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6 Dicembre 2019

C'era una volta a Hollywood

di Michele Di Muro - mdimuro@periodicoitalianomagazine.it
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C'era una volta a Hollywood

Nel suo ultimo lavoro, Quentin Tarantino mescola in maniera sapiente e godibile realtà e fiction in un film corale e fortemente citazionista col quale il regista americano rende omaggio alla settima arte e, dunque, anche a se stesso

Uscita in Italia lo scorso 19 settembre, la nuova pellicola di Quentin Tarantino è già un successo al botteghino, avendo raggiunto quasi dieci milioni di euro d'incasso solamente nel nostro Paese. Differentemente da altre opere realizzate in passato – Le Iene, Kill Bill e Pulp Fiction - non si tratta questa volta di una storia nettamente divisa in episodi e capitoli, ma segue finali narrativi differenti, che via via si vanno a intrecciare nel proseguo della storia. Il vero protagonista del racconto è Rick Dalton, interpretato da Leonardo Di Caprio: un attore di film western ‘incastrato’ da troppo tempo nel ruolo del 'cattivo', la cui fama è ormai in discesa. Siamo sul finire degli anni ‘60 del secolo scorso e il film si apre con un’intervista televisiva in cui lo stesso Dalton è accompagnato da Cliff Booth (Brad Pitt). Quest’ultimo è il suo stuntman sul set, ma tra i due vi è un rapporto di amicizia che va ben oltre la sfera lavorativa cinematografica. Booth, ormai scarsamente impiegato sul set, si è ormai reiventC_era_una_volta_2.jpgato galoppino/tuttofare di Dalton. Lo accompagna ovunque e si adopera in alcuni lavori domestici nella casa della star, situata nella famosa ‘Cielo Drive’. Qui si apre un secondo filone narrativo: Dalton, infatti, è il vicino di casa di Roman Polanski e Sharon Tate, interpretata da una sorprendente Margot Robbie. La coppia si è da poco trasferita nel quartiere. Ed è qui che, storicamente, verrà consumato il delitto della Tate e dei suoi amici a opera della 'Family' capeggiata da Charles Manson, che si vede solo brevemente all’inizio del film, quando fa visita alla casa dei Polanski in cerca del precedente inquilino, Terry Melcher: un discografico colpevole di non aver sottoscritto un contratto con lo stesso Manson. Le due coppie di personaggi si trovano al momento in due fasi opposte della loro carriera: mentre Rick (seguito a ruota da Cliff) vede la sua fortuna scemare, Polanski, che ha appena realizzato ‘Rosemary’s Baby’, è un regista all’ultimo grido. La carriera di Sharon Tate è addirittura in veloce ascesa. I destini tra i vari personaggi vengono a incrociarsi quando Cliff viene condotto dall’autostoppista Pussycat (personaggio realmente esistito e messo in scena da Margaret Qualley, figlia dell’attrice Andie MacDowell e già parte del cast del divertente film d’azione in costume del 2016 ‘The Nice Guys’, con Russel Crowe e Ryan Gosling) nella comune ‘hippie’ capeggiata da Charles Manson e, in quel momento, ‘residente’ allo Spahn Ranch: un vecchio set cinematografico per film western, dove lo stesso Cliff aveva lavorato. La scena ha risvolti tragicomici, ma fornisce il pretesto narrativo al regista per operare una ricostruzione dell’atmosfera che si respirava nella 'comune hippie' sul finire degli anni sessanta del secolo scorso. In sostanza, una banda di sciroccati fuori di testa. Il ranch è di proprietà di George, un vecchio ormai malandato succube della svitata Squeaky (Dakota Fanning). Qui Booth mostra al pubblico in sala le sue capacità di combattente. Durante il film, scopriamo progressivamente la personalità del misterioso stuntman, in grado di mettere ‘ko’ anche il grande Bruce Lee. La sua evoluzione è tra gli elementi narrativi più interessanti e spassosi. Man mano vengono ‘a galla’, in un transfer temporale tra presente e passato, sempre maggiori elementi della sua personalità. Nel frattempo, Rick Dalton viene convinto dal produttore Schwarzs a trasferirsi nel vecchio continente per lavorare coi grandi registi italiani del genere (qui troviamo un omaggio a Sergio Leone, anche se non citato per esteso). I due partono alla volta di Roma e faranno ritorno sei mesi dopo con un bagaglio di film di successo all’attivo e una moglie italiana per Dalton. Di ritorno negli Stati Uniti, Dalton comunica a Cliff l’imminente fine del rapporto di lavoro, non prima però di un’ultima sbronza insieme. Tornati a ‘Cielo Drive’, i due sono protagonisti del gran finale ‘splatter’ in pieno 'stile Tarantino'. Il regista torna al genere western dopo il film ‘The Hateful Eight’, ma questa volta non ambienta la storia nel lontano ovest, scegliendo invece di regalare al pubblico un grande affresco del cinema che il west lo ha raccontato. Come sempre, per Tarantino è maniacale l’attenzione al particolare, mossa da una sincera ammirazione C_era_una_volta_4.jpge passione per la stagione cinematografica del passato. I costumi e le scenografie sono perfette, come ben si coglie, per esempio, nella scena della festa dove viene ricostruita la dorata atmosfera degli anni della contestazione giovanile. Grande attenzione, come sempre, viene data alla componente musicale: divertente la scena in cui le ragazze della comune cantano una canzone scritta da Manson mentre rovistano nei cassonetti alla ricerca di cibo. Nel ruolo di comprimari di supporto incontriamo, inoltre, un vero e proprio caleidoscopio di celebri attori, come Al Pacino, Luke Perry, Kurt Russel, Dakota Fanning, Lena Dunham e Maya Hawke (figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, protagonista dell’ultima stagione di ‘Stranger Things’, ndr). Il film è fortemente citazionista. Lo dimostra il fatto che il personaggio di George Spahn è interpretato da Bruce Dern, l’attore che, proprio negli anni ’60, aveva recitato nel serie ‘F.B.I.’ di cui è invece protagonista, nel film, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio). In ‘C’era una volta a… Hollywood’ anche il ritmo, piuttosto lento, costituisce un rimando alle pellicole d’altri tempi, cosa che permette al regista di poter dispiegare meglio la trama e caricare i vari personaggi di un’intensa introspezione psicologica. A dimostrazione dell’abilità di Tarantino di affiancare idee ‘forti’ a descrizioni sintetiche, ma al contempo precise e approfondite, dei suoi personaggi, anche quelli apparentemente secondari per l’economia della sceneggiatura.

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