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24 Gennaio 2022

Noi crediamo nel 'Girl Power'

di Raffaella Ugolini
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Noi crediamo nel 'Girl Power'

Le donne non hanno potere senza ricorrere all’elemento trasgressivo, un aspetto tipico del femminismo che non arriva mai a un cambiamento integrale: un qualcosa di assolutamente innocuo, che non modifica l’impostazione sessista in cui viviamo, vera causa dell’ineguaglianza

Noi crediamo nel ‘Girl Power’, nel potere alle donne. In quella ‘D’ di donna c’è tutto: dolcezza, disponibilità, determinazione, dolore. Noi siamo una testata femminista. Ma cosa significa essere femministi? Semplicemente, crediamo nella parità sociale, politica ed economica tra i generi. Noi pensiamo che, a questo punto della Storia, l’uomo abbia ormai già dato e detto tutto. E che sia arrivato il momento che la donna, senza bisogno di sbraitare, ottenga lo spazio che merita non solo per le gambe tornite o il seno ‘rifatto’. Dopo decenni di lotte politico-sociali, in cui la donna protestava la sua indipendenza mostrando corpi sinuosi e nudi per ottenere i suoi ‘diritti’, è arrivato il momento che essa sia riconosciuta per la persona che è, senza se e senza ma. Che possa raggiungere quei posti di prestigio per cui ha studiato e lottato, esattamente come gli uomini e non perché ha un bella presenza. L’uomo ha fatto il suo tempo. Sono ormai lontani i tempi in cui portava il fazzoletto nella giacca e lo offriva a una donna quando piangeva. Sono lontani i tempi in cui i pantaloni li portava solo l’uomo. Oggi, accade raramente che la donna piagnucoli sulla sua spalla. E i fazzoletti, così come gli anticoncezionali, li ha a portata di mano nella borsetta. E’ un male? No. Più semplicemente, molte convenzioni sono cadute, mentre altre si sono addirittura ribaltate. E ci ritroviamo in un contesto in cui i figli delle 'sessantottine' risultano viziati e pasciuti fino agli 'anta' e oltre, come maschi ‘bamboccioni’. Le donne, invece, da tempo ormai si sono svegliate e pensano a far carriera. E i figli? Alla deriva. La questione non è solo sessuale: è sociale. Ed è tristemente vera. Purtroppo, si verificano sempre più casi di violenze sulle donne e omicidi assurdi. Un centinaio di femminicidi solo nel 2016, in Italia e circa 81 nel 2020, da parte di mariti, ex amanti e fidanzati. L’emancipazione femminile e l’aumento dei femminicidi sono strettamente legati: l’uomo, perdendo il suo potere sulle donne, si sente ‘derubato’ della sua virilità, smascherato nella sua orgogliosa doppiezza, superato nell’identità. E ha cominciato a odiare la donna per ciò che rappresenta: una minaccia. Chiaramente, molti casi sono estremi e ci troviamo nel patologico. Ma la patologia risiede, in parte, anche in una società in cui la donna viene vista solo o soprattutto come oggetto sessuale; dove economicamente viene pagata di meno per lo stesso ruolo lavorativo ricoperto dagli uomini; dove chi vuole dei figli, sicuramente non sarà assunta tra i quadri dirigenti o manageriali. Lo stigma astratto su questi uomini violenti è speculare all’inabilità nel riflettere sulle origini sub-culturali dei loro gesti. Negli anni più recenti abbiamo visto molte campagne sociali ed è stata approvata anche una legge contro il femminicidio. Ma il risultato è che, nel dibattito pubblico, la violenza degli uomini, che prima era impercettibile, è stata solamente ‘mostrificata’, mentre una riflessione laica su come intervenire efficacemente viene a mancare. Lo stesso intervento repressivo da parte delle Forze dell’ordine è complicato, perché i violenti non si riconoscono mai come tali. Ma in questi casi c’è sempre un problema con il proprio femminile interno, che viene visto come oppressivo e angariante. Una donna, per il solo fatto di essere libera, è minacciosa, dunque ostile in quanto autonoma. E per rispondere alla sensazione di angoscia, si reagisce con un atteggiamento sadico. Nella narrazione maschile, inoltre, la violenza sulla donna è sempre una reazione: “E’ lei che mi ha provocato, che mi ha rovinato”, dice lui. E le vittime sono, quasi sempre, le donne più autonome, che magari hanno cominciato la relazione in un momento di debolezza e si ritrovano ‘incastrate’ in un rapporto di dipendenza. Ma nel momento in cui riacquistano autonomia, esse vengono percepite come traditrici, da distruggere ed eliminare per riaffermare la propria mascolinità, la propria identità ormai obsoleta e superata. Ma cosa sta facendo la politica al riguardo? La risposta è nulla o poco più. Si assiste a una presa di coscienza dell’opinione ‘social’ grazie alla partecipazione ai temi scottanti delle star di Hollywood o delle ‘pop star’, nostrane e non. Come, per esempio, l’impegno di Leonardo Di Caprio per l’ambiente e di Michelle Hunzicker contro la violenza sulle donne: si battono a suon slogan, prendendo parte ai temi più scottanti con campagne che arrivano a milioni di persone attraverso i profili social. E questo, in fondo, se da un lato mette in luce la dFeminist.jpgebolezza della politica è anche un bene, perché questi personaggi sono i miti del contemporaneo. Le ragazzine li seguono, li imitano e li ascoltano. Anche se poi non si va oltre il ‘messaggio’ delle immagini patinate. Ma non c’è una soluzione concreta del problema. Certo, se ne parla di più, a causa dell’immobilismo dei politici. E così torna alla memoria la performance di Beyoncè agli Mtv Video Music Awards: la cantante che, alcuni anni fa, si è esibita per 20 minuti in un medley canterino e danzereccio con tutte le sue forme al vento. E solo verso la fine, sullo schermo alle sue spalle, è apparsa la scritta: ‘Feminist’. Una richiesta di ‘potere alle ragazze’, di autoaffermazione, di autostima e di cura che le donne vogliono avere di sé, che tuttavia lascia il tempo che trova. In sostanza: più un’operazione di marketing, che una presa di posizione meditata. La donna non ha potere e la sua unica possibilità di andare a segno è l’elemento trasgressivo: un aspetto tipico di una presa di coscienza femminista che non arriva mai a un cambiamento integrale. In sostanza, il ‘Girl Power’ alla Beyoncè e compagnia è un qualcosa di assolutamente innocuo, poiché non modifica nemmeno di striscio l’impostazione sessista in cui viviamo, che è la vera causa dell’ineguaglianza. E' tutto molto bello e commovente, ma rimane un mero fenomeno di costume. Il punto è che, fino a quando non ci interrogheremo sui princìpi senza cambiare una virgola del nostro modello economico, in cui anche molte donne si sono ‘adagiate’, non ci saranno miglioramenti. E la dura realtà è che viviamo in un mondo maschilista, sessista, fondamentalmente patriarcale. I fenomeni ‘social’ alla Beyoncè sono solamente l’effetto e non la causa dello svuotamento della ‘battaglia femminista’. E per arrivare al vero ‘Girl Power’ è necessario mettere in crisi ciò che impone la disparità di genere nel profondo. Forse, l’elezione di Kamala Harris, una donna di colore, a vicepresidente degli Stati Uniti d’America, la voce di Lady Gaga e quella di Jennifer Lopez durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente americano, possono rappresentare un punto di partenza per la lotta alle disparità di genere. E forse verrà un giorno anche in Italia, in cui non serviranno più le ‘quote rosa’. Forse, una lenta ma inesorabile rivoluzione sta già avvenendo o è già avvenuta. In molti auspicano che non serva più una normativa al riguardo, affinché le donne siano inserite automaticamente nei posti strategici del management, dell’economia e della politica. Dove saranno riconosciuti i loro diritti ad avere lo stesso stipendio, a parità di ruolo con gli uomini e ci sarà un welfare sostenibile, che non imponga più la scelta tra la carriera e la famiglia. In caso contrario, la condizione femminile diventerà sempre più ‘glamour’ e ‘luccicante’, ma non cambierà le nostre condizioni di arretratezza sociale. Di conseguenza, non elimineremo mai del tutto la violenza e i femminicidi, che sono lo specchio della persistenza di una società e di una cultura maschilista. Tuttavia, noi crediamo nel ‘Girl Power’ e che la disparità di genere sarà, un giorno, eliminata. Basta stereotipi: we can do it. E non solo a parole.

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Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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