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2 Ottobre 2020

Sanzione esemplare contro la Regione Lazio

di Cinzia Salluzzo Rovituso
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Sanzione esemplare contro la Regione Lazio

Una causa durata oltre 15 anni: vinta, ma mai resa esecutiva fino a oggi. È questa la vicenda di 20 funzionari di azienda ospedaliera che reclamavano il loro diritto all’inquadramento e alla corretta retribuzione da parte della Regione Lazio. A dar loro soddisfazione è stata una sentenza del Consiglio di Stato, che ha deciso di infliggere una sanzione di 1.700 euro al giorno all'ente pubblico nel caso esso continui a non eseguire quanto giudicato dagli organi di giustizia amministrativa. Si tratta di un'ostinata vittoria dell'avvocato Teodoro Klitsche de la Grange, che abbiamo intervistato in proposito

Il Consiglio di Stato ha recentemente applicato, per la prima volta negli ambiti del lavoro pubblico, un nuovo istituto stabilito dalla recente riforma del processo amministrativo (art. 114 del Testo Unico n. 104 del 2010): quello che consente al giudice, su istanza di parte, di infliggere una sanzione pecuniaria all’amministrazione pubblica allorquando questa non adempie un giudicato. Sino a oggi, infatti, era prassi assai diffusa che qualora il cittadino non rispetti i provvedimenti e le sentenze si veda arrivare a casa gli esattori, iscrivere ipoteche, applicare sanzioni. Viceversa, se la cosa capita alla pubblica amministrazione non succede niente o, al massimo, questa è solita pagare una manciata di interessi in più. Buona parte del nostro apparato burocratico dello Stato generalmente si difende attraverso l’inerzia della propria organizzazione, oppure tramite norme che rendono impignorabili molte entrate, interdicono o sospendono le procedure esecutive, non sanzionano, in spregio all’articolo 28 della nostra Costituzione, quei funzionari che non rispettano la legge, in particolar modo l’obbligo di eseguire i giudicati. In sostanza, sino a quanto stabilito dalla risoluzione che veniamo a presentarvi - e che possiamo considerare un precedente amministrativo rivoluzionario - il cittadino era tenuto a pagare i crediti dello Stato, ma quest’ultimo non estingueva mai i propri. Invece, questa volta il Consiglio di Stato ha deciso di infliggere una sanzione di 1.700 euro al giorno alla Regione Lazio nel caso essa continui a non eseguire quanto giudicato dagli organi di giustizia amministrativa – una disposizione che attendeva esecuzione già da 15 anni - entro 45 giorni. In caso di ulteriori ritardi nel pagamento, la pena pecuniaria aumenterà del 50% ogni 15 giorni in progressione aritmetica, sino a prevedere il ricorso a provvedimenti di pignoramento. Si tratta di un’ostinata vittoria professionale dell’avvocato Teodoro Klitsche de la Grange, che abbiamo voluto intervistare qui di seguito.

Avvocato Klitsche de la Grange, lei è riuscito a venire a capo da una lunghissima causa amministrativa contro la Regione Lazio in materia di pubblico impiego: può riassumerci cortesemente di cosa si è trattato e dell'importanza di una querelle del genere?
“Quanto all’oggetto della vertenza, non si è trattato di nulla di particolarmente raro: consisteva nel diritto all’inquadramento (e alla corretta retribuzione) di una ventina di funzionari di Aziende ospedaliere. D’inconsueto c’è che, per eseguire il giudicato, sono occorsi quindici anni: l’importanza della sentenza è che per la prima volta nel pubblico impiego – che mi risulti – è stata applicata, su richiesta del difensore dei ricorrenti, l’istituto della sanzione pecuniaria (vigente dal 2010) per le amministrazioni le quali non eseguono il giudicato. E in modo clamoroso: una ‘multa’ di 1.700 euro quotidiani, aumentata in progressione aritmetica del 50% ogni quindici giorni di ulteriore ritardo nell’esecuzione. Dato che le amministrazioni italiane sono sempre più recalcitranti a eseguire i giudicati (e cioè a pagare i propri debiti) questa sentenza è, per così dire, la giusta risposta a un ‘andazzo’ incostituzionale. E, ancor più, incivile”.

La burocrazia, secondo lei, è il principale problema delle nostre istituzioni?
“Penso di sì, anche se l’altra faccia del problema è la scarsa governabilità del Paese. Ma lo stesso disfunzionamento delle amministrazioni trova la causa – probabilmente preponderante, ma non unica – nel deficit di governo. Il risultato è che abbiamo i debiti sovrani, i mercati sovrani e magari le banche e la burocrazia sovrane: l’unico così a non essere sovrano è il popolo italiano, a dispetto dell’articolo 1 della Costituzione”.

Lo Stato italiano per troppo tempo è stato abituato a regolarsi, nei confronti dei cittadini, utilizzando il cosiddetto metodo dei ‘due pesi e due misure’?
“Sicuramente: si vedano le differenze, spesso naturali, altre volte costruite ad arte, senza alcuna ragione che le giustifichi. Tanto per fare un esempio, se si capisce come l’amministrazione abbia il potere di eseguire da sola i propri atti (autotutela) - è un’esigenza intrinseca all’istituzione, di cui talvolta si abusa - non si capisce perché non si possano compensare debiti e crediti tra cittadino e Stato, come dispone il codice civile, tra privati. Quando il premier Monti espresse il proprio sdegno per la proposta in tal senso di Alfano aveva sbagliato il destinatario: in effetti, la compensazione era stata resa istituto di applicazione generale da Giustiniano, al quale andava indirizzato lo sdegno. E da quell’epoca è rimasto: l’eccezione è che non si possano compensare - se non in determinati casi - crediti e debiti con lo Stato”.

Sotto il profilo giudiziario, anche se alla fine lei ha ottenuto un successo incontestabile, che crea un precedente diverso nel rapporto tra cittadini ed enti dello Stato, lascia un poco perplessi il fatto che questa causa sia durata 15 anni: tali ‘tempistiche’, in realtà, sono uno dei tanti metodi per scoraggiare le persone dal loro intento di ottenere giustizia?
“Sicuramente non incentivano la litigiosità, anche se il risultato è poi quello d’intasare i Tribunali. La lunghezza dei tempi della giustizia è sempre un male: ma è peggio se si tratta, come nel caso di specie, di esecuzioni di giudicati: per arrivare al giudicato che era in corso di esecuzione dal 1997 c’erano voluti, in precedenza, sette anni di giudizio (in doppio grado). Tant’è che, in definitiva, i miei clienti sono in causa da quasi un quarto di secolo! Bisogna comunque dire che, nel frattempo, il giudicato era stato attuato in gran parte, anche se senza completarne l’esecuzione”.

L’Italia è un Paese di furbi, secondo lei, oppure se qualcuno desse il buon esempio, a cominciare dai nostri funzionari statali, la mentalità e la cultura media complessiva potrebbe tornare a modificarsi?
“Non so se l’Italia (comparandola con gli altri) sia un Paese di furbi: il problema degli italiani è che la furberia viene sempre associata al ‘particulare’, cioè all’interesse privatissimo del furbo. In altri Paesi le ‘furberie’ sono (anche) al servizio dell’interesse generale. Se la Gran Bretagna ha costruito un impero, lo si deve (anche) al tasso di ‘furberia pubblica’. Quello che escludo è che sia solo una questione di esempi (s’intende: è ‘anche’ quello). Se, per tornare al nostro caso (purtroppo frequente), un funzionario o un ente che non esegue un giudicato non rischia né una condanna penale (quante ne sono state pronunciate?), né un’azione di responsabilità ex art. 28 della Costituzione (casi rarissimi), la tentazione a non eseguirlo cresce, e, talvolta, diviene irresistibile. Per cui, il problema è quello usuale del diritto: occorre che il rischio di non eseguire il giudicato sia largamente superiore a quello di eseguirlo. E, allo scopo, sentenze come questa, con la sanzione pecuniaria (“astreinte”) e l’allerta alla Corte dei Conti, sono una via da percorrere. Speriamo, anzi, che tra qualche tempo non decidano di abrogare la norma, proprio perché troppo congrua al fine di far osservare il diritto. Occorre essere vigili affinché non tornino indietro”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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