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1 Maggio 2026

Hamnet: nel nome del figlio

di Giulia Diamante Genovese
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Hamnet: nel nome del figlio

Quinto lungometraggio scritto e diretto da Chloé Zhao basato sul romanzo omonimo di Maggie O’Farrell – coautrice anche della sceneggiatura – ispirato a un periodo importante della vita di William Shakesperare
 
In una foresta verdeggiante, una donna è sdraiata a terra, ai piedi di un maestoso albero che la sovrasta. Vicino a lei, sotto gli arbusti, c’è un vasto fossato buio e nero: un 'varco'. Così si apre ‘Hamnet, nel nome del figlio’: con un’evocativa sequenza piena di simbolismi. Quello che vediamo potrebbe essere un abbraccio di vita o di morte; la stretta della natura che – come un grembo materno – stringe a sé la figlia – accovacciata in posizione fetale – e, dunque, la rappresentazione stessa di una donna in gravidanza, prossima al parto. Siamo nella campagna inglese del XVI secolo. E il personaggio femminile di cui parliamo è Agnes, una contadina di cui s’innamora un giovane insegnante e drammaturgo: William Shakespeare.
'Hamnet, nel nome del figlio' è il quinto lungometraggio scritto e diretto da Chloé Zhao, basato sul romanzo omonimo di Maggie O’Farrell – coautrice della sceneggiatura – e ispirato a una parte fondamentale dell’esistenza del Bardo: il matrimonio con Agnes, la nascita di tre figli e la creazione di uno dei suoi capolavori. Narrato dal punto di vista di lei, il film si sofferma, specificamente, sulla perdita, per malattia, del figlio Hamnet – appena undicenne – e su come questo tragico evento abbia portaCover_romanzo.jpgto alla creazione dell’opera teatrale Amleto.  Con ben 8 candidature agli Oscar che ci siamo appena lasciati alle spalle, la pellicola analizza l’elaborazione del peggiore dei lutti e il modo in cui la sofferenza possa essere, giustamente, canalizzata e trasferita in un’opera d’arte, attraverso il potere delle storie che vivono in eterno e sopravvivono all’essere umano. E' così che William veicola il proprio travaglio interiore e partorisce l’immortale Amleto.
Il contrasto tra luce e oscurità è al centro della narrazione. E la morte stessa si può definire come un vero personaggio. Per introdurla, viene citato con minuziosa attinenza il mito di Orfeo ed Euridice. Esattamente come lui si volta indietro per guardare lei negli Inferi – nel tentativo di riportarla in vita – Will ripete la medesima azione verso Agnes, durante la cerimonia del loro matrimonio. Il contrario accade, invece, in una scena immaginaria, tra Hamnet e la madre: il piccolo – che come Euridice non può tornare nella terra dei vivi – dà l’ultimo saluto ad Agnes pronto per la dipartita e diretto – anch’esso, forse – in una dimensione sovrannaturale. La Signora in nero si manifesta, metaforicamente, per mezzo di buchi neri e 'varchi', ma anche con uno spettacolo di marionette – presentato in una sequenza animata – che si fa presagio agli occhi di William, cui vi assiste. La storia, infatti, è anche intrisa di esoterismo e superstizione: Agnes – che molti credono, erroneamente, essere figlia di una strega – ha il dono di leggere il futuro e, dopo essersi innamorata di Will, sente che al suo capezzale – al momento dell’ultimo respiro – avrà accanto a sé due figli. Dopo averne dati alla luce tre, rimane sconvolta e si convince di essersi sbagliata, senza poter immaginare che si ritroverà a perdere uno dei due gemelli, ovvero Hamnet. La scena del suo decesso non è solo incredibilmente emozionante, ma anche magnificamente orchestrata. Attraverso un gioco di scambio di ruoli, Hamnet si 'sostituisce' alla gemella Judith – contagiata dalla peste – e si sacrifica, coraggiosamente, per lei 'ingannando' la morte e facendosi portare via al posto di lei. Con una messa in scena immaginifica, il piccolo si ritrova in un aldilà costituito da scenografie teatrali: tra finti fiori e pannelli in cui è dipinta la foresta della campagna dov’è cresciuto, vi è anche il disegno di un’arcata nera, un passaggio verso l’ignoto e l’inconoscibile – un altro 'varco'. La camera da presa lo inquadra in soggettiva e, con l’obiettivo coperto da una sorta di velo nero, capiamo che la morte stessa sta osservando Hamnet, mentre lui, spaesato, si guarda attorno e lascia la vita per sempre.
L’anima del film risiede tutta nella protagonista, Jessie Buckley. Premiata con l’Oscar per la travolgente e magistrale performance di Agnes – madre coraggio ma anche figlia che, negli attimi di fragilità, rivorrebbe accanto la genitrice. L’attrice irlandese mette tutta se stessa in scene anche molto forti e strazianti, sia a livello emotivo, sia psicologico: dai travagliati parti dei 3 figli alla scomparsa di Hamnet, ovviamente. Le urla, i pianti disperati, il dolore che vive in prima persona restano vividi e impressi nello spettatore. Nei panni del giovane William Shakespeare c’è, invece, il talentuoso Paul Mescal, che pur rimanendo sempre un passo indietro a Buckley, per volere di 'copione', si rivela altrettanto struggente e tormentato. Non si spiega, infatti, come – a differenza della collega di set – i giurati degli Oscar non l’abbiano insignito nemmeno della nomination nella categoria di Miglior attore non protagonista. A spiccare al loro fianco, c’è, infine, il semi-esordiente Jacobi Jupe: è lui che dà volto ad Hamnet – il 'personaggio-chiave' del plot – dimostrando un’espressività attoriale e delle doti drammaturgiche pregevoli, per la sua età.
Il raIl_Bardo.jpgpporto tra esseri umani e natura si rivela, ancora una volta, cruciale per Chloé Zhao. La sua regia eterea c’immerge completamente nel potere ancestrale e quasi primordiale di essa e di tutti gli elementi. 'Hamnet – Nel nome del figlio' è intriso di spiritualità e ci mette in contatto con l’ultraterreno; la colonna sonora di Max Richter predilige partiture soavi e cori angelici, mentre la fotografia di Lukasz Zal evidenzia l’illuminazione naturale degli ambienti esterni e opta per una luce più calda all’interno degli edifici. Pure il sonoro, firmato da Johnnie Burn, è da menzionare in tal senso, per la capacità d’inserire suoni e rumori del creato in una maniera molto pertinente: nella scena in cui Agnes sta per partorire in mezzo agli alberi, sentiamo – fuori campo – l’infrangersi delle onde del mare, volto a enfatizzare il momento della rottura delle 'acque' e della fuoriuscita del liquido amniotico.
Nell’atto finale del film, assistiamo alla prima rappresentazione di Amleto, nell’iconico teatro 'elisabettiano' di Londra. Agnes si affaccia alla platea con il fratello, facendosi strada tra la gente in piedi per raggiungere la fila davanti al palco. Zhao mostra, quindi, il meccanismo di connessione tra attori e pubblico – che interagiscono gli uni con gli altri – e l’intreccio tra finzione e realtà, fondendosi in un'irripetibile magia. Oltre a dirigere questo testo altamente autobiografico, William sceglie anche di viverlo da attore, interpretando il padre di Amleto che muore e si presenta, poi, al figlio come fantasma. Noi vediamo tutto con gli occhi di Agnes e tutto diventa chiaro e limpido: Amleto è completamente dedicato ad Hamnet. E' arte rivelatoria, che lascia intendere come William sarebbe morto al suo posto, se mai avesse potuto. Agnes è commossa e noi lo siamo con lei: la vediamo immaginare il figlio sul palco, mentre 'varca' quel passaggio nero nella scenografia e, con uno sguardo tenero ma rassicurante, si congeda da lei e dal mondo dei vivi. Tutto converge perfettamente in una riconciliazione interiore e familiare che si cristallizza, al pari degli scritti 'shakespeariani', per l’eternità.
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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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