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19 Aprile 2019

Italiano TVB ma non TRP

di Gaetano Massimo Macrì
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Italiano TVB ma non TRP

Ti voglio bene ma non troppo: sembra essere questo il sentimento che anima il linguaggio dei giovani italiani. Ma non è tutta colpa dei telefonini e degli sms perché, come ci ha spiegato la professoressa Valeria Della Valle – coordinatrice dell’ultima edizione del Vocabolario Treccani – il problema dell’impoverimento lessicale e della scarsa conoscenza del corretto italiano va rintracciato altrove

Scrivono i giovani. Scrivono di continuo, usando la scrittura quasi più della voce. Complice la tecnologia, che li mantiene ‘connessi’ e li porta a sviluppare pensieri in forma scritta anche per comunicare un pensiero spicciolo, che sarebbe più semplice dire a voce. Si conoscono, forse s’innamorano anche, attraverso la scrittura. Ma, alla fine, quanto conoscono realmente la struttura della loro lingua, le regole grammaticali, l’analisi logica e del periodo? L’impressione è che il gergo giovanile stia prendendo piede e, forse, il sopravvento sulle espressioni corrette, ‘da scuola’. In parte, è normale. Tuttavia, in questi ultimi anni il fenomeno è apparso più evidente: i ragazzi sono i primi a essere esposti e attratti dalle novità (tecnologiche), al martellamento dei media, al linguaggio dei vari Crozza, che generano continui tormentoni e intercalari. Usano la lingua come fosse un gioco divertente, innamorandosi ora di una parola ora di un’altra. Il che, da un lato, ci consente di dire che in loro l’italiano non è mai decaduto, anzi è fors'anche troppo vivo. Si potrebbe perciò affermare, più correttamente, che viene declinato in nuove forme, attraverso nuovi mezzi. Qui, però, non si vuol parlare della natura evolutiva del linguaggio giovanile, piuttosto di quello che rimane dell’italiano insegnato a scuola, dell’ abc. Secondo uno studio dell’Università di Calgary, in Canada, pubblicato su 'Dissertation and features', l’uso spasmodico degli sms porterebbe a un impoverimento del linguaggio. Esattamente di parere opposto la British Psychological Society di Londra che, pur ammettendo qualche rischio, sostiene invece che, attraverso la tecnologia, si possa sviluppare proprio la creatività. Non da ultimo, l’Università per le Scienze applicate di Zurigo ha pubblicato una ricerca da cui emerge che l’impoverimento del linguaggio ha senz'altro ridotto al minimo l'uso dei termini, ma non è imputabile al mondo dei new media, poiché ci troviamo semplicemente di fronte a un momento di evoluzione linguistica, caratterizzato da grande creatività. Sulla stessa linea è il parere autorevole di Valeria Della Valle, docente di Linguistica presso l'Università 'la Sapienza' di Roma, autrice di numerose grammatiche per licei, coordinatrice dell’ultima edizione del Vocabolario Treccani. Noi l’abbiamo contattata e la professoressa ci ha spiegato, sulla base della sua esperienza, che “i mezzi dei quali si servono i ragazzi, in sé e per sé non possono essere considerati la causa di una non riconoscenza delle regole della grammatica. Anzi, se vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, questi mezzi hanno incrementato e aumentato ogni tipo di scrittura”. I new media hanno come caratteristica quella di rendere tutti più liberi, oltre a esercitare anche una forte attrazione per gli adulti: “Non solo i ragazzi, ma anche gli adulti sono incoraggiati a scrivere di più, dato che sono mezzi che non mettono soggezione. Naturalmente, scrivono in maniera più disinvolta, sanno di non essere sottoposti a un controllo come quando sono a scuola”. Nessuno stupore, poi, per quanto riguarda l’uso di espressioni gergali: “Dagli anni ’60 in poi, la moda di queste espressioni si è sempre avuta. Per non parlare delle abbreviazioni: si usavano già al tempo dei latini”. Il problema dell’impoverimento lessicale e della scarsa conoscenza di un corretto italiano va dunque rintracciato altrove: “Non è che se scrivo ‘x’ al posto di ‘per’ non so più l’italiano. Quello è un mezzo veloce, si tratta solamente di sapere quando usarlo. La questione dovrebbe essere messa in altri termini: noi assistiamo a un impoverimento del lessico giovanile. Spesso, i giovani non sanno esprimersi, né parlando, né scrivendo. Tutto ciò non deriva dall’uso dei mezzi tecnologici, ma dalla scuola, dove il più delle volte tutto è concentrato non sull’insegnamento della lingua italiana, come dovrebbe essere, ma sullo spazio preponderante dedicato allo studio della letteratura”. Un chiaro atto di accusa al nostro sistema scolastico, quello della professoressa Della Valle, che salva in parte i contenuti, ma non le linee di indirizzo pedagogico: “C’è una scuola che, di fronte a questo problema, segnalato da tutti, non provvede. E non è certo colpa dei professori, i quali, 'poveretti', devono far fronte a mille cose, devono fare gli psicologi, i tuttologi e via dicendo. Quindi, da una parte si grida ‘al lupo al lupo’ ma non si fa niente affinché i ragazzi dedichino più tempo alla lingua italiana; dall’altra, c’è un po’ quella che io chiamerei la moda di dare la colpa, a seconda dei casi, ai messaggini, ai post e ai blog. Quando ero piccola, negli anni ’50, si faceva lo stesso: si dava la colpa ai fumetti e ai fotoromanzi. Da indagini condotte da linguisti serissimi, invece, si è evidenziato come i testi di quei fumetti e fotoromanzi fossero scritti in un italiano impeccabile, quindi non potevano essere accusati di nulla”
Nonostante qualche tentativo di riforma, il sistema scuola non è stato sufficientemente modificato. E i giovani sono stati lasciati a se stessi e alle loro lacune originarie: meglio Pirandello che cercare di capire i congiuntivi e le espressioni, “Tutte le riforme che ogni tanto vengono fatte", spiega la professoressa Della Valle, "non hanno mai puntato su questo elemento. E nel poco tempo che resta a disposizione dei professori per fare grammatica, spesso la si fa in maniera antica, un po’ come avveniva nell’Ottocento, cioè a tempo perso. Un'analisi logica che ha una sua funzione solo nei confronti della lingua latina, quando sapere il nome dei complementi nella lingua italiana non serve a niente”. La lezione finale, pertanto, è questa: lasciamo stare i mezzi di comunicazione che vengono oggi utilizzati, i quali non hanno più di tanto responsabilità nel far disimparare a scrivere: “Il problema rimane per quei ragazzi che non hanno fatto, purtroppo, una buona scuola, che sono già fragili, impreparati, scrittori deboli e parlanti ancora più deboli. Quello che scriveranno sul supporto elettronico rifletterà la loro competenza, ma la colpa non è del mezzo”.
Scrivano pure tranquilli sui loro cellulari, giovani e adulti. Anche se, a leggere il piccolo test qui sotto, qualche riflessione sembra porsi: qualche 'chattata' in meno e una lettura in più di un libro non guasterebbe. Va bene la creatività e la sintesi, purché  bilanciate con una maggiore scelta lessicale. Intanto, giriamo la polemica della luminare de 'la Sapienza' al ministro Carrozza. E speriamo che questo articolo trovi la più ampia diffusione possibile, ovvero che sia 'tuittato' e postato ovunque. Potere della parola. O alla parola? 

Il nostro test 
Abbiamo sottoposto alcuni ragazzi romani delle ultime classi liceali e del primo e secondo anno universitario a un piccolo test di italiano da cui è emerso come, nonostante i numerosi anni di scolarizzazione, si compiano ancora errori davvero grossolani. Il campione è esiguo in quanto dato statistico, ma le domande vertevano su conoscenze che anche un ragazzino delle elementari conosce. Perciò, ci è apparso quanto mai significativo. Riportiamo parte degli errori madornali che abbiamo riscontrato. Dovendo correggere alcune frasi, come: “Anche un’animale ha un anima”, molti, prima di trovare la forma esatta, sono stati titubanti, qualcuno ha lasciato il testo invariato. Tra entusiasto e entusiasta, il termine corretto per alcuni è stato l’uno e l’altro: “Bisogna vedere se uno è femmina o maschio”. Tra ogniuno e ognuno c’è stato chi ha optato per la prima forma. Male anche l’analisi logica. Nella frase: “Che cosa non fecero quegli uomini”, molti hanno avuto difficoltà a individuare il soggetto. Per alcuni “quegli uomini” era il complemento oggetto. Grosse difficoltà le abbiamo riscontrate anche nella trasformazione delle frasi da attive in passive. Infine, per molti, il participio presente del verbo dare o non esiste o, se c’è, dovrebbe essere dante “o qualcosa del genere. Ma Dante, poi, è quello dell’Eneide”. E alla domanda: “Ma l’Eneide non l’ha scritta Virgilio?”, la risposta è stata: “Sì, è vero. Però, lui era con Dante all’Inferno”. Evviva! Se non altro, una buona notizia...

Quella strana mutazione dei termini
Quanti intercalari usano i ragazzi oggi? Parole messe là così, per ironia, spesso senza senso, quasi per gioco. Da quegli inutili eccetera che chiudono una frase - e che sottintendono percorsi mentali che restano nella testa solamente di chi li pronuncia, dunque totalmente incomprensibili in chi ascolta - ai termini di derivazione televisiva, provenienti dalla bocca soprattutto dei comici, come "ma anche", oppure "ma anche no". Qualcuno ricorderà il "diciamolo" di Fiorello-Ignazio La Russa. Poi ci sono le italianizzazioni dei termini stranieri molto conosciuti, come per esempio twitter che diventa "tuìtte" o "tuìdde", da cui la frase: "Ti tuitto una notizia". Facebook si trasforma in "faccialibro", o nella pronuncia letterale "fa-ce-bo-ok". A volte, il processo avviene al contrario: il ‘bello de casa’ si internazionalizza in "good of house". Mentre può capitare che le lingue si mescolino: ‘figa’ si pronuncia all’inglese "faiga"; ‘gay’ lo si traduce in maniera corretta: "Gaio". E, probabilmente, i più crederanno che gaio si possa usare in italiano solo per indicare un unico concetto. L’invio per e-mail o, in generale, l’invio di qualcosa su internet è indicato come "postare", derivato dall’inglese 'to post'. Insomma, l’impressione finale è quella di una lingua continuamente rimessa in gioco, rimescolata, adoperata all’occorrenza, in base alle situazioni. Una mutazione che, pur nella sua vivacità, nasconde la non conoscenza di molti termini della lingua italiana. Una povertà culturale che, anziché evolvere la lingua italiana, la deforma spesso in modo straziante.  

ValeriaDellaValle.jpgValeria Della Valle
Professoressa associata di Linguistica Italiana all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha diretto la pubblicazione della terza edizione del Vocabolario Treccani. Con Giovanni Adamo è autrice di due dizionari di Neologismi (Olschki 2003 e Sperling & Kupfer 2005) e Le parole del lessico italiano (Carocci 2008). Insieme a Giuseppe Patota ha pubblicato tre grammatiche per i licei alcuni testi divulgativi di grande successo, come Viva il congiuntivo” (Sperling & Kupfer 2009). Da anni è consulente presso Rai Educational per la realizzazione di programmi dedicati al tema dell’insegnamento dell’italiano. Protagonista in diverse rubriche radiofoniche nazionali.


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