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25 Settembre 2017

La morte di Death Note

di Giorgio Morino - gmorino@periodicoitalianomagazine.it
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La morte di Death Note

Il film originale di Netflix, ‘basato’ sull’omonimo manga e serie anime giapponese di Tsugumi Ōba, è quanto di più insopportabile, squallido e poco convincente mai prodotto dalla piattaforma streaming più famosa del mondo

La storia del cinema è fatta di trasposizioni. Le idee originali a volte scarseggiano. Dunque, attingere a una fonte che ha prodotto qualcosa di unico sembra essere l’unica strada percorribile. Ci sono però dei confini che non è facile valicare: limiti dettati da differenze culturali e geografiche che rendono un’adattamento difficoltoso, spesso decisamente ostico. Basti pensare alle rimostranze espresse dal buon Stephen King nei confronti di Stanley Kubrick per il suo adattamento del romanzo ‘The Shining’, diventato poi, con buona pace per i turbamenti di King, un 'film cult' più conosciuto e apprezzato dello stesso libro; oppure, le accuse di plagio (probabilmente legittime) rivolte alla Disney nel 1994 per il classico ‘Il Re Leone’, tacciato di essere null’altro che la copia di ‘Kimba - il leone bianco’, del maestro mangaka giapponese Osamu Tezuka datato 1966, senza che tutto ciò possa intaccare la bellezza e la maestosità di quello che unanimemente è riconosciuto come l’apice del cosiddetto: ‘Rinascimento Disney’. L’influenza del Sol Levante e delle storie da esso proventi sono, da anni, al centro di una serie di tentativi, più o meno riusciti, di adattamenti a stelle e strisce. Carenza di idee o infatuazione per una cultura totalmente altra? Impossibile da dire. Ciò non toglie che molti ‘manga’ (fumetti giapponesi) abbiano avuto un forte impatto anche sulla cultura occidentale. Tra questi, vi è sicuramente ‘Death Note’. La storia al centro di questo manga, uscito in Giappone nel 2003, ha effettivamente creato molto rumore, spingendo i 'magnati di Hollywood' ad accaparrarsi i diritti per una trasposizione cinematografica che, dopo una lunga gestazione, proseguita senza interruzioni dal 2009, hanno infine prodotto il film Netflix che ora possiamo ‘gustarci’ comodamente seduti sul nostro divano. Sia come sia, prima di parlare di questo film NetPoster_2.jpgflix diretto da Adam Wingam, è necessario spiegare la storia al centro dell’opera originale. La premessa è abbastanza semplice, ma affascinate: Ryuk, uno ‘shinigami’ (dio della morte, nella cultura giapponese), annoiandosi del suo mondo decide di lanciare in quello umano il suo ‘Death Note’: un quaderno con il quale è possibile uccidere qualunque persona (conoscendone il nome e il volto) semplicemente scrivendo il nome della vittima. Sulla Terra, il quaderno viene raccolto da Light Yagami: un adolescente un po’ irrequieto che, resosi conto del potere del quaderno, decide di utilizzarlo per creare “un nuovo mondo”, libero dai malvagi, nel quale lui verrà acclamato come un dio. Inizia, così, un lungo percorso in cui i limiti dettati dalla morale tendono ad assottigliarsi sempre più e dove Light, ora conosciuto come Kira, dovrà contrastare le mosse del geniale ‘investigatore L’: un rivale ostico e ostinato nel voler assicurare Kira alla giustizia. Veniamo, ora, al film di Netflix: definire questo prodotto "orrendo" sarebbe riduttivo e inefficace. La storia è essenzialmente la stessa, sebbene il set venga spostato dal Kanto a Seattle per ovvi motivi di patriottismo ‘made in Usa’, semplificandone i contenuti e riproponendo situazioni casualmente estrapolate dall’originale senza giustificarle, infarcendole di stereotipi adolescenziali tipici dei ‘teen movie’, dando cioè ad alcuni personaggi, in origine perfettamente caratterizzati, il càrisma di una ‘Simca 1000’. Raccontare una storia complessa e articolata come quella di ‘Death Note’ in 1 ora e mezza abbondante era, inoltre, un’impresa assurda. Dunque, può considerarsi giustificato apportare delle modifiche al materiale originale. Non tuttavia se tali cambiamenti trasformano completamente il significato di quello che stai trattando. Prendiamo la figura del protagonista, Light Turner, interpretato da un Nate Wolff completamente fuori luogo: si tratta di un ragazzo con un passato famigliare segnato da una grave tragedia, nonché vittima di bullismo a scuola, che decide di prendersi la sua rivincita sul mondo seppur con qualche remora. Il suo corrispettivo giapponese, in realtà, era un genio freddo e calcolatore, consapevole di ogni sua azione, capace di sacrificare chiunque si opponesse al suo progetto di creare “un nuovo mondo”. In questo caso, invece, ci si ritrova di fronte a un personaggio privo di empatìa, che continua a giustificare le sue azioni a se stesso con il semplice fatto che i suoi obiettivi sono solo “i malvagi”. L’ambiguità morale è stata la fortuna sia del manga, sia della 'serie anime', che attraverso Kira riesce a instillare nel lettore/spettatore il dubbio su ciò che sta guardando, arrivando a empatizzare con un personaggio teoricamente disgustoso, ma capace di inoculare nella mente la fatidica domanda: “Ma se avessi un simile potere come mi comporterei?”. Nell’adattamento a ‘stelle e strisce’, invece, Light è inconsapevole di qualsiasi cosa. Ciò toglie forza alla trama, riportando la discussione al discorso fatto in apertura: si può riadattare una storia a un contesto, purché e solamente se si mantengono le sue caratteristiche principali. Se quest’operazione di ‘rispetto’ non viene eseguita, poi non ci si può mascherare dietro la frase: “Liberamente tratto da…”. Una giustificazione quantomai risibile, indicativa di un’estrema incompetenza. Che l’intento di Netflix, produttrice di questo scempio insieme alla Warner Bros, fosse quello di puntare su un pubblico adolescente (quello dei giovani adulti, o young adult, se a parlare sono gli esperti di marketing) è abbastanza palese: nell’ultimo anno sono usciti moltissimi titoli, tra serie tv e films, diretti proprio verso questo genere di pubblico (i prodotti Marvel, o la serie 'Stranger Things', solo per citare quelli più riusciti, premiati da critica e pubblico). Ma questo nuovo adattamento non può sfuggire alle leggi del mercato. Forse, alla luce del risultato, sarebbe il caso di rivedere le ‘linee guida’ di futuri riadattamenti similari.

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NELLA FOTO: RYUK, IL TERRIFICANTE SHINIGAMI GIAPPONESE

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