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19 Giugno 2019

Tatuaggi: non più diversi ma alla moda

di Gaetano Massimo Macrì
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Tatuaggi: non più diversi ma alla moda

L’ultima tendenza è la versione 3D. Sì, perché il disegno tatuato sulla pelle è divenuto ‘accessorio’ al pari di una borsa o un paio di occhiali, non più messo al bando socialmente, anzi segno decorativo-distintivo di un corpo che muta per distinguersi

Da contrassegno degli schiavi a segno distintivo degli ex galeotti, a simbolo che per anni ha diviso schiere di denigratori e estimatori, quasi fosse la fenomenologia del Bene e del Male, il tatuaggio è ormai approdato nel moderno e lucroso porto (e portafoglio) degli ‘accessori alla moda’,  con cui poter creare abbinamenti ad hoc. Chiunque ne possegga uno, specie nella stagione estiva, si adopera per metterlo in evidenza, scoprendolo quel tanto che basta per farlo ‘ammiccare’ al passante ormai non più scandalizzato alla sua vista. Negli ultimi anni si è assistito alla ‘invasione’ di spalle, caviglie, dita, bacini, nuche, colli tatuati. Fateci caso: non c’è un vip in TV che non ne ostenti uno; al mare, al fresco dell’ombrellone, persino la vostra ‘vicina’ incinta avrà avuto un lembo di epidermide seminascosto (o semivisibile) decorato con una rosa, un nome (magari quello del nascituro) il volto del burbero Padre Pio da Pietrelcina (che se potesse parlare probabilmente tatuerebbe un esorcismo su quella pelle per ‘redimerla’). Croci, fatine e spade, poi, completano il quadro (e il corpo) in nome di una spiritualità o bellicosità mai in realtà dimostrata coi fatti o a parole. L’importante è che ci sia, quel disegno, che sia bello, che piaccia a se stessi. ‘Farsi’ un tatoo è un po’ come scolpire un credo che non si recita perché non si conoscono le parole. Però c’è. Basta vederlo, mostrarlo. Ostentarlo. In luogo delle parole parlano le immagini. Eccolo allora, il pensiero ‘debole’ dei moderni tatuati. A parte i ‘malati’ che si ricoprirebbero dalla testa ai piedi, il resto è gente normale, impiegati di banca come tassisti, insegnanti come operai, padri e madri di figli che impareranno forse a leggere prima sulla ‘pelle’ di mamma e papà.  Gente qualunque che si tatua perché fa ‘figo’. E la scelta la compie con cura: guardando ovviamente all’estetica, ma prima si sceglie il tema. Il tema è proprio quel ‘credo’, condensato in un simbolo che sintetizza una ‘filosofia’ che piace. Poi, però, se si prova ad andare oltre al segno, ad indagare, si scopre che si rimane solo sulla superficie delle cose, proprio come quei tatuaggi, che ‘macchiano’ la pelle senza penetrare a fondo. Sembrano vesti variopinte che avvolgono corpi che richiedono di essere bene individuati. Vai a scoprire allora che in fin dei conti tatuandi e tatuati non hanno certezze, in questo mondo precario, come tutti, ma le ricercano. Addirittura, anzi, se le scolpiscono. Si sottopongono a una sorta di iniziazione a qualcosa che però è solo illusorio. Scelgono simboli e icone in cui dicono o pensano di ‘credere’ ma di cui spesso ignorano i significati e le storie. Scelgono e rispettano la ‘liturgia’ del prete-tatuatore perché hanno solo bisogno di credere in qualcosa. E che sia illusione, è confermato dal fatto che ormai i tatuaggi sono stati esautorati da tutti i significati intrinseci possibili. Sono divenuti moda, un modo anche per trastullarsi il cervello in “Come me lo faccio il prossimo?” e “Dove?”. O indicano uno status da pseudointellettuali, un ‘vestito’ usato per mostrarsi in pubblico, accrescendo il proprio ‘Io’ e per dimostrarsi capaci di un’identità perduta, di-mostrare di essere consapevoli di avere ancora un senso, un nome, un posto in società. Crisi, in una sola parola, che ha spazzato via ogni legame con le proprie radici, radici che qualcuno spera di re-inventare dipingendosi il lembo più superficiale del proprio corpo. 
Il corpo neutro diviene un libro aperto da mostrare a tutti per far leggere il proprio pensiero, mostrare il succo concentrato del proprio ego. E se è vero che la storia dei tatuaggi insegna che da sempre l’uomo ha dipinto il proprio corpo per comunicare eventi importanti, si comprende meglio come oggi questa forma di comunicazione sopravviva soltanto per il suo essere divenuta tendenza, accessorio, ausiliario all’ Essere, disperso e precario. In tal senso è un segno dei tempi. Anzi, un ‘contrassegno’: io ti pago, tu mi tatui il ‘concetto’ in cui credo e così lo porterò ‘sempre’ con me, a zonzo. Non lo dovrò ‘studiare’. Semplice.Quando il Signore scacciò dall’Eden Caino, gli appose un segno, il ‘thau’, “Perché riconoscendolo, non lo uccidessero” e lui vivesse tra gli uomini, provando la fatica e il lavoro. Difficile.
Forse c’è bisogno di bussole con aghi ben piantati e funzionanti, non di aghi che dipingano bussole immobili. Infondo è solo una questione di scelta: essere primitivi o moderni. I primi ‘segnano’ la pelle perché ne rimanga traccia; i secondi tutt’al più ricorrono alla chirurgia plastica perché elimini quella traccia. In mezzo c’è sempre e solo il corpo, quell’ involucro chiuso che conserva (bene o male) ciò che gli uni e gli altri tendono a non vedere, semmai a tatuare, che poi, in fondo, è l’altra faccia di eliminare.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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