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19 Aprile 2019

LGBTI: la violazione dei diritti fondamentali continua

di Carla De Leo - cdeleo@periodicoitalianomagazine.it
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LGBTI: la violazione dei diritti fondamentali continua

Discriminazione, abusi e violenze sono le realtà con cui tuttora devono fare i conti le persone Lgbti di tutto il mondo. Ma l’Italia, pur volendo essere in prima linea nella garanzia e nella difesa dei diritti fondamentali, deve fare prima i conti con i troppi vuoti normativi. Ne parliamo con Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Affari Esteri

In Italia, nonostante l’omosessualità e la transessualità siano legali, la mancanza di una legislazione penale antidiscriminazione – che contempli l'omofobia, la transfobia e la lesbofobia tra le possibili cause di discriminazione – ha favorito l'aumento di intolleranza e violenza verso le persone Lgbti. Negli ultimi anni, infatti, attacchi verbali e fisici si sono verificati con maggiore frequenza. ‘Complici’ anche diversi esponenti politici e rappresentanti delle istituzioni, che hanno continuato a fomentare intolleranza e odio attraverso dichiarazioni palesemente discriminatorie. A causa di questo vuoto normativo, le vittime di reati di natura discriminatoria basati sull'orientamento sessuale e l'identità di genere non hanno la stessa tutela delle vittime di reati motivati da altre tipologie di discriminazione (come quelle basate, ad esempio, sull'appartenenza etnica, la nazionalità o la religione). Atti o provocazioni di violenza omofobica e transfobica non sono, quindi, perseguibili come altre forme di incitamento alla violenza discriminatoria.
Nel luglio 2011, come nel 2009, il parlamento italiano ha respinto la proposta di legge contro l'omofobia e la transfobia, accogliendo le pregiudiziali di incostituzionalità presentate dai vari gruppi parlamentari. Il disegno di legge mirava a introdurre l'aggravante di omofobia nei reati motivati dall'odio e dalla violenza sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere. Inoltre, nella legislazione italiana manca il riconoscimento della rilevanza sociale delle famiglie costituite da persone dello stesso sesso e dai loro figli. Ciò impedisce a molte persone di godere dei diritti umani essenziali per l'autorealizzazione e alimenta la stigmatizzazione delle persone Lgbti. Molte persone Lgbti e molti ‘status’ continuano, dunque, a vivere fuori da qualsiasi forma di riconoscimento, di giurisdizione e di tutela. Continuano ad essere vittime di discriminazione, nella vita sociale quanto nei luoghi di lavoro. E sono soggetti a violenze e abusi. Situazioni che dimostrano palesemente come l’obiettivo ‘uguaglianza’ non sia stato raggiunto. E che, quindi, pongono la necessità di fare tanto altro ancora.

Proprio su questo ‘altro’, è stata recentemente dedicata la conferenza intitolata “Le persone Lgbti nella realtà odierna”, che si è svolta il 16 maggio presso il Ministero degli Affari esteri. Un momento di riflessione e un’occasione per ‘fare il punto’ sulla condizione delle persone Lgbti, in Italia e nel mondo. Un’opportunità di dialogo e di confronto, per riaffermare principi, iniziative e impegni. Appuntamento, che non a caso, si è voluto far cadere a cavallo della giornata mondiale contro l’omofobia, prevista per il giorno seguente.
L’urgenza di riaprire il dibattito sui diritti delle persone Lgbti appariva indispensabile. Perché, ad un’analisi equiparata dei differenti atteggiamenti assunti dai governi di tutti il mondo nei confronti del ‘fenomeno’, è evidente come la questione sia tutt’altro che stabile e pacifica. Le resistenze, le repressioni, le violenze, le discriminazioni e le stigmatizzazioni sono, infatti, come abbiamo visto, assai più diffuse di quanto ci si poteva immaginare. Nell’ambito della conferenza – alla quale hanno partecipato associazioni, personalità politiche, esponenti della società civile, rappresentanze diplomatiche estere a Roma e membri del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani –, si è discusso sulla necessità di chiedere l’abolizione della pena di morte, di adottare misure di prevenzione più forti e radicate sul territorio. Di ampliare la rete di protezione, attraverso l’introduzione di quelle misure antidiscriminanti che puniscono l’omofobico o il transfobico. Sull’urgenza di ‘aprire i cancelli’ sui posti di lavoro, dando uguali possibilità di accesso alle persone Lgbti. Perché essi rappresentano una risorsa per i Paesi e sono indici di benessere e di prosperità.
In tutto questo, l’Italia purtroppo si colloca agli posti dei principali Paesi d’Europa. Il governo, che in seduta si è dichiarato in prima linea nel riconoscimento dei diritti fondamentali e nella tutela dalle discriminazioni, riafferma il suo impegno a fare tutto il possibile affinché l’obiettivo venga raggiunto. Nessuna promessa scritta, ma  l’obbligo etico e morale di  garantire pari dignità e pari opportunità al popolo Lgbti. Perché, come ammoniva Dennis Van der Veur (European Union Agency for Foundamental Rights), ricordando che l’Italia è un Paese civile, avanzato, maturo e pronto per il cambiamento, “Muoviti Italia! Cosa aspetti?”. Si è sottolineato che, per fare ciò, occorre innanzitutto cambiare mentalità. E capire che dare diritti agli Lgbti non significa ‘toglierli’ ad altri e, in particolare, alle famiglie. Anche perché, se quei diritti non vengono riconosciuti, significa che chi invece ne gode è un ‘privilegiato’. Compito importante in questa ‘lotta’ al cambiamento, spetta alle istituzioni, ma anche al mondo della cultura, del lavoro e dell’informazione, che molta parte possono costituire nel processo di integrazione e di uguaglianza. Allo stesso tempo, è ovviamente necessario superare i ‘blocchi’ legislativi. In primo luogo, attraverso l’approvazione della legge antidiscriminazione (che costituisce un grave ritardo dell’Italia nei confronti degli altri Paesi dell’UE). E, al contempo, mediante il riconoscimento delle unioni civili degli Lgbti (L’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea a non riconoscerle). Anche se non si può nascondere che “In politica il blocco è molto forte. Perché sono tanti i parlamentari che discriminano, anche con aggressività, gli Lgbti e i loro diritti”. Così denuncia, nella sua esposizione, l’onorevole Ivan Scalfarotto. Ricordando anche che “Questa è una battaglia di tutti. Perché il rispetto e l’uguaglianza sono di tutti: la loro violazione è, quindi, un problema di tutti”.
All’apertura e in conclusione dei lavori della conferenza era presente Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Affari Esteri, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Benedetto_Della_Vedova.jpgSottosegretario Della Vedova, il dibattito di oggi ha confermato la volontà del governo italiano ad essere in prima linea in materia di diritti e di tutela degli Lgbti: in assenza di un vero impegno scritto, cos’ha voluto significare la conferenza?
“Questa era inevitabilmente e positivamente una sede di discussione. Il Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con il Cidu (Comitato Interministeriale dei Diritti Umani) ha raccolto intorno al tavolo esponenti italiani e non solo, per una discussione positiva e aperta, inerente alle reticenze sulla questione degli Lgbti. In Europa e in Italia. È chiaro che un punto di caduta è naturalmente, in prospettiva, un punto normativo. Sia sul piano dell’antidiscriminazione, sia, più complessivamente, sul riconoscimento dei diritti. E sul riconoscimento giuridico delle coppie Lgbti”.

Più volte, oggi, è stata ribadita l’urgenza dell’approvazione della legge antidiscriminazione: lei non pensa che, finché non sarà dato un riconoscimento ufficiale e giuridico alle coppie Lgbti, quella legge potrebbe apparire, in qualche modo, ‘meno legittima’?
“Sono assolutamente d’accordo. Credo che sarebbe un punto importante anche rispetto allo specifico della lotta alle discriminazioni: che si ottiene dando piena cittadinanza, attraverso il pieno riconoscimento giuridico, alle coppie omosessuali effettive. Io credo che il ritardo che ha accumulato l’Italia in questo senso, sia un ritardo ingiustificato e ingiustificabile rispetto allo standard europeo dei principali Paesi. Ritardo che andrebbe colmato. Anche perché dalla società italiana si avverte un sentimento maggioritario, favorevole a queste iniziative. Ma il Parlamento dovrebbe essere, anche dall’esterno, sollecitato a lavorare per far conquistare questa legittimità”.

Dall’esterno: chi dovrebbero essere i ‘sollecitatori’? Le associazioni non fanno già abbastanza pressione?
“Deve esserci un po’ di pressione. Che provenga dalla società civile o dalle associazioni. Ma penso anche ai media che, tutto sommato, parlano poco di questo tema. Se non nei casi in cui lo impone la cronaca. Invece, sarebbe un argomentato che andrebbe ampliato e posto in maniera differente. Poi, per quel che mi riguarda, l’impegno c’è sempre stato”.  

 

DA SAPERE

LGBT (o GLBT) è un acronimo utilizzato come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender[1]. È considerato meno controverso del termine queer o lesbogay.
Fino alla rivoluzione sessuale degli anni sessanta del XX secolo non c'erano termini generalmente conosciuti per descrivere gli appartenenti a questi gruppi che non avessero un significato spregiativo (ad esempio sodomiti). Con l'organizzazione delle persone per i propri diritti sessuali si è avuto bisogno di un termine che esprimesse chi fossero in un modo positivo.
Il primo termine utilizzato, omosessuale (opposto ad eterosessuale), prese un'accezione troppo negativa e fu sostituito dall'americano "Gay". Quando le lesbiche hanno forgiato la loro propria identità, i termini Gay e Lesbica sono diventati più comuni.
Il termine LGBT è stato sempre più comune dalla metà degli anni novanta sino ad oggi, è divenuto così tradizionale che è stato adottato dalla maggior parte dei centri di comunità per lesbiche, gay, bisessuali, e transgender e dalla stampa gay nella maggior parte delle nazioni dove si parla inglese. Nell'ottobre 2004, la compagnia mass media PlanetOut Inc., che possiede i domini PlanetOut.com e Gay.com, ha scelto LGBT come suo ticker symbol quando è stato elencato sullo scambio del NASDAQ dopo un IPO di successo. Fin qui è rimasto principalmente un termine scritto, piuttosto che un termine di conversazione.

L'atteggiamento verso l'omosessualità e la transessualità nel mondo
In 78 Paesi del mondo l’omosessualità è considerata un reato. Omosessuali e transessuali sono soggetti: al pagamento di multe salatissime, ai lavori forzati, alla detenzione in carcere (anche fino a 15-20 anni). 
In sette Stati (Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen e negli stati della federazione della Nigeria che applicano la sharia e nelle zone meridionali della Somalia) i rapporti fra persone dello stesso sesso sono puniti con la lapidazione e la pena di morte.In più di 40 Paesi (Albania, Armenia, Bahamas, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Camerun, Cile, Croazia, Danimarca, Fiji, Gambia, Georgia, Ghana, Grecia, Guyana, Iran, Iraq, Italia, Giamaica, Lettonia, Libano, Liberia, Lituania, Macedonia, Malawi, Moldova, Montenegro, Nigeria, Russia, Serbia, Sudafrica, Taiwan, Trinidad e Tobago, Tunisia, Turchia, Ucraina, Uganda, Ungheria, Uruguay, Zimbabwe) Amnesty International, così come i vari Osservatori, hanno denunciato violazioni dei diritti umani, aggressioni, intimidazioni e discriminazioni nei confronti di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate.
In molti Paesi dell’Europa dell’est (Bielorussia, Georgia, Lituania, Macedonia, Moldova, Russia, Serbia e Ucraina) le autorità negano il diritto alla libertà di espressione, riunione e manifestazione in pubblico. Favorendo l’intolleranza contro le comunità Lgbti, che vengono discriminate nella legge e nella prassi.L'adozione della direttiva europea antidiscriminazione, che permetterebbe alle persone Lgbti di godere di uguali diritti, senza rischiare violazioni e discriminazione è, infatti, osteggiata da diversi governi europei. 
Il parlamento della Russia ha anche approvato (il 25 febbraio 2013) una legge che punisce “la propaganda dell'omosessualità tra i minori”, che introduce a livello federale il reato amministrativo di “propaganda dell'omosessualità tra i minori”, con multe fino a 500.000 rubli. E in diverse regioni sono state adottate leggi discriminatorie contro le persone Lgbti (San Pietroburgo e nelle regioni di Baschiria, Čukotka, Krasnodar, Magadan, Novosibirsk e Samara).Europa occidentale, America del Nord, America del Sud, Sud Africa e Australia, sono i Paesi in cui omosessuali e transessuali trovano il più ampio riconoscimento dei loro diritti. Anzi: la ‘marcia’ verso l’uguaglianza è partita proprio dal ‘vecchio continente’. Ventiquattro anni fa, infatti, l’Unione Europea raggiungeva un importante traguardo: la rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie. E il suo riconoscimento come orientamento sessuale ‘diverso’, ‘altro’, rispetto a quello maggioritario. O rispetto a quello comunemente ritenuto ‘normale’.
Un passo rivoluzionario fondamentale perché con esso, oltre all’affermazione in molti Paesi della sua legalità, si sanciva e si sigillava un principio importantissimo: l’orientamento sessuale apparteneva alla sfera dei diritti individuali fondamentali. E, in quanto tale, i governi dovevano impegnarsi affinché questo diritto venisse riconosciuto, garantito e tutelato. Da allora, gli sforzi di diversi Paesi hanno consentito enormi passi in avanti in tal senso. In molti Stati le persone e le coppie lesbiche o gay sono riuscite a conquistare pari dignità e pari riconoscimenti delle persone e delle coppie eterosessuali. Come, ad esempio, la possibilità di unirsi in matrimonio, di adottare un bambino o di accedere agli stessi posti di lavoro degli eterosessuali. E, allo stesso tempo, è stato possibile fare emergere ed assistere altre realtà ‘emarginate’, come quella dei bisessuali, dei transgender e degli interesessuati.


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