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16 Febbraio 2026

Alieni

di Elisabetta Chiarelli
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Alieni

I tragici fatti di Crans-Montana, in Svizzera, ci hanno consegnato l’agghiacciante imperturbabilità dei nostri giovani: nulla sembra scuoterli veramente

Kurt Cobain, frontman dei Nirvana, così diceva all’incirca una trentina di anni fa: “M’immagino che, tra un paio di decenni, i giovani non saranno più attratti dal rock. La loro attenzione sarà catturata da suoni generati da 'macchine' e finiranno per esserne completamente dipendenti”. E’ indubbio che alcune persone, che hanno connotato il panorama culturale e sociale nel corso degli anni fossero “uomini venuti dal futuro” per la loro capacità, innata, di intuire gli eventi successivi. Ma òe parole di Kurt Cobain risuonano drammaticamente attuali nel delineare una delle forme più subdole e pericolose di dipendenza giovanile, ossia: quella dalla tecnologia, dall’uso inflazionato e massivo dei social networks. L’utilizzo pervasivo di queste piattaforme esprime l’esigenza, diffusa tra i giovani, di fuggire dalla realtà e, allo stato attuale, può ben dirsi abbia preso il posto della dipendenza da alcool e droghe.
Se peKurt_Cobaine.jpgrsino il consumo di sostanze stupefacenti e alcolici è stato quasi riassorbito, nel corso degli anni, all’interno dei costumi sociali, nessuna difficoltà, in tal senso, ha incontrato il diffondersi questa ultima forma di alienazione sociale. Il ricorso massiccio ai social, i quali con il contributo dell’intelligenza artificiale si pongono, oggi, come interlocutori privilegiati dei nostri giovani, ha provocato un danno indescrivibile alle nuove generazioni: a) ha disabituato i ragazzi alla concentrazione; b) a prestare attenzione alla bellezza che li circonda; c) alla complessità dei problemi che caratterizzano il loro tempo e che devono imparare a risolvere. In tal modo, si è innescato un processo di alterazione mentale, capace di provocare conseguenze disastrose sullo stesso sviluppo delle capacità cognitive dei giovanissimi, financo a incidere, verosimilmente, sulla loro salute neurologica. Ne sono una prova i tragici fatti accaduti il 1° gennaio 2026 a Crans-Montana, in Svizzera. L’immagine più devastante che questa tragedia ci consegna è quella ripresa dai numerosi video girati con il cellulare da quegli stessi ragazzi coinvolti nel terribile rogo. E’, infatti, agghiacciante assistere all’imperturbabilità di molti fra loro, che nonostante interi pezzi di soffitto crollassero corrosi dal fuoco, continuavano a filmare, a ballare o a camminare serafici tra i tavoli. Gli psicologi, interpellati su questi tragici fatti, hanno asserito che è "normale", in adolescenza, non avere la percezione del pericolo. E’ difficile da credersi, tuttavia. E’ infatti innato nell’essere umano, come in qualsiasi specie vivente, quell’istinto di conservazione che spinge ogni creatura terrestre a fuggire davanti ad un danno imminente. E se con la memoria ripercorriamo, noi adulti, le tappe della nostra giovinezza, non potremmo non ricordarci di una sola fase della nostra vita in cui cio’ non sia stato vero. Pertanto, se allo stato attuale le cose risultano cosi’ radicalmente cambiate, se la natura umana sembra a tal punto stravolta, dovremmo tutti domandarci: perché?
Le risposte a un simile dubbio antropologico ci giungono da più prospettive. Ricordiamo, infatti, la spettacolarizzazione della morte avvenuta in tutti quei casi in cui, invece di intervenire per evitare il consumarsi di una violenza o di un disastro naturale, ambientale o sociale, alcuni abbiano preferito godersi lo spettacolo riprendendolo con il cellulare, oppure facendosi un 'selfie', come accaduto nel caso del terremoto di Amatrice (Ri). E’ come se, attraverso quello schermo, la realtà, anche la più orripilante, assumesse connotati diversi, quasi accettabili: quelli di un fenomeno da contemplare e di cui estasiarsi.
Forse è un modo come un altro per “esorcizzare la paura del male”, potrebbe obiettare qualcuno. Senza accorgersi, tuttavia, che in tale maniera se ne diventa complici. Con l’ausilio della 'macchina' la morte è diventata la vera protagonista del nostro tempo. E noi non siamo più forti dinanzi a essa, ma semplicemente diventiamo vittime di un inesorabile processo di disumanizzazione, che condanna a un destino persino peggiore del decesso: la progressiva perdita dei sentimenti e un lento, ma inesorabile, allontanamento dalla nostra più profonda identità.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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