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21 Aprile 2019

Quel ‘caso Admiral’ tecnicamente simile all’incidente del Giglio

di Ilaria Cordì
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Quel ‘caso Admiral’ tecnicamente simile all’incidente del Giglio

Parla Salvatore Cacciuttolo, il Direttore di macchine che, nel settembre del 2000, si ritrovò in una situazione paragonabile a quella della Costa Concordia

“Schettino, torni a bordo”! Queste le celebri parole che nella notte del 13 gennaio 2012 il capitano di fregata, Gregorio De Falco, ha ordinato al comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino. Successivamente a quella telefonata, che rapidamente ha fatto il giro dei media arrivando alle orecchie di tutti gli italiani e non solo, il ‘duetto’ Schettino-De Falco sembra esser diventato una telenovela a puntate, o un vecchio film di Totò e Peppino. La scena attuale è questa: Schettino, principale responsabile di un naufragio che ha causato la morte di 32 persone, viene premiato con una conferenza all’università ‘la Sapienza’; Gregorio De Falco, invece, è stato costretto ad abbandonare il suo decennale incarico operativo presso la capitaneria di porto di Livorno, per passare a compiti amministrativi. Un’ingiustizia? Certamente sì. Segno che le cose, in Italia, non vanno mai per il verso secondo cui dovrebbero andare. E questa ‘tarantella’ ne è un chiarissimo segnale, trasformandosi in una delle questioni più controverse degli ultimi tempi. Lo stesso De Falco, trasferito ormai da qualche giorno alla Direzione marittima di Livorno, ancora stenta a crederci. Lo scorso 25 settembre ha rilasciato un’intervista al quotidiano ‘la Repubblica’ in cui ha affermato di sentirsi “amareggiato per questo trasferimento a un servizio di carattere amministrativo”, mentre Schettino viene accolto come un ‘supertecnico’ nelle aule studentesche. Definisce, giustamente, l’Italia come “un Paese ‘storto’, privo di riferimenti corretti, in cui le persone tendono a non rispondere alle responsabilità che hanno”. Alla luce dei recenti avvenimenti accaduti abbiamo perciò ritenuto opportuno sentire il parere del ‘Direttore di macchine’ Salvatore Cacciuttolo, da 25 anni nel settore navale. Egli ci ha illustrato, per esempio, i fatti accaduti nel settembre 2000, durante i quali si è trovato a essere protagonista di un episodio tecnicamente simile a quello del Giglio, accaduto sul traghetto Admiral, della compagnia Tris (con a bordo 280 passeggeri, 155 persone dell’equipaggio, 59 macchine e un tir) in servizio da Genova a Palau. Il traghetto si incagliò a 100 metri dal porto di destinazione, nella Sardegna settentrionale. La situazione si risolse nel migliore dei modi grazie all’ingegno e alla professionalità dimostrata durante le operazioni di soccorso e di allontanamento dal luogo dell’urto.


Salvatore_Cacciuttolo.jpgDirettore Cacciuttolo, può spiegare innanzitutto ai nostri lettori cosa significa e quali funzioni svolge un ‘capitano di fregata’?
“Il capitano di fregata è un grado militare con il compito di gestire il settore in cui vi sono i radar che coprono lo specchio di mare innanzi il porto per 15/20 miglia, curando in tal modo il traffico marittimo. Per ogni capitaneria ce ne sono circa 6/7. E ognuno di questi ha un proprio compito ben preciso da svolgere”.

Secondo lei, il tragico caso della Concordia poteva essere evitato?
“Il comandante Schettino ha voluto strafare. Il famoso ‘inchino’, che avviene quando si fa un deliberato cambiamento di rotta, essendo un fatto puramente pubblicitario poteva essere benissimo tralasciato. Esistono macchinari all’avanguardia, che controllano la situazione durante il corso della navigazione, la quale di solito viene ispezionata dall’ufficiale di guardia che, a sua volta, è tenuto a fare rapporto al comandate in questione. In tal caso, però, Schettino ha voluto ‘bypassare’ le macchine  e i suoi ufficiali sottoposti, per compiere un atto di superbia che, purtroppo, non si è riusciti a controllare”.

Cosa pensa riguardo al ‘caso De Falco’?
“È un’indecenza: De Falco è stato l’unico che nella sciagura della Concordia è riuscito a mantenere il sangue freddo per dirigere nel migliore dei modi, sebbene al telefono, una situazione sfuggita di mano a colui che era sul campo e che avrebbe dovuto fare il suo dovere. Non è giusto, per quest’uomo, essere spostato da un livello militare operativo a un livello di base amministrativo, dato che è stato ligio al suo dovere svolgendo il proprio lavoro. Sicuramente, se non ci fosse stato il pronto intervento del capitano De Falco, il bilancio della tragedia sarebbe stato ancor più grave”. 

Lei non è nuovo a tali questioni: ricordiamo il caso Admiral. Può spiegare ai nostri lettori cosa è accaduto e come lei si è comportato in  quell’occasione?
“È stato un evento straordinario: dovevamo far fonte a una navigazione influenzata da un vento a 40 nodi. Nel momento della virata per il porto di Palau, una raffica di vento a 80 nodi ha praticamente ‘girato’ la nave, facendola finire sugli scogli a 100 metri dalla riva. Io, da macchinista, inizialmente ho visto entrare acqua da tutte le parti, ma ho avuto talmente tanta freddezza da svolgere subito un’analisi del danno. Lo squarcio causato dallo scoglio, incastrato nella parte sinistra della nave, era di 28 metri ed era nei pressi del serbatoio di gasolio. Inizialmente, ho tamponato la falla con l’aiuto di tre miei colleghi. Successivamente, ho riempito i doppi fondi e ho ‘flangiato i ciechi’, ovvero ho posizionato dei dischi in  modo tale da non far entrare e tanto meno uscire l’acqua. Una volta messa in sicurezza la nave, il comandante e la capitaneria di porto volevano sapere da me se vi era il pericolo di inquinamento o se vi fosse pericolo per le persone a bordo. Dopo aver ordinato di far venire dei traghetti appositi per mettere in salvo le persone e allontanare le macchine presenti, abbiamo svuotato la nave. Bisognava però allontanare la nave dal luogo dell’impatto, poiché eravamo troppo vicini alla riva, piena di turisti. Grazie al nostro sommozzatore ci rendemmo conto che era rimasta una sola elica intatta. Quindi, avevamo un solo motore, il che ci permise di dirigerci verso il porto di Genova a una velocità inferiore. Il problema era lo scoglio: a bordo vennero il comandante della capitaneria, due ufficiali, un ingegnere del ‘Rina’ (Registro italiano navale: ente che gestisce la classificazione e la certificazioni delle navi, n.d.r.) e un armatore, i quali sostenevano che l’unico modo fosse quello di tirare il traghetto disincagliandolo dallo scoglio. Ma procedendo in tal modo, si sarebbe permesso allo squarcio di allagarsi ancor di più, arrivando a intaccare il serbatoio, fino a quel momento preservato. Mi permisi di prendere in mano la situazione: mi venne in mente di far attaccare la nave da due rimorchiatori che, messi nelle posizioni adatte, permettevano di sollevare il traghetto togliendolo dallo scoglio in cui si era incagliato. Svoltasi questa delicata operazione, portata a buon fine, abbiamo ripreso la navigazione verso il porto di Genova, nel quale la carena della nave sarebbe stata aggiustata”. 

È stato ringraziato dai suoi colleghi per aver scongiurato un disastro ambientale, sebbene di non grandi dimensioni?
“No: mi aspettavo almeno un grazie, ma non è arrivato nemmeno quello…”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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