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24 Gennaio 2022

Caryl Chessman: la pena di morte e il crimine

di Roberto Labate
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Caryl Chessman: la pena di morte e il crimine

Nella bella biblioteca San Giovanni, a Pesaro, ci siamo imbattuti in uno di quei libri che lasciano il segno intitolato ‘Cella 2455, braccio della morte’ (Baldini, Castoldi e Dalai Editori): una storia vera e terribile, divenuta un caso famoso e controverso negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso

Questa è la storia di Caryl Chessman, condannato a morte negli Stati Uniti, detenuto nel ‘braccio della morte’ del carcere di San Quentin per 12 anni, la cui esecuzione è stata rinviata o annullata per 9 volte, prima di essere eseguita nel 1960 quasi per errore: la segretaria del giudice incaricata di telefonare al carcere per comunicare la sospensione dell'esecuzione sbagliò il numero di telefono. Si tratta di uno di quei casi e di quelle vicende che non lasciano indifferenti e pongono molti interrogativi sul crimine e la pena di morte, specialmente in alcune società. Una sanzione massima che, va detto subito, non rappresenta affatto un deterrente, o un qualche rimedio laddove viene applicata. La storia di Chessman è emblematica, radicata in un tipo di società, quella americana, dove conta il successo economico della persona, senza il quale l’individuo non riesce a sopravvivere. Chessman veniva da una famiglia piuttosto comune del Midwest americano, che si trasferì a Los Angeles, in California. A un certo punto, la madre ebbe un incidente e rimase paralizzata. Questo fatto fu l’inizio di una parabola terribile: il padre non era in grado di provvedere alla famiglia e, già da ragazzino, Chessman, per soddisfare i bisogni primari di tutto il suo nucleo familiare, dovette darsi al furto e al crimine. Le prima cose che rubò furono alimenti, ovviamente per mangiare, in un negozio. Da lì cominciò la sua parabola criminale. Dai furti passò alle rapine, in compagnia di altri giovani delinquenti di cui era il leader, in qualche modo. Chessman scrisse in carcere 4 libri, tutti pubblicati, tra cui quello che abbiamo scoperto, dal titoloCaryl_Chessman_2.jpg: ‘Cella 2455: braccio della morte’ (Baldini, Castoldi e Dalai Editori), che divenne un successo internazionale. Come capitò anche ad altri detenuti, in carcere Chessman lesse e studiò, diventando una persona piuttosto colta. Ed Bunker, il famoso scrittore che lavorò per Quentin Tarantino, fu ispirato da lui e dal loro incontro, avvenuto in carcere. Il libro è vero, scritto - va detto - in compagnia del suo avvocato e tende un po’ ad autoassolversi, come è comprensibile. Chessman era diventato un giovane delinquente per necessità, come si suol dire negli esempi giuridici di ‘scuola’ o di ‘dottrina’. A lui furono addossati dalla Polizia dei crimini violentissimi, commessi da un certo assassino dalla ‘luce rossa’ - quella che usavano i poliziotti di notte - che uccideva e stuprava coppiette: una sorta di ‘mostro’ dell’epoca. E’ evidente che la Polizia potrebbe avergli intestato quei crimini per toglierlo di mezzo e risolvere alcuni difficili casi di omicidio, che stavano diventando spinosi. Grazie ai suoi libri e interviste, trasmesse anche dalla televisione americana, il ‘caso Chessman’ divenne famoso. In suo favore si mobilitò una parte dell’opinione pubblica e alcune personalità, anche se, dopo una lunghissima detenzione nel braccio della morte - 12 anni – e 9 rinvìi dell’ultimo minuto, alla fine fu soppresso nella camera a gas dopo un errore di una segretaria del giudice, che voleva annullare l’esecuzione per l’ennesima volta e che, alla seconda telefonata, si sentì rispondere: “Ormai è tardi: le capsule di cianuro sono state sciolte”. Sembra incredibile che la vita di un uomo possa esser dipesa da un errore telefonico, ma sembra proprio che le cose siano andate così. Chessman, va detto, divenuto in carcere una persona colta e dai modi istruiti non sembra - anche per i crimini commessi - il profilo classico dei criminale ricercato per quei delitti così violenti. Lo stesso giudice, intervistato in seguito, disse di ritenere che non fosse colpevole di molti dei crimini di cui era accusato. Questa storia, ovviamente, pone degli interrogativi tremendi. Sul crimine innanzitutto. Nelle società ‘neoliberiste’, c’è chi fa fortuna e ci sono masse di disgraziati, che spesso finiscono in ‘ghetti’ pericolosissimi, spaventosi, dove in sostanza si vive di crimine. E’ una realtà assolutamente ribaltata quella che esiste in certi luoghi, poiché il concetto di legalità non esiste: esiste solo il cercare di sopravvivere con ogni mezzo. In Italia, una società che ha avuto uno sviluppo più armonico in senso sociale, aiutato da alcune politiche progressiste, non esistono differenze sociali così marcate, come nei ghetti americani, o nelle ‘favelas’ sudamericane, se non forse in posti particolarissimi. E non in ogni città, come avviene, invece, negli Stati Uniti o in Brasile. Ovviamente, la riflessione che viene spontanea sulla pena di morte è che essa non assolva alcuna funzione, che ogni pena dovrebbe essere rieducativa o, addirittura, consentire il recupero e il reinserimento del condannato nella società. Con la morte di Stato non si recupera nessuno. E le società dove viene applicata continuano a essere violentissime, per cui non è neppure un deterrente, oltre che moralmente inaccettabile: lo Stato non dovrebbe mai avere il potere di ‘dare la morte’. Il pluricondannato Caryl Chessman, giustiziato nel 1960 in una camera a gas che chiunque può osservare in documentari dedicati al suo caso, non riuscì a salvarsi. Ma la sua testimonianza, se non altro, ci consente di riflettere su alcune ingiustizie del sistema giudiziario, sul crimine, sullo sviluppo abnorme di alcune società, in cui coloro che rimangono esclusi, per forza di cose si trasformano in soggetti a rischio.

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