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19 Ottobre 2018

Napoli in factory

di Clelia Moscariello
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Napoli in factory

La struttura di corso Veneto, di Gennaro Regina si trasforma in spazio multifunzionale e luogo dove vivere la cultura e far circolare le idee nel capoluogo partenopeo   

Promuovere la cultura attraverso uno spazio multifunzionale, con quest’idea e stata inaugurata a metà novembre, a Napoli, l’apertura della ‘nuova’ Voyage pittoresque factory. Lo spazio artistico, al numero civico 682 di corso Vittorio Emanuele, creato dai fratelli Regina alla fine degli anni ‘90, è stato infatti trasformato in una open house, ispirata all’idea degli anni ‘60 di Andy Warhol. 
Una struttura multifunzionale, disposta in 750 metri quadrati che si estendono su più livelli, in un susseguirsi di ambienti luminosi e minimal, destinata ad accogliere moltissime attività: un laboratorio creativo, una galleria espositiva, una biblioteca con oltre 500 libri, la proposta di corsi d’arte, aperitivi e meeting congressuali. 
Nella “Factory napoletana” si è trasformato in luogo della cultura, con ingresso libero. Una location dove modernità, antichità, grafica, fotografia e hitech si fondono in proposta esperenziale ed educativa per il pubblico. Un progetto che, nell’intento del suo patron, vuole lanciare un messaggio positivo in un momento culturalmente non facile. 
Gennaro Regina vede Napoli come una città unica, depositaria di un sapere antico quanto moderno, che ha nel suo potenziale quel “quid” in più per reagire alla crisi e alla mancanza di risorse. “Napoli è una città dalle mille difficoltà, ma ha anche tante incredibili bellezze che dovrebbero essere valorizzate e di cui dobbiamo essere fieri. La realtà partenopea è molto complessa, ma la creatività e la fantasia dei suoi abitanti dà degli spunti incredibili. Non dobbiamo poi sottovalutare di possedere delle risorse artistiche e naturali che, adeguatamente promosse, potrebbero dar lavoro a un’intera generazione. Per me è incredibile vedere come altre nazioni, ad esempio la Spagna, abbiano creato un indotto turistico perfetto, avendo molte meno risorse di noi. Impegnarsi per un impiego ottimale delle nostre ricchezze storico-culturali e naturali è una sfida in cui molti potrebbero lanciarsi.(...). Poche, pochissime sono le voci che mostrano Napoli per quello che realmente è, al di là dei suoi problemi. Solo gli artisti, i poeti, i letterati, gli scrittori hanno oggi il coraggio di mostrare un’altra Napoli: quella della cultura, della capacità di andare avanti. Se si guarda la televisione, i telegiornali, l’immagine che abbiamo della nostra città è unidimensionale e votata al peggio”. Ed è proprio su questo rilancio culturale del capoluogo partenopeo che si è sviluppato il progetto di factory che Gennaro Regina ci descrive in questa intervista. 

Gennaro Regina, com'è nata l'idea della Voyage pittoresque factory? 
“Principalmente con la voglia di fare qualcosa di nuovo, qualcosa che andasse al di là di una semplice galleria d’arte. Fondamentalmente è stato concepito come progetto culturale dove sono percepite le idee più che le opere, gli oggetti o i servizi offerti. Credo che oggi le persone abbiano poche cose cui aspirare, quello che manca è un luogo dove incontrarsi per scambiare un’idea o imparare qualcosa di nuovo, utile più allo spirito e alla mente piuttosto che agli occhi e alle orecchie”. 

L’anno scorso ha presentato al Pan, Palazzo delle Arti Napoli, una mostra dedicata alla città che mostrava scenari paesaggistici stupendi. Quanta negati-vità si porta dietro Napoli? 
“Questa città non ha negatività, è una delle metropoli più belle del mondo. Purtroppo non è mai stata valorizzata come tale (anche dagli stessi napoletani). È facile andare via per cercare una qualità di vita migliore, un lavoro degno di questo nome, un futuro più roseo per i nostri figli. Ma questi sono tutti discorsi soggettivi, non c’è mai stata una coscienza comune che potesse aspirare alla costruzione di un paradiso che forse non esiste, ma in un posto del genere sono tante le positività che basta veramente poco perché le cose negative diventino rare o poche”. 

Perché una Factory proprio a Napoli? 
“Non c’è niente di nuovo nella mia “factory”: è un laboratorio di idee e manufatti come ci sono sempre stati nei secoli scorsi nella nostra città. Forse la novità maggiore è che questa iniziativa viene sviluppata in un momento economico difficilissimo per tutto il paese e per la cultura in particolare. Noi napoletano abbiamo bisogno di mettere in pratica le nostre idee, di creare cose uniche e particolari come solo qui si riescono a creare. Solo così possiamo fare in modo che invece di andare via noi o esportare i nostri manufatti all’estero, siano gli altri da fuori a venire a Napoli per vedere quel che realizziamo e a godere di questo 'infernale paradiso' in cui viviamo. 

Come Lei ha dichiarato, questa non è una galleria, ma un laboratorio dell’arte. Come la cultura può cambiare il futuro di Napoli? 
“Napoli è piena di laboratori creativi, di designer eccezionali, architetti con idee meravigliose, artigiani unici, nonostante la concorrenza asiatica, ma mentre in città come Berlino tutto questo è il pane quotidiano, da noi le istituzioni non danno assolutamente valore a questo volano fondamentale che è la cultura”. 
750 metri quadrati su più livelli, in stile newyorkese anni '60, realizzata dall’architetto Diego Lama e dallo studio Altromodo. Quanto vi ha aiutato l'ispirazione della Factory di Andy Warhol? 
“Andy Warhol è stato un grande innovatore, ma forse anche lui si è ispirato a qualche laboratorio napoletano…”. 

In Voyage pittoresque factory Lei propone un nuovo modo di concepire l’arte? Ci spiega come? 
"Nella “factory” insegneremo l’arte, cercando di farne percepire l’essenza attraverso la pratica, ci saranno dei percorsi psicologici che aiuteranno le persone a perfezionare la percezione di tutto ciò. Insomma abbiamo voglia di fare finalmente un po’ di cultura”. 

Il vostro è un progetto ambizioso per una città come Napoli spesso “maltrattata”. Quale messaggio vuole lanciare ai suoi concittadinii? 
“Voglio dire ai napoletani che ora hanno un posto dove andare a fare quattro chiacchiere, scambiare opinioni e imparare qualcosa di nuovo. Per me è stato un grande sacrificio realizzare tutto questo, ma sono convinto che è l’unica maniera per uscire da questo buco nero”.   


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Questo articolo è tratto dal numero 1 di Periodico italiano magazine versione sfogliabile

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