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19 Giugno 2019

La strana estate del ’65

di Gaetano Massimo Macrì – gmacri@periodicoitalianomagazine.it
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La strana estate del ’65

Felice Gimondi vince il Tour in cui doveva solo partecipare; l’Inter si conferma squadra migliore del mondo; tiepida accoglienza per i Beatles a Milano mentre inizia l’era della beat generation: eventi e successi di 50 anni fa, che potevano proiettare l’Italia ai vertici internazionali, ma così non è stato

‘Strana’ estate, quella del 1965. Musicalmente parlando, inizia l’era del ‘beat’, quella dei Beatles. Aria nuova, dunque, anche se erano in molti a scommettere che sarebbero durati una stagione e via. Fu una rivoluzione in tutti i sensi: finiva l’epoca degli alienanti ‘hully-gully’, incominciava quella di una nuova gioventù. Un uomo di quarant’anni non viene più considerato ‘vecchio’, ma un giovane con più esperienza. E’ una nuova epoca, più moderna, in cui fasce d’età differenti si mescolano nello ‘shake’. Una ventata di internazionalità o, quantomeno, di sprovincializzazione, colora le maggiori città italiane. Solo quelle, però: l’entroterra resterà ancora in uno stato di arretratezza culturale. Un altro segno di riconoscimento del nostro valore sul piano internazionale viene dal calcio, con l’Inter che vince la Coppa dei Campioni (oggi Champions League), battendo il Benfica. Era la ‘grande Inter’ allenata da Helenio Herrera, che nel giro di due anni aveva sconfitto le squadre più blasonate al mondo: il Real Madrid di Di Stefano e Puskas l’anno precedente, sempre in una finale di Coppa dei Campioni, e ora anche il Benfica di Eusebio nello stadio di casa. La semifinale di ritorno era stata al cardiopalma. I nerazzurri dovevano recuperare la pesante sconfitta per 3 a 1 rimediata a Liverpool. Finisce con un ribaltamento: 3 a 0 e apoteosi. Da allora, nessuna squadra ha più vinto l’ambito trofeo in casa propria. L’Italia dello sport non può che essere orgogliosa, in quella estate del ’65. Anche nel pugilato, portiamo a casa un premio importante, con Nino Benvenuti che si laurea campione del mondo dei pesi superwelter. E nemmeno un mese dopo, Felice Gimondi vince il Tour de France. E pensare che il campione di Sedrina (Bg) era alla sua prima partecipazione e non doveva nemmeno partire. Il ciclista bergamasco era talmente ‘sprovveduto’, che si era scritto sui guanti i nomi dei ciclisti avversari più importanti: “A destra i velocisti e a sinistra gli uomini di classifica. In fuga mi accorsi che un numero corrispondeva a Darrigade, temibilissimo sprinter. E allora su un cavalcavia partii come se non dovesse esserci domani. Salutai tutti, arrivai primo con 2” sui compagni di fuga. Ero in maglia gialla”, racconterà in una intervista della Gazzetta dello Sport a 50 anni di distanza. Altri tempi, certo: nel giro di pochi mesi, Felice Gimondi si ritrova a essere il numero uno dell’era post Coppi. Dopo di lui, per vedere un altro italiano in maglia gialla, dovremo attendere Marco Pantani nel ’98. Il giorno dopo la vittoria di Gimondi, Francia e Italia, rappresentati da Saragat e De Gaulle - i presidenti della Repubblica dei rispettivi Paesi - inaugurano il traforo del Monte Bianco. 11 chilometri e 600 metri che consentono di passare da Courmayeur a Chamonix e viceversa, in poco più di dieci minuti. Il ministro Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca dei fatti ministro delle Finanze, dichiara: “Il Monte Bianco era il nome di una montagna che ci separava. Da domani sarà il nome di un tunnel che ci riunisce”. In realtà, la rivalità coi ‘cugini’ francesi era stata forte. Sembrava derivare da quella ciclistica, come ‘naturale’ prosecuzione. Dato che Gimondi aveva battuto Poulidor, i minatori di entrambi i Paesi lanciarono la sfida per chi fosse arrivato primo al termine del proprio tratto. Con turni da sei ore ciascuno, gli italiani completarono in anticipo, beffando i francesi, certi della vittoria. Il congiungimento venne festeggiato con il passaggio di bottiglie di champagne dal lato francese e da cartelli che incitano: “Vive Saragat! Vive Poulidor! Vive de Gaulle! Vive Gimondì…”. Ormai, l’idea di un’Italia diversa, rinnovata, che si era lasciata indietro le ferite della guerra e si proiettava verso il futuro piena di fiducia verso il progresso, animava i pensieri degli italiani. I tempi della contestazione giovanile sorvolavano ancora il suolo Americano: arriveranno qualche anno più tardi, nel ’68. La televisione non è considerata una scatola vuota, contenente per lo più ‘spazzatura’: nel palinsesto trova ampio spazio la cultura in generale, con numerosi spazi dedicati alla musica sinfonica, al teatro, ai programmi educativi. Le trasmissioni sono meno ‘reclamizzate’. E perisno gli ‘spot’ sono piccoli ‘gioiellini’ da vedere e apprezzare. Il cinema italiano sta offrendo il meglio di sé, difendendosi dale ripetute ‘invasioni’ delle pellicole americane. Roma e Cinecittà sono ormai la “Hollywood sul Tevere”: numerose produzioni statunitensi vengono a girare negli studio’s romani. La ‘commedia all’italiana’, con attori e autori quali De Sica, Sordi, Manfredi, Gassman e altri. Come pure la nascita del filone degli ‘spaghetti western’, con un Maestro come Sergio Leone che riuscì a contrapporre pellicole di grande qualità alle le mega produzioni americane. Non tutto l’ambiente dei cineasti italiani, però, seguì queste tendenze. Autori come Ferreri o Bertolucci percorsero altre e più originali vie, al fine di indagare gli aspetti più contemporanei della società. Per non parlare di Pier Paolo Pasolini e della sua grande acutezza intellettuale, a tutto tondo. Proprio nell’estate del 1965, lo scrittore si reca a casa di Totò, ai Parioli, per coinvolgerlo nel film che passerà alla Storia col titolo: ‘Uccellacci, uccellini’. Gli italiani di Bolzano ricorderanno l’estate del ’65 soprattutto per la pellicola di 007, alias il mitico Sean Connery. Perché ad affiancarlo come ‘Bond-girl’ nell’ennesima avventura (‘Thunderball – Operazione tuono’) è un’attrice francese, tale Claudine Auger, che interpreta Dominetta Vitali di Bolzano, la famosa ‘Domino’. La fila ai botteghini, quel 7 giugno, fu enorme, nella città altoatesina. Tornando alla musica: quali pezzi si ascoltano sotto l’ombrellone, sulle spiagge, nel ’65? I più gettonati sono: ‘Se non avessi più te’ (Gianni Morandi); ‘Ciao, ciao’ (Petula Clark); ‘Il mondo’ (Jimmy Fontana); ‘Quello sbagliato’ (Bobby Solo), solo per citarne alcuni. Tra i 33 giri, spicca Mina con ‘Studio Uno’ e, naturalmente, i Beatles, con ‘Beatles for sale’. Gli ‘scarafaggi’ di Liverpool suonano in Italia proprio nel corso di quell’anno, durante quell’estate. Le tappe di Roma e Milano riservano un’accoglienza che non è delle migliori da parte della stampa di settore. Nemmeno il pubblico, in realtà, accorre in massa. Il tutto esaurito non si verifica. Tuttavia, tra le frange giovanili, l’interesse c’è e si manifesta. I fans italiani accorrono alla stazione centrale di Milano per accogliere i Beatles, che fuggono a bordo di un’Alfa ‘spider’ inseguiti dagli ammiratori in motorino. Il vento del cambiamento non poteva essere ‘schivato’. E quell’estate segnò il confine tra il ‘vecchio’ (il twist, la melodia) e il ‘nuovo stile’ di musica e di vita. L’Italia, per la prima volta scopre il fenomeno dei fans isterici che urlano “George!” o “Paul!”, emulando i loro coetanei inglesi visti in tv. E scopre la figura del ‘cantante-mito-eroe’, della ‘rockstar’ che dissacra ogni forma istituzionalmente precostituita. “A Roma non andremo dal Papa, poiché dovremmo tagliarci i capelli”, dichiararono i Beatles in conferenza stampa, prima del concerto. Ciononostante, sopravvivono altre forme di interesse musicale verso artisti più ‘crepuscolari’, come Sergio Endrigo e il suo romanticismo. A riprova di un clima di fermenti musicali, ecco cosa succede nell’edizione 1965 del ‘Disco per l’estate’, che viene vinta da Orietta Berti. La manifestazione è accusata di essere obsoleta: si punta il dito contro la Rai, per il fatto di aver chiamato a partecipare cantanti come Nicola Arigliano o il Quartetto Cetra, dimostrando di essere rimasta ‘arroccata’ agli ‘urlatori’ e al tradizionalismo ‘perbenista’, tant’è che i giornalisti scrivono i loro pezzi parlando di ‘Un disco per il nonno’. Un’altra gara canora vive un’esperienza migliore: è il ‘Cantagiro’, un progenitore dei ‘contest’ a tappe che prese il via nel giugno di quell’anno e, prima di concludersi, imprevedibilmente si spostò per una tappa straniera a Mosca. Davanti a una giuria di burocrati sovietici ‘ingessati’ o in divisa militare, tra le fila del ‘socialismo reale’ la musica scatenata di Rita Pavone, Gianni Morandi e Little Tony viene giudicata contraria alla società russa e liquidata con bassi voti. La platea, invece, scalpita proprio per loro, fischiando la giuria in diretta, causando l’interruzione, per qualche minuto, della trasmissione televisiva, per censurare la verità. Chi l’avrebbe mai detto che la musica italiana avrebbe potuto essere responsabile di piantare il seme della rivolta in terra russa, negli anni ’60? Eppure questo è successo: nell’estate del 1965, l’Italia si ritrovò sul gradino più alto del ‘podio’ in diverse occasioni, rivaleggiando con gli sportivi e i Paesi delle società più avanzate. Purtuttavia, ha continuato, allo stesso tempo, a rimanere legata a certe tradizioni e stereotipi. Fi una ‘strana estate’ davvero, quella del ’65, che già annunciava la rivoluzione del 1968, la quale avrebbe spazzato via ogni cosa, positiva o negativa che fosse.


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