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2 Ottobre 2020

Detenuti in attesa di riforma

di Gaetano Massimo Macrì
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Detenuti in attesa di riforma

La condizione carceraria nel nostro Paese è drammatica. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, l’associazione onlus che da anni monitora la situazione dei penitenziari italiani cercando di sensibilizzare l’attenzione sul tema dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, sono 21 mila i detenuti in ‘eccesso’ nei 206 istituti di pena, con un tasso medio di sovraffollamento del 150%. E proprio il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie e le morti ingiustificate (89 dall’inizio dell’anno, di cui 31 suicidi) tratteggiano un quadro allucinante di un problema che, nonostante le denunce, non solo di Antigone, rimane ancora irrisolto e, di fronte al quale, spicca l’irriverenza di una classe politica che tutto ha fatto fuorché trovare una soluzione.
I volontari di Antigone hanno il permesso del ministero della Giustizia per entrare fisicamente nelle carceri. Quindi, sono perfettamente in grado di osservare la situazione e renderne conto in tempo reale. Si scopre così che nel carcere di Regina Coeli, a Roma, attualmente risultano 1.044 detenuti a fronte di una capienza di 600 posti, mentre i dati ufficiali ne certificano 900 poiché non tengono conto della recente chiusura di una sezione della struttura. Sono molti altri gli istituti carcerari che nell’ultimo anno hanno subìto chiusure di aree (i detenuti che vi alloggiavano sono stati spostati altrove). Il problema degli spazi negli istituti detentivi è una costante in continuo peggioramento. Tanto che, per tentare di contenerlo alcune strutture hanno cercato di recuperare ‘nuovi’ spazi recuperandoli dalle aree riservate alle attività ricreative, o quelle utilizzate per la degenza medica. Persino le aree in condivisione, fondamentali per chi vive in condizioni di grande ristrettezza di movimento, sovente vengono utilizzate per ‘ammucchiare’ i reclusi. In molti casi, si sta in otto, anche dieci persone in una cella. Questo costringe i detenuti a dividersi: chi sui lettini, chi in piedi, dato che per tutti lo spazio è insufficiente. In carcere sono vietate le scale (per salire sulle brande superiori bisogna arrampicarsi sugli altri), e in alcune strutture i water sono ‘a vista’. Restare fermi in uno stesso luogo, angusto, dopo 24 ore costringe i più a fare uso di tranquillanti per dormire. In queste condizioni disumane, la funzione rieducativa della galera è assente. Il sovraffollamento è un male anche per gli addetti ai lavori: basti pensare che due detenuti su tre sono ammalati (in un’intervista a corriere.it, il medico del carcere ‘Gazzi’ di Messina ha affermato: “Non abbiamo i mezzi per dare risposte in tempi ragionevoli”). Le condizioni igieniche sono al limite, in un contesto nel quale molti detenuti sono tossicodipendenti affetti da HIV ed epatite. Una persona che varca la soglia del carcere in perfette condizioni di salute ha una percentuale elevata di contrarre malattie, vivendo a strettissimo contatto con gli altri detenuti. Nel carcere di Cagliari, per esempio, la situazione è esattamente questa: il 40% della popolazione è tossicodipendente, il 4% è in terapia retrovirale per l’HIV. La capienza regolamentare è di 380 posti, anche se l’istituto di pena ne ospita 580. Nella casa circondariale di Messina, uno degli istituti in teoria meno affollati della regione con soli 330 posti, la situazione è ancora peggiore. I detenuti, infatti, sono circa 340, ma in seguito alla chiusura di alcune sezioni, la disponibilità dei posti è scesa a 170. Pertanto, qui il tasso di sovraffollamento è ancora più alto, arriva al 200%. ed é presente, inoltre, una detenuta madre, il cui figlio vive in carcere da un anno e mezzo.
Anche a Livorno sono state chiuse alcune sezioni, a seguito di un’ispezione del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) sulla stabilità dei locali (anche qui il ministero della Giustizia continua a fornire sempre la stessa capienza: 284 detenuti). Un nuovo padiglione è pronto da tempo, ma ad oggi non è ancora stato consegnato.Il carcere di Poggioreale, a Napoli, è tra i più grandi e anche tra i più malandati d’Europa. È un edificio antico, strutturato secondo un modello dell’800. La sua capienza regolamentare è pari a 1.347 unità, ma la presenza effettiva è di 2.600 detenuti. Ogni cella ospita in media 5 detenuti, ma ci sono punte anche di 10-12. La Regione Campania non finanzia da tempo corsi di formazione professionale per i detenuti e questo complica ulteriormente le cose per chi uscendo di galera dovrebbe reintegrarsi socialmente in un territorio in cui già è difficoltoso trovare lavoro. Potremmo continuare ancora, indicando i dati degli altri istituti monitorati da Antigone. Ma la fotografia d’insieme resta: 66 mila detenuti, per 45 mila posti. Un problema che, in Italia, ci trasciniamo da anni. La soluzione, ogni giorno appare più lontana. Perché, se da un lato la popolazione carceraria è aumentata del 50%, negli ultimi anni (dal 2007) i fondi a disposizione del DAP sono diminuiti del 10%. Se, da una parte, il Governo, con il Piano carceri, ha stanziato 675 milioni di euro al fine di realizzare oltre 9 mila posti detentivi, dall’altra rimane aperta la questione dei troppi padiglioni inagibili o in fase di ristrutturazione che, per questo motivo, ‘bruciano’ temporaneamente 5 mila posti-letto (rispetto al numero regolamentare). Una manutenzione lentissima, dato che di questi ‘lavori di completamento e di ristrutturazione’, su dieci ne risultano appaltati e avviati dal DAP e dal Ministero delle infrastrutture soltanto tre.
Ma anche se  alcuni ‘bracci’ chiudono, gli spazi sulla carta risultano esistere, perché i dati vengono ‘ritoccati’ considerando, appunto, come posti-cella altre aree della struttura. Il rapporto di Antigone denuncia che molte strutture sono fatiscenti, chiudono e non si trovano soldi per ristrutturarle o crearne di nuove e “la permanenza in carceri indegne produce tassi alti di recidiva”.
Il Governo, per il momento, ha decretato lo stato di emergenza nazionale dovuta al sovraffollamento, fino al 31 dicembre 2012. Eppure, l’Italia ha assunto degli impegni in sede internazionale per quanto riguarda l’aspetto detentivo, firmando atti e convenzioni che ha dovuto recepire e dovrebbe onorare. La condizione carceraria deve rispettare quegli impegni internazionali, oltreché il dettato costituzionale. Esiste una sorta di ‘Carta dei diritti dei detenuti’ contenente una serie di principi generali validi per il rispetto della dignità umana e dei diritti dei singoli, già contenuta in una Risoluzione ONU del 1955, poi confluita in una Raccomandazione del 2006, in cui si stabiliscono, per esempio, i criteri minimi da rispettare in materia di igiene personale e sanità. La realtà carceraria italiana, invece, sembra discostarsi molto da tutto ciò. Ma la mancanza di risorse, come si precisa sempre nella Raccomandazione, non può avere valore giustificativo per le precarie situazioni detentive. Anche gli avvocati penalisti hanno sollevato l’urgenza del problema, con dibattiti, manifesti affissi in tutti gli uffici giudiziari, assemblee od osservando un minuto di silenzio all’apertura delle udienze. Iniziative che hanno trovato l’appoggio del leader radicale Marco Pannella, già in sciopero della fame in favore dell’amnistia e del diritto di voto ai detenuti. I radicali, per la verità, sono tra i pochissimi politici a manifestare da sempre interesse per le condizioni dei carcerati e la situazione drammatica causata da un generale malfunzionamento del sistema della Giustizia.
Il punto è anche questo: oltre la metà della popolazione carceraria è ancora in attesa di giudizio. In Italia ci sono troppe leggi che producono carcerazione senza risolvere il problema della sicurezza (abbiamo una parte consistente di reclusi per violazione della legge sulle droghe, circa il 37%, contro il 15% della media europea).


Come si può risolvere il sovraffollamento delle carceri?
Una proposta di soluzione è stata avanzata proprio da Antigone, in accordo ad altre organizzazioni. Si tratta di un sistema di entrata/uscita regolato e monitorato: ovvero, raggiunto il limite massimo di capienza, far entrare i detenuti in eccesso a scaglioni, in relazione agli spazi disponibili e, al contempo, applicare lo sconto finale di pena ai domiciliari. La proposta prevede, inoltre, la necessità di eliminare una serie di fattispecie di reato e di stabilire una serie di pene alternative. Il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio. "Per chi commette fatti non gravi - sostiene Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - l'impiego in lavori socialmente utili è ben più utile che non scontare qualche mese in carcere, efficace solo invece nel creare carriere devianti e suicidi". Al di là delle formule, comunque, è chiaro che una soluzione del problema dovrà per forza passare per una modifica della legislazione. La questione non è di poco conto e non può continuare a essere rimandata. Anche perché la Corte di Giustizia europea più volte ha ammonito l’Italia per le condizioni disumane in cui si trovano i detenuti e una recente sentenza del Tribunale di sorveglianza di Lecce ha riconosciuto un risarcimento pecuniario a un detenuto per ‘danno esistenziale’ dovuto alla permanenza in celle troppo piccole.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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