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19 Giugno 2024

E Carmelo Bene finì all’inferno

di Vittorio Lussana
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E Carmelo Bene finì all’inferno

In ‘Donne senza censura’, Patrizia Schiavo è Letizia Servo che si autointervista, descrivendo il percorso di una donna ‘una e trina’ in un dibattito dialettico che sembra marginale, ma che via via pone al centro dello spettacolo quell’indifferentismo cinico che ha avvelenato ogni rapporto individuale e la nostra stessa società

‘Donne senza censura’, scritto, diretto e interpretato da Patrizia Schiavo, andato in scena nei giorni scorsi allo ‘Studio Uno’ di Roma, è teatro dell’essere, dell’esistenza femminile nella società. È arte con la A maiuscola, nell’interpretazione di un’attrice che diviene divinità grazie al proprio timbro diaframmatico eccezionale e inconfondibile: una ‘voce-donna’ che snocciola ‘parole-femmina’, nell’avvenuta maturazione di se stessa. L’universo femminile è il vero contesto di fondo di questo spettacolo, che descrive senza censure il tortuoso cammino evolutivo di un’artista attraverso l’aiuto di due alter ego, ben interpretate da Silvia Grassi e Flavia Pinti, brave a fornire tesi e antitesi, positività e negatività, di quei processi psicologici che configurano e completano l’equilibrio interiore di una donna. Sulla scena, Patrizia Schiavo è Letizia Servo che si autointervista, descrivendo il percorso di una donna ‘una e trina’ in un dibattito dialettico che sembra marginale, ma che via via pone al centro dello spettacolo quell’indifferentismo cinico che ha avvelenato ogni rapporto individuale e la nostra stessa società. La Schiavo accenna al proprio percorso, ma solo come pretesto per sottolineare ben altro: il teatro non può esimersi dal rappresentare ciò che lo circonda. E se ciò che ci circonda è una ‘brodaglia’ indistinta di contraddizioni, esso non può voltare il proprio sguardo da un’altra parte. L’attacco è inizialmente leggero, quasi frivolo. Ma in seguito, il cuore della Schiavo inizia ad aprirsi e ad affondare i propri colpi. E colpo su colpo, si arriva alla sconfitta dell’artista di fronte a un contesto collettivo statico e banale, che non può far altro che certificare il trionfo dell’orrido. Per Carmelo Bene, l’attore doveva essere orfano di mondo poiché tutto era teatro, il teatro era il mondo, dunque egli stesso era il mondo. Un sillogismo ideologico sul ruolo dell’attore che finisce col teorizzare solamente l’isolamento alienato. Bene fu un grande interprete di sfumature psicologiche e follie elevatissime. Ma forse è giunto il momento di rivedere con maggior onestà intellettuale il percorso di questo artista, nel quadro complessivo di un ambiente che continua, imperterrito, a dettare il proprio ricatto proponendo personaggi e nuovi talenti esclusivamente attraverso il discutibile metodo della cooptazione o della discepolanza cattolica. Un metodo che annulla persone, capacità umane e professionalità. Carmelo Bene, a suo tempo, preferì ricalcare la vuota forma dell’artista che poteva permettersi di utilizzare e persino di abusare del proprio successo: sarebbe ora di affermarlo a chiare note. Anche per sottolineare come l’establishment artistico italiano, con il suo immobilismo retrogrado, abbia ormai più che rotto i ‘coglioni’. Ecco, dunque, il vero ‘sfregio’ della Storia. Ecco dove poteva e doveva colpire il ‘Lorenzaccio’ di Carmelo Bene, anziché avvitarsi nella pretesa pseudo-intellettuale di una rivoluzione culturale di ‘destra’, che finisce solamente col rinchiudersi nell’atomismo individualistico. Patrizia Schiavo fa letteralmente a pezzi tutto ciò in quanto mero detrito culturale, esorcizzando ogni tesi sovrastrutturale per scacciare un demone che, oltre a provocare e irridere, null’altro è in grado di fare e di dare. Perché una rivoluzione che non cambia nulla, è tutt’altro che una rivoluzione: una ‘buffonata’ retorica e velleitaria, esattamente come il fascismo. Carmelo Bene è stato uno di quegli attori che ha goduto di una stampa ‘cialtrona’ e indulgente, la quale ha sempre perdonato tutto a certi artisti. Ma il desiderio di prendere per mano un’attrice come Patrizia Schiavo, per portarla mentalmente a danzare insieme ad amici degni sopra la tomba di quel demone, diviene la dimensione mentale in cui si viene trasportati, in un mondo che non vuol riconoscere altro che la sconfitta a chi pretende di cambiarlo veramente. Comprendere la vittoria morale di una donna, cosa abbia dovuto sopportare e introiettare in se stessa, risulta un concetto che ci riporta alla dignità e alla compiuta identità personale. La cosa può apparire una contraddizione. Invece, non lo è: l’attore non è solamente colui che riesce a essere ‘diverso’ da se stesso, ma chi agisce al contempo, sulla scena e nella vita, compiendo l’atto di donare, a ciascun personaggio e al pubblico, la parte migliore di sé. È una logica ‘biunivoca’, dotata di una doppia direzione, che a sua volta si riversa sul personaggio e verso il pubblico. Perché se demone dev’essere, meglio allora un attore capace veramente di fare il ‘diavolo a quattro’. È esattamente questa la ‘fase’ di completamento che definisce l’identità piena ed effettiva di un attore: una sintesi ‘neokantiana’ in grado di completare un complesso processo di maturazione artistica e professionale. La Rai non si accorge più dello ‘sbocciare’ di certi artisti? Mediaset letteralmente se ne ‘frega’, poiché perennemente all’inseguimento di una cultura ‘media’ ipocrita e ‘smutandata’? Ecchissenefrega! Noi danzeremo sulle tombe dei tanti demoni affrontati e sconfitti. Danzeremo, berremo e ci divertiremo a sputare sulle lapidi di insulsi personaggi, che non hanno mutato di una virgola l’esistenza terrena dell’uomo, voltando le spalle alla possibilità di renderlo migliore per puro estremismo edonistico: un ‘tutto’ che, alla fine, non ha saputo essere nient’altro che il ‘nulla’. E saranno proprio le donne a decretare, senza alcuna censura, questa cercata, meritata e voluta discesa all’inferno.

 


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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