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19 Agosto 2019

Il circo sociale dei bambini tolti alla camorra non vuole morire

di Cinzia Salluzzo Rovituso
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Il circo sociale dei bambini tolti alla camorra non vuole morire

A Napoli, la cooperativa ‘Il Tappeto di Iqbal’ lavora da oltre dieci anni a stretto contatto con i giovani a rischio. Attraverso l’arte circense e l’arteterapia svolge un lavoro sociale che oggi, a causa della mancanza di fondi, rischia di scomparire

‘Il Tappeto di Iqbal’ è una cooperativa sociale onlus nata nel 1999, su iniziativa di alcuni membri dell’associazione di volontariato “Lele Ramin” a seguito di un’esperienza decennale di attività a favore dei minori a rischio. Attualmente la compagine sociale comprende due coordinatori, Giuseppe Savino e la Dott.essa Monica Paolillo e sette soci lavoratori e volontari , ex ragazzi di strada. Sono giovani che hanno deciso di investire il proprio tempo nel cambiare il contesto in cui sono vissuti, ovvero il quartiere malfamato di Barra. La cooperativa, dal 2001 aderisce al Consorzio Co.Re. (un gruppo di cooperative sociali di tipo A e B con sede nella provincia di Napoli, nato come luogo in cui esprimere e accrescere  professionalità nel lavoro sociale e sperimentare il metodo della costruzione e dello sviluppo delle reti). Attualmente opera a Napoli (VI municipalità e in particolar modo a Barra) e provincia (in particolare nei territori Casalnuovo di Napoli, Castellammare di Stabia, Gragnano) e collabora con realtà artistiche e sociali di Scampìa, centro storico, Chiaiano. Negli ultimi anni ha sostenuto le attività scolastiche della scuola Rodino con il progetto “Io circo per ridere” rivolto a ragazzi droup out (a rischio di dispersione scolastica) del quartiere di Barra per la Fondazione Banco di Napoli. Per l’Assistenza all’Infanzia ha creato i progetti: “Fragili fra Agili” rivolto a minori a rischio di Barra e Chiaiano, quartiere vicino a Scampia; il circo sociale, la pedagogia circense per i bambini autistici di Casalnuovo di Napoli con percorsi di Teatro Terapia (con la dottoressa Monica Paolillo della Federazione Italiana di Teatroterapia). Malgrado il forte impegno sociale e i risultati dimostrati lungo il corso di questi anni, oggi ‘Il Tappeto di Iqbal’ rischia di chiudere. A parlarcene, in questa intervista, è Giovanni Savino raccontandoci il lavoro quotidiano con i ragazzi, nel difficile tessuto sociale di Napoli.

Da dove nasce il nome Iqbal?
"In memoria di Iqbal Masih, il bambino pakistano nato nel 1983 che ad appena quattro anni iniziò a lavorare in una fornace di mattoni; a cinque anni suo padre lo affidò a un fabbricante di tappeti in cambio di 16 dollari, che gli servivano per pagare un debito contratto per finanziare il matrimonio del figlio maggiore. Iqbal ha lavorato per più di dodici ore al giorno per più di sei anni; picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio, guadagnava una rupia al giorno (circa tre centesimi di euro). Nel 1992 il Pakistan promulgò una legge contro il lavoro schiavizzato, ma i proprietari delle fabbriche continuavano a praticarlo. Nello stesso anno Iqbal, con altri bambini, uscì di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere a una manifestazione organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato e, in quell’occasione, decise di raccontare la sua storia in pubblico. Il suo discorso spontaneo venne riportato dai giornali locali il giorno seguente. Successivamente, con l’aiuto di un avvocato del Fronte di Liberazione, Iqbal scrisse una lettera di dimissioni al suo padrone. Conobbe il leader del Fronte, Eshan Ullah Khan, e cominciò a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventando il simbolo e il portavoce del dramma dei bambini lavoratori. A 11 anni, a Stoccolma, ha raccontato la sua storia alla conferenza mondiale sull’infanzia. A Boston ricevette una borsa di studio da un’università americanache gli avrebbe consentito di studiare Legge. Ma, il 16 aprile 1995, a 12 anni, dei sicari della mafia dei tappeti gli spararono, uccidendolo”.

Lavorate solo con i giovani?
“Non solo. Sempre a Barra abbiamo, infatti, attivato un progetto patrocinato dal Ministero per le pari Opportunità di Teatroterapia, rivolto alle donne del quartiere, spesso mamme o sorelle dei ragazzi di strada con cui lavoriamo. Un’esperienza che abbiamo duplicato anche a Ponticelli, nella U.O.S.M. centro di salute mentale con i familiari di persone affette da disabilità mentale.Ci occupiamo di interventi sociali e progettualità educative per minori e famiglie, di politiche e interventi contro la dispersione scolastica, di orientamento ai servizi, di promozione dell’educazione interculturale e ambientale, di Teatro civile e Circo Sociale. Dal 1999 al 2010 abbiamo gestito il Servizio socio-educativo della scuola della seconda opportunità – Progetto Chance – in collaborazione con i Maestri di Strada, per il recupero dei ragazzi drop out. Purtroppo questi progetti sono stati chiusi e non è stato possibile  ottenerne altri”.

Cosa sono la pedagogia circense e il circo sociale?
"Con il termine circo sociale si fa riferimento a una metodologia che utilizza le arti circensi come mezzo per la diffusione del benessere sociale. È quindi un mezzo di intervento sociale rivolto, in questo caso, ai giovani a rischio o socialmente emarginati. Utilizzando strumenti pedagogici alternativi: un approccio dinamico basato sull’arte-educazione che si inserisce nel più ampio concetto dell’educazione informale (che comprende tutti quei processi che si presentano fuori dell’ambito scolastico, e riveste un ruolo fondamentale nell’odierno contesto sociale globale). L’aspetto ludico permea l’intera concezione di arte educazione e si mescola al fascino delle discipline circensi. L’arte diventa quindi non esclusivamente il fine, ma il mezzo trasmettere saperi. Universalità e accessibilità sono le caratteristiche principali del circo sociale. Ogni persona, in base alle proprie capacità, è in grado di esprimere le proprie potenzialità attraverso la vasta gamma di attività che il circo offre, ma non solo, competenze già sviluppate, quali danza o canto, assumono importanza e vengono valorizzate. L’obiettivo è sviluppare e incrementare nei giovani la consapevolezza di sé, l’autonomia, l’autostima, l’autodisciplina, l’autocontrollo, il rispetto di sé e degli altri, la cooperazione e molti altri valori. Le sfide che il circo porta in sé portano a una trasformazione personale del giovane che, potendo esprimersi liberamente, impara a verbalizzare pensieri e idee, e a coesistere socialmente in modo pacifico, costruttivo e rispettoso”.

Come si inseriscono in tutto ciò la terapia e la psicologia?
Noi utilizziamo il momento ludico, artistico ed espressivo anche come mezzo per intervenire sia in dinamiche di gruppo sia nell’individualità (ciò che viene definito pedagogia circense). Dal punto di vista metodologico dobbiamo tener conto dei contesti sociali nei quali viene applicata, del tipo di utenza. È un campo ancora tutto da esplorare, di grande osservazione e sperimentazionePer fare un esempio: M. di sette anni ha perso la madre e vive una situazione familiare molto difficile con punti di riferimento inesistenti. Quando fa i compiti perde facilmente l’attenzione. La giocoleria ed in particolare cerchi e palline lo aiutano a concentrarsi, divertendosi, in quanto la sfida a non farle cadere è forte, richiede in lui una certa concentrazione. Si verifica così nel bambino un aumento della capacità di attenzione, che alla lunga si manifesta anche quando fa i compiti.  Oppure: S., ragazzo molto timido con le classiche ‘orecchie a sventola’ subisce dal branco continue vessazioni. La clownerie lo aiuta a giocare con questa cosa in quanto è solo lui ad avere il dono prezioso delle sue splendide orecchie e il gruppo ritiene inutile prendersi gioco di lui per questa cosa in quanto insieme a noi la guarda, la osserva e la valorizza. È lui che fa ridere gli altri e non più gli altri che ridono di lui. O ancora: C. ha 12 anni, ma l’altezza di un bambino di 7. Quando va sui trampoli si sente grandioso (mentre nel quotidiano compie piccoli furti e atti vandalici per richiamare l’attenzione degli altri). Stiamo parlando di realtà in cui un giovane ha difficoltà a fidarsi ma soprattutto ad affidarsi. Salire su un trampolo diventa un gioco da ragazzi se si considera che ogni giorno molti giovani sfidano la morte  su moto di grossa cilindrata. Pensiamo a quei giovani che in contesti difficili sono persino abituati a sfidare la Polizia. Quando questi ragazzi salgono sul trampolo, verificano l’equilibrio precario, rischiano di cadere e finalmente provano paura perché devono stare su una cosa che non hanno minimamente idea di come gestire. Finalmente torna il bambino che è in loro: o mi danno le mani o cadono. Si attiva il contatto fisico. Mi guardano negli occhi, rivolgono a me lo sguardo che tendono a tenere guardingo e schivo, e si istaura una relazione in un attimo (che forse mesi di partite a calcetto non avrebbero consentito). Quindi o si fidano o cadono. Devono affidarsi, e noi proviamo a non lasciarli cadere più. Ogni ragazzo può misurarsi con se stesso, si concentra sul “qui e ora”, sgombrando la mente. Il che è un bene perché come dice sempre lo psicologo catanese Paolo Donzelli, durante i suoi laboratori di teatro-terapia , spesso la mente mente”.

Perchè usare il circo come strumento di supporto?
"Il circo è al totale servizio della creatività , della formazione dell’essere umano. È un’attività caratterizzata dal forte gioco del corpo; attraverso la sfida intrinseca delle azioni circense è possibile scoprire se stessi e i propri limiti provando a superarli. Il circo sviluppa concentrazione, attenzione, percezione, ascolto di sé. È anche un affidarsi al gruppo e provare in maniera sperimentale a superare  quelli che io definisco “limiti aggregati”.  Ovvero quei limiti che sono la summa dei limiti di ognuno e che spesso generano “il limite” necessario perché il “branco” gruppo resti nello stato aggregato. Nella nostra esperienza decennale abbiamo sperimentato vuove arti fisiche di strada come il Parcour e il free running. Il gruppo si costruisce spesso da solo accettando le differenze di tutti. I ragazzi creano insieme, si mescolano e cambiano partner ogni volta per superare sfide di discipline differenti. L’espressione può essere sempre libera e spontanea. Ogni cosa si “può fare” e mai si “deve fare”. Si sviluppa la conoscenza del corpo attraverso il movimento, che è anche forma espressiva e creativa nello spazio e nel tempo. Si stimolano le qualità psicomotorie quali la forza, la scioltezza, la resistenza, l’orientamento, la coordinazione .Tutto sempre attraverso gli elementi base del gioco, o quello che dico sempre ai ragazzi del “gioco serio” perché “chi gioca seriamente si diverte con gli altri; chi gioca senza rispetto si diverte da solo e prima o poi si annoia”.

Dove svolgete queste attività?
"Operiamo negli spazi messi a disposizione dalla scuola Rodinò, ma legati a orari curriculari, quindi siamo spesso costretti ad andare in strada in luoghi abbandonati, spesso crocevia di tossicodipendenti, tra spazzatura e ratti e giochiamo in strada, facendo diventare quest’attività a volte stagionale perché al freddo e sotto la pioggia è difficile lavorare. Ma un luogo permanente è il nostro sogno”.

Come sviluppate il lavoro?
"La prevenzione alle devianze è la base del nostro agire. La modalità è sempre rispetto, gioco serio e musica. Per dirla con le parole di Giovanni Rodari “non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo”. Io utilizzo un’espressione forte “togliere le perle ai porci”. Perché il nostro impegno è rivolto principalmente ai bambini, al prevenire atteggiamenti violenti e devianze. La prevenzione con l’uso ludico delle attività circensi consente di attivare anche il concetto di cittadinanza partecipata. Il riutilizzo di materiale destinato ai rifiuti come copertoni di biciclette, spugne di materassini ci aiuta a costruire i trampoli, per fare un esempio”. 

Barra è uno dei quartieri disagiati di Napoli: perchè lo avete scelto?
"È il quartiere che ha scelto me, perché ci sono nato e ho vissuto queste strade da bambino. Il tappeto di Iqbal è un progetto molto antico che, alla fine ho portato avanti solo (dato che mano a mano i vari amici sono fuggiti alla ricerca di un posto di lavoro). Qui ci sono le mie radici e qui con Il tappeto di Iqbal voglio migliorare il quartiere. Barra ha il numero di giovani più alto di tutte le municipalità di Napoli, con livelli di povertà altissima, famiglie numerosissime e disoccupazione altissima con livelli di dispersione scolastica giganteschi elementi sufficienti a rafforzare la camorra barrese, tra le più forti e spietate di Napoli (anche più forte di Scampia).  I legami con la malavita, da qui, si estendono oltre i confini regionali. Proprio in questi giorni proprio un gruppo originario di Barra è stato arrestato in toscana mentre rapinava un ufficio postale (una banda che con furti analoghi avevano colpito in Toscana, Emilia e Marche). Uno di questi è lo zio di uno dei miei ragazzi. Grazie al Tappeto di Iqbal, questo giovane ha preferito venire in giro con noi piuttosto che entrare nel giro delle rapine”.

Avete mai fatto tournèe in giro per l'Italia?
"Da due anni giriamo con uno spettacolo che si intitola “Lui chi è?”. È la storia di due ragazzi che raccontano la propria vita e descrivono il quartiere violento in cui vivono. Durante lo spettacolo gli educatori e i ragazzi raccontano le proprie tragedie personali fino a rendere il pubblico partecipe e coinvolto nelle tragedie di questi ragazzi che inizialmente venivano giudicati senza che nessuno si chiedesse “Lui chi è?”.

A quali altre realtà siete collegati?
"Abbiamo rappresentato l’Italia a Gennaio 2012 a Siena nel CircoMondoFestival con Argentina, Brasile e Palestina con cui è nata una forte amicizia e collaborazione ed in particolare con gli Argentini del Circo du Sur di Buenos Aires dove una nostra collaboratrice sta lavorando e imparando le arti aeree e con il Palestinian Circus a cui mi lega una forte amicizia anche per il mio personale attivismo per la questione palestinese. Da due mesi è nata una forte collaborazione con il Circo Comunitario di Città del Mexico e del Chapas. Naturalmente cerchiamo di avvicinarci a quelle realtà che riteniamo più in linea con la nostra mission di operatori del sociale. Il circo inteso come business economico non ci interessa. In Italia, ad esempio, siamo forti sostenitori di Libera associazione nome e numeri contro le Mafie e siamo sicuramente punto di riferimento per la sezione napoletana in fatto di impegno civile contro la camorra”.

È vero che il vostro futuro è a rischio?
"Purtroppo il terzo settore ha poche risorse. Noi, cercando una sede permanente, avevamo fatto richiesta  degli spazi, ormai abbandonati, della vecchia scuola Salvemini. Volevamo ristrutturarla, installare dei pannelli solari, farne insomma un centro di aggregazione culturale. Ma non c’è stato niente da fare.  A giugno eravamo anche riusciti a far firmare alla vecchia dirigente della Rodinò una convenzione che ci consentiva l’utilizzo della palestra tutti i giorni. Purtroppo il cambio di direzione ha annullato ogni accordo. Quindi non abbiamo finanziamenti né un luogo dove lavorare”. 

Vuoi lanciare un appello?
"Vorrei solamente lavorare e impegnarmi socialmente come ho sempre fatto. Poter lavorare tutti i giorni e tornare a casa la sera; una vita semplice con la mia compagna e dei figli. Questo è diventato un sogno impossibile. Desidero un’eccezionale normalità. Chiedo quindi solo di lasciarmi lavorare nell’interesse della collettività”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
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