. Evitando giudizi di valore, è abbastanza chiaro che anche le vittime hanno una parte ‘attiva’, più o meno inconsapevole. E questa parte è ascrivibile al fatto che oggi il corpo ha assunto un significato diverso, così come un significato diverso assume anche la mercificazione di ogni bene e di ogni prodotto. Il fatto che oggi si possa consumare tutto ciò che è alla nostra portata è, chiaramente, uno di quei fenomeni che spinge nella direzione del venderci. Ma non soltanto di vendere il nostro corpo, come nel caso della prostituzione minorile, ma anche le nostre idee, di offrirle sotto una luce accattivante, se non addirittura ‘ammiccante’, al fine di presentarci in modo tale che l’altro possa valutare quanto siamo belli, quanto siamo bravi, quanto siamo buoni. È una specie di circuito globale, che ha reso il marketing una strada obbligata per tutti”.

Quali sono le premesse sociali da cui ‘nascono’ ragazze così smaliziate già a 15 anni, almeno nella consapevolezza che, adottando alcuni comportamenti e abbracciando alcune scelte, attireranno un vasto pubblico di clienti?
“Nel caso della prostituzione minorile, credo che le ragazze siano ‘spinte’, da una parte, dalla molla del consumismo. Dall’altra, dal bisogno di ottenere subito - e a qualunque prezzo - le cose. Ovviamente, c’è anche un problema di ‘debolezza etica’, di tutto un sistema di valori che cambia e nel quale le nuove generazioni si riconoscono a malapena, di mancanza di una struttura di personalità e di una coesione sociale che porti queste persone ad apprezzare il tempo dell’attesa e il tempo di raggiungimento degli obiettivi, i quali dovrebbero essere guadagnati giorno dopo giorno, com’è stato per le generazioni precedenti. Quella attuale è una società ‘usa e getta’. Il tempo della conquista delle cose a ‘tappe’ e il tempo dell’attesa non è più un valore. Noi vogliamo avere tutto e subito. Viviamo in quella che è stata definita la società del ‘Just in time’ (letteralmente: ‘Afferra il momento’, ndr), una società che nasce dall’idea di flessibilità, di continuità, di capacità ad adeguarsi, di volta in volta, alle situazioni date. Sotto il profilo sociologico, l’uomo ‘flessibile’ vuole raggiungere tutto e subito ed è disposto a ottenerlo con qualunque mezzo. Queste ragazze certamente non si autoriconoscono nella figura della prostituta. Sono, piuttosto, delle ragazze che fanno esperienza di prostituzione ‘a tempo determinato’, per ottenere alcuni privilegi immediati. Poi, la loro prospettiva di vita e il loro percorso procede, magari, da tutt’altra parte. Quindi, questa è una ‘figura’ sociologicamente del tutto nuova, rispetto a quella che, tradizionalmente, viene considerata la prostituta. Una figura che nasce da una società complessa, dal bisogno di consumare e di ottenere ciò che si desidera. Afferrare il momento, in una simile interpretazione è divenuto un modo completamente distorto di applicare il concetto ‘oraziano’ del “Carpe diem”. Il ‘Just in time’ non inneggia, infatti, a cogliere l’attimo fuggente, a vivere a fondo la vita, ad assaporarne tutti i momenti, anche i più fugaci, perché questi non ritorneranno. Questo concetto significa esattamente l’opposto: appiattisce le dimensioni sostanziali della vita inducendo a vivere giorno dopo giorno, senza una prospettiva di lungo termine o un percorso che porti le persone a realizzare i loro progetti o a costruire identità. E queste ragazze, essendo giovanissime, sono più a rischio di altri. In qualche misura, vedo delle somiglianze con il ‘moderno’ lavoro minorile, quello cioè che si svolge nei Paesi occidentali, nei Paesi ricchi e avanzati. Qui, il lavoro minorile è sospinto non da un effettivo bisogno di mangiare o di soddisfare delle necessità primarie, ma dal mero possesso dei beni, come il motorino nuovo o il cellulare di ultima generazione. In entrambi i casi, i minorenni ‘si attivano’ non per bisogno, ma per poter consumare e possedere beni che li facciano sentire di essere nel ‘gruppo dei pari’ e di appartenere alla stessa specie”.

E cosa può spingere, invece, una madre a spronare la figlia a vendere il proprio corpo? Qualcuno ha avanzato l’ipotesi della crisi economica: lei condivide questa tesi?
“Sicuramente, la crisi economica può essere una forte e significativa ragione per esporsi in questo modo. E non riguarda solo le persone direttamente interessate, ma anche il circuito familiare e, soprattutto, il rapporto con la madre. La debolezza dei valori, da una parte, e questa prepotenza del bisogno di consumo dall’altra non influenza solo i giovani in senso stretto, ma anche le generazioni più avanzate, come quella dei genitori. La spiegazione, infatti, non può risiedere solo nella dimensione e nel bisogno economico: lo testimonia il fatto che i casi in questione riguardano famiglie ‘al contrario’, che cioè dispongono di un reddito e di un tenore di vita abbastanza elevato. La motivazione, pertanto, risiede da un’altra parte: nel riuscire ad avere le cose, nell’avere piuttosto che nell’essere. Anche a costo di spingere un figlio a prostituirsi”.

Se il corpo è divenuto una merce qualsiasi, governato dalle stesse regole della domanda e dell’offerta tipiche del mercato, ciò equivale anche ad affermare che le minorenni hanno saputo ‘intercettare’ una domanda? 
“È difficile rispondere a tale quesito. Io penso che non vi sia un’unica verità. Probabilmente, le ragazze, che nel caso in questione rappresentano l’offerta, hanno intercettato una domanda di mercato, cioè un pubblico di persone che le usa, le desidera e vuole ‘usufruire’ dei loro ‘prodotti’. Nello stesso tempo, però, la domanda ha alimentato un’offerta, perché la platea di pubblico ricettiva a questo tipo di ‘beni’ è divenuta davvero vasta. Il mercato del sesso è divenuto paragonabile al mercato del lavoro proprio perché, come quest’ultimo, nel tempo è diventato più eterogeneo rispetto al passato, sia nelle forme, sia nei contenuti: più ricco, più vasto, più variegato. Nonché più intrigante, meno legato a forme etiche e valoriali. Oggi, ci si vende in modo molto più disinvolto”.

Questi criteri sono applicabili anche ai ‘consumatori’, ovvero ai clienti che comprano il bene usufruendo del prodotto dell’offerta? 
“Assolutamente sì, perché anche la domanda (i clienti, appunto) è diventata più esigente e ‘mirata’, chiede prestazioni specifiche, ‘ad hoc’. Così come accade per la domanda di lavoro per opera di aziende o di imprenditori, che richiedono figure professionali sempre più specialistiche o, per esempio, contratti che durino un tempo prestabilito per la realizzazione di un determinato progetto, allo stesso tempo i clienti del mercato del sesso chiedono prestazioni che in altri modi non possono ottenere, cioè prestazioni ‘mirate’. Questo mercato offre maggiori possibilità di scelta. E tutto resta alla ‘luce del sole’: basta navigare su internet o andare dal giornalaio per accorgersene”.

E il cliente, invece, cui nemmeno la paura di un arresto lo porta a frenarsi? Come si pone dal punto di vista sociale?
“Io lo spiegherei con il fatto che il cliente fruisce di una tastiera di possibilità molto più variegata, sia rispetto alle persone che si prostituiscono, sia in relazione agli oggetti, agli strumenti e alle modalità. Quindi, anche il caso di queste ragazzine costituisce un ulteriore tassello che si aggiunge al convoglio di opportunità che la domanda può utilizzare per soddisfare i suoi bisogni e i suoi desideri. La domanda usa ‘tutta’ l’offerta. Il fatto che poi molti possano essere affascinati dai rischi che si corrono potrebbe spiegarsi con l’adrenalina causata dal pericolo dell’illegalità. L’illecito è più desiderabile delle altre cose. E questo tipo di esperienza è avvertita come una ‘sfida’ contro il sistema e contro la legalità, dunque risulta più esaltante. C’è confusione nella ricerca della verità: qui non c’è vittima e non c’è carnefice, poiché non esiste una sola e unica verità. Le ragazze sono confuse e i clienti approfittano di questa confusione. Ed è proprio la confusione a generare ambiguità, lo strumento forse più importante in questo genere di vicende”. (tratto da www.laici.it)


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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