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1 Ottobre 2020

Gli Stati membri devono aiutare la Francia. A patto che…

di Gaetano Massimo Macrì – gmacri@periodicoitalianomagazine.it Twitter @Gaetanomassimom
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Cosa prevede la clausola citata da Hollande, all’indomani delle stragi di Parigi? Quanto conta quest’obbligo dell'Unione europea di soccorrere una singola nazione dopo un attacco terroristico? Intanto, ci sarebbero i 'Battlegroups', ma è difficile trovare una decisione comune per farli intervenire

Hollande.jpgNon si è rivolto alla Nato, Hollande, come sarebbe normale per gli Stati che vi aderiscono - la Francia è tra quelli - nel momento del bisogno. E il momento del bisogno, dopo l’attacco terroristico di venerdì 13 novembre, sembrerebbe arrivato. Il presidente francese  ha indirizzato le sue parole, invece, direttamente all’Ue, rifacendosi alla “clausola di difesa collettiva”, contenuta nel punto 7 dell’articolo 42 del Trattato dell’Unione europea (TUE). In base alla suddetta clausola: “Qualora uno Stato membro subisca un'aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”. Si tratta di una delle novità introdotte col Trattato di Lisbona del 2007, che ha modificato la vecchia politica europea di sicurezza e difesa (PESD) nata in seno al Trattato di Colonia del 1999, con la attuale politica di sicurezza e difesa comune (PSDC). Tra le novità introdotte ci sono i cosiddetti “Battlegroups”, un esercito europeo ad azione rapida. Una sorta di milizia dell’Ue che ogni tanto qualcuno chiama in causa, auspicandone una realizzazione come necessità per la difesa dell’Unione. Questi battlegroups, sono un piccolo gruppo di soldati (1500 uomini) che, per provenienza, appartengono ai vari Paesi membri. Pochi ma buoni, parliamo di fanteria, artiglieria, mezzi blindati, gente, insomma, addestrata e capace di un pronto intervento. Per capirci, dal momento in cui parte l’ordine politico di intervento, il gruppo è in grado di essere dispiegato in 15 giorni e andare avanti per qualche mese, il tempo necessario all’Ue di decidere come procedere, se per via diplomatica o rafforzare lo schieramento, magari con una forza internazionale. Un sistema efficace, sembrerebbe. Rapido nell’azione quanto nel finanziamento. Servono soldi, tanti e subito, se si vuole quel tipo di reazione. Tant’è vero che il denaro (pubblico) per le sue missioni (finora ipotetiche, perché mai avvenute) proviene da un sistema di finanziamento denominato, nemmeno a farlo apposta, Athena (come la dea greca della guerra, della giustizia, della strategia militare). Per dovere di cronaca, va detto che solo la Danimarca non partecipa al programma, in quanto non prende parte alle azioni Ue implicate nella difesa. I fondi sono già stanziati, per cui occorre solo trarli dal fondo Athena all’occorrenza. I tagli alle spese per la difesa, tuttavia, hanno ridotto il numero dei battaglioni di Battlegroups che rimangono in stand by, 24 ore su 24: sono passati, infatti, da due a uno solo. Detto ciò, l’idea non è mai stata messa in pratica, dicevamo. Perché? Per via della decisione da prendere, cioè se intervenire o meno direttamente con quelle truppe. Spetterebbe ai membri Ue farlo, ma come si sa, ogni Paese ha una sua linea di politica estera e di difesa, figurarsi se possono mettersi d’accordo per un sì all’intervento dei Battlegroups. Ragion per cui, in pratica, ancora ognuno fa come vuole ed è per questo che dovrebbe ancora valere e di fatto vale, nei casi di rischio di terrorismo (ma non solo) la Nato. Invece, il presidente Hollande, parlando alla stampa, chiama in causa direttamente l’Unione. Lo può fare, in base alle nuove norme. Come dicevamo, dopo il Trattato di Lisbona, si è cercato di spingere sul binario di una difesa comune. E, a parte l’idea dei Battlegroups, sono state inserite due clausole importanti in tal senso. La prima l’abbiamo citata per intero. La seconda riguarda la “clausola di solidarietà”, secondo cui gli Stati membri, in caso di attacco terroristico a uno di essi, dovrebbero agire in via solidale.  Anche qui, però, ci sono dei limiti. Se la decisione da prendere implica il settore della difesa, serve l’unanimità del voto, altrimenti non se ne fa nulla. In pratica, se un paese fosse sotto attacco terroristico, gli altri stati membri, pur tenuti al rispetto della clausola di solidarietà, non potrebbero intervenire se non senza una decisione unanime, a patto che si tratti, ripetiamolo, di intraprendere azioni implicanti il settore della difesa. Per il resto, vale il voto a maggioranza qualificata. Va da sé, che questa clausola richiederebbe un procedimento complesso e più lungo. Ed è il motivo per cui Hollande, nel suo discorso, non vi ha fatto riferimento, appellandosi, invece, soltanto a quella clausola dell’articolo 42.7 del TUE. Cerchiamo di capire meglio a quali obblighi esso porti. In base al suo dettato, in seguito, per esempio, a un attacco terroristico, gli altri Paesi membri dovrebbero intervenire, purché non si pregiudichi la loro politica di sicurezza (pensiamo, per un esempio facile, agli stai neutrali). Né, ancora, l’adempimento di questa clausola  può contrastare con l’appartenenza di uno Stato alla Nato, per la qual ragione, essendo membro dell'alleanza atlantica, rimane sotto la sua egida, affidandogli l’azione di ‘difesa collettiva’. In altri termini: chi è membro Nato ha già un esercito su cui basarsi. Vale, dunque, il punto 7 dell’articolo 42, ma valgono soprattutto gli impegni assunti con l’Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico. Detto così, il quadro sembrerebbe confuso. E, nei fatti, lo è. Come risponderanno i 27 all’appello di Hollande? Vedremo nei prossimi giorni. L’Europa, intanto, per bocca del suo alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha fornito il proprio assenso. Sarebbe la prima volta che accade. “La Francia ha chiesto l’attivazione di un articolo mai utilizzato prima e la Ue, unita, per voce dei suoi ministri della Difesa, ha risposto sì”, ha dichiarato l’alto rappresentante, che ha poi precisato come il citato articolo 42.7 “comporti una assistenza bilaterale e non una missione di difesa comune”. In sostanza, Parigi potrà richiedere a ogni Stato membro, attraverso degli incontri bilaterali, una collaborazione alla lotta che ha deciso di intraprendere. Collaborazione che potrà essere data non necessariamente con Forze armate.
Quel che appare evidente, alla fine, è che in base a queste ultime decisioni europee, l’Is o Daesh che dir si voglia, dovrebbero essere considerati come entità statali, dal momento che le norme citate si riferiscono a una difesa contro Stati, non contro singoli individui o gruppi. Insomma, non chiamatelo più terrorismo. L’importante è dirlo chiaramente. Vedremo cosa risponderanno i singoli Stati a Parigi, ma ancora una volta, a una prima impressione, c’è che la Ue sembra non essere dotata di una capacità decisionale, lineare e rapida, comune. Semplicemente, non è uno Stato o un insieme di Stati che si riconoscono sotto una bandiera. Nemmeno il terrore di questi gironi è riuscito a modificare questa situazione.


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