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19 Aprile 2024

Il 'marchettificio' è servito

di Maria Elena Gottarelli
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Il 'marchettificio' è servito

Lo scorso 28 aprile, Facebook ha annunciato il lancio negli Stati Uniti di una nuova piattaforma dedicata alla creazione di contenuti da parte di giornalisti e scrittori freelance: la società di Mark Zuckerberg investirà 5 milioni di dollari in un progetto che potrebbe rappresentare una nuova configurazione del giornalismo on line

Con il suo annuncio di stanziare un fondo di 5 milioni di dollari per assumere giornalisti locali, Facebook muove un passo decisivo verso la sua riqualifica da piattaforma social a editore. La notizia è stata data da Facebook stesso a marzo 2021: nei prossimi mesi nascerà una nuova piattaforma - per ora solo negli Stati Uniti, ma in futuro chissà - per giornalisti, scrittori e content creators freelance, che verranno assunti dalla società di Zuckerberg con contratti a medio e lungo termine. Tramite questa piattaforma, il cui nome è per il momento sconosciuto, i 'writers' potranno creare una propria newsletter e un proprio sito personalizzato attraverso i quali promuovere i loro contenuti, che saranno poi sponsorizzati sulle pagine di Facebook. In Italia, la notizia è passata un po’ in sordina, ma si tratta di una tappa importante della rivoluzione digitale del giornalismo e dell’editoria, già in atto da diversi anni e che sembra destinata a consolidarsi sempre di più. Non è nuova la tendenza dei giornalisti freelance ad ‘autopromuoversi’ sui social network, pubblicando regolarmente contenuti originali in bacheca e interagendo con il pubblico attraverso i commenti e le condivisioni. Nel nostro Paese abbiamo diversi esempi della figura del ‘giornalista influencer’: colui o colei che, oltre a pubblicare articoli su una testata, aggiorna costantemente il proprio profilo Facebook con opinioni e analisi sull’attualità. La popolarità del giornalista va così di pari passo con il suo seguito sui social e con la sua capacità di produrre contenuti 'appealing' per i 'followers'. A differenza dei giornali on line, ma soprattutto della carta stampata, i social network sono infatti un veicolo estremamente immediato, ad alto tasso di coinvolgimento emotivo. Così, anche i giornalisti meno affermati o i giovani praticanti, oppure coloro che ancora non sono riusciti a farsi assumere da una testata nazionale, scelgono di buttarsi nel vasto mare dei social network postando regolarmente le proprie opinioni, sulla scia dei ‘guru’ che sui social producono milioni di interazioni al giorno. La figura del ‘giornalista influencer’ ha degli aspetti in comune con quella del ‘giornalista tradizionale’, ma non è ad essa sovrapponibile. Entrambi danno le notizie, ma mentre il ‘giornalista tradizionale’ fornisce, innanzitutto, notizie, dando a esse la priorità, il Zuckerberg.jpggiornalista-influencer’ promuove principalmente se stesso. Al punto che, talvolta, le notizie diventano poco più che un escamotage per farsi pubblicità. Una differenza, questa, poco avvertita dalla maggioranza degli utenti del web, atti più al consumo rapido di informazioni che al loro approfondimento. Tuttavia, è così che è nata la figura dei ‘guru del web’: giornalisti la cui ‘on line credibility’ è andata via via crescendo negli anni, capaci di influenzare con i loro post parte dell’opinione pubblica. Ciò va spesso (ma non sempre) a discapito dell’accuratezza delle informazioni e del ‘fact checking’, soprattutto nei casi dei giornalisti più inesperti, che non devono più passare i loro contenuti al vaglio del caporedattore e del direttore. Al netto di tutto ciò, è chiaro che social network come Facebook e Twitter hanno una tendenza a diventare newsroom già ce l’avevano. Esempi ne sono il dibattito scaturito dalla decisione di Twitter di bannare a vita Donald Trump - una scelta lecita, se si considera la società di Dorsey come un editore privato quale legalmente è - ma anche le campagne contro le fake news della società di Zuckerberg e il suo durissimo scontro con l’editoria australiana. Quest’ultimo merita di essere citato. A settembre, l’Australia ha proposto una nuova legge che, se approvata, avrebbe costretto Facebook a pagare gli editori per condividere i loro articoli. La risposta del gigante del web è stata lapidaria: se questa legge sarà approvata, diventerà impossibile per gli utenti condividere sulle loro bacheche contenuti di giornali australiani. Esempio concreto: leggo un articolo interessante sul 'The Age' (famosa testata australiana, ndr); provo a condividerla su Facebook o Instagram, ma non mi è possibile, perché entrambi ‘bannano’ quel contenuto per via della diatriba di cui sopra. E’ forse questo l’esempio più concreto di quanto social network ed editori stiano sempre più assottigliando i reciproci confini. La domanda è se questi ultimi sono destinati a scomparire, oppure no. E come sarà il giornalismo di domani.

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