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24 Maggio 2024

Lettera aperta al popolo della Padania

di Vittorio Lussana
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Lettera aperta al popolo della Padania

Gentilissimi conterranei,

all’inizio di questa lunga estate dell’anno 2011, vorrei innanzitutto porvi la seguente domanda: dove comincia e dove finisce la Padania? Non quella geografica, naturalmente, ma quella culturale, basata sui nobili princìpi di bontà e di saggezza, di maturità e di umanità che ricordavo, o che credevo di conoscere, un tempo. A parte la ‘polenta’, le chiese, la grande pianura e le alte montagne, che cos’è veramente la Padania? Un migliaio di piccoli industriali? Una lunga serie di villette a schiera alla periferia dei centri più grandi? Un ‘bouquet’ di dialetti e idiomi variegati che si dipanano dai ‘francesismi’ piemontesi e piacentini, agli ‘spagnolismi’ lombardo-veneti? Prendiamo una città a caso e osserviamola. Ecco la ‘mia’ Bergamo: qualche museo, i collegi ecclesiastici, il conservatorio ‘Gaetano Donizetti’, una fitta rete di appartamenti di operai e commercianti, le case popolari delle servette d’albergo e dei panettieri che circondano senza sudditanza le mura della città alta. Ora amici cari, secondo voi, da che cosa si giudica e si misura una città? Dai suoi aggregati economici? Essa è solamente ruderi e affari, ricordi e ambizioni, esigenze e bisogni? E la Chiesa, la ‘vostra’ Chiesa? Non vedete come anch’essa sia rimasta contagiata dal materialismo ‘spicciolo’, eccitata dal miraggio di un progresso temperato dalla superstizione? Nella sua battaglia per una società migliore, essa si è allontanata dal mistero, ha illuminato le cattedrali e non più le coscienze, ha preteso di offrire tutto del messaggio evangelico, di poterlo interpretare come non vi fosse più nulla da scavare, niente da rovistare, al fine di ricercare ciò che è visibile solo agli occhi degli umili. La trascendenza è scesa a patti con l’immanenza. E, nelle vie del Signore, ogni cosa appare distributrice di felicità, anche se si tratta di una gioia falsa, irreale, priva di pensieri, senza più alcuna passione, ricordo, dolore. Dopo che voialtri, fratelli miei, commetteste l’errore di far sorgere una nuova forza politica che voleva e vorrebbe richiamarsi a delle radici le quali, in realtà, non sono mai esistite - poiché mai è esistita una radice culturale unitaria del Nord, se non quella delle Leghe contadine dei tempi di Giuseppe Verdi, o degli antichi operai anarchici e socialisti che lavoravano 20 ore al giorno nelle prime fabbriche volute da Giolitti – avete poi commesso quello di accettare passivamente che questo movimento si schierasse sull’estrema destra dello scenario politico, così come fece a suo tempo, per pura bramosìa di potere e di danaro, Mussolini, dimostrando di non sapere un bel nulla di cosa realmente sia una compagine politica di destra. La destra è conservatrice, non xenofoba. Essa è per l’ordine, non per la reazione disordinata e scomposta. La vera destra non illude e non si illude, vuol far quadrare i conti, produrre economia  e ricchezza, ricondurre il Paese a un minimo di decenza. E compito precipuo della destra, fratelli miei, anche se immagino che vi sorprenderà quanto vado scrivendo, è soprattutto quello di tenere ‘in piedi’ la sinistra, di educarla, di prepararla a succederle, di inserirla nella tradizione. Come potete, voialtri, che una tradizione nemmeno l’avete, insegnare alla sinistra a inserirsi in essa? E sapete, poi, qual è il vero compito della sinistra? Quello di ricordare alla destra di essere tale, di non venir meno ai suoi doveri di custode dello Stato. La destra è politica, la sinistra è società. E voi? Chi siete voialtri? Io non vi riconosco: non siete né destra, né sinistra. Voi siete soltanto dei cattolici che teorizzate un federalismo autoritario, improntato a un’osservanza ortodossa delle verità dogmatiche, le quali non possono ‘far testo’ in politica, poiché in essa vi dev’esser posto per tutti i punti di vista, anche degli obiettori di coscienza, dei miscredenti, degli esclusi, dei reietti, dei disperati. Voi teorizzate un paternalismo che dovrebbe far scendere sul cittadino i frutti del suo lavoro, insieme a quelli della bontà dei suoi governanti, come la ‘manna’ della Bibbia sulla testa degli Ebrei. Ma tutto questo è duplicità, io vi avverto: è solo un alibi che vi porterà a cogliere qualsiasi occasione per far propaganda demagogica, una libertà di pensiero disancorata da ogni genere di categorizzazione culturale, l’assimilazione delle ‘fandonie’ del passato con le ‘frottole’ del presente. Il vostro è cinismo naif, amici cari, la più totale rimozione di tutto ciò che ha reso la cultura dell’Italia settentrionale la migliore tra le tradizioni laburiste dell’Europa ‘di mezzo’, la giustificazione stessa del fascismo in quanto farsa ‘piazzaiola’ perché, esattamente come tutti gli altri italiani della penisola, anche voi sapete sempre trovare scusanti ai vostri difetti e alle vostre malefatte. Il vostro Nord non è il ‘mio’ Nord, amici cari, tenetelo bene a mente. La vostra Padania non è l’aria che respiro ogni volta che supero Bologna e spalanco, in piena notte, il finestrino della mia autovettura, non è quella voce nella notte che mi grida in faccia, ancora una volta, il ‘bentornato’, non è quel vento che mi scompiglia i capelli come le mani di un vecchio zio che rivede, dopo tanti anni, un nipote. La mia Padania non è la vostra Padania, quella dei soldi e dei suv, delle discoteche e delle droghe sintetiche. La mia Padania è la nebbia delle sei del mattino sugli scambi ferroviari, è la stazione centrale di Milano ricostruita dagli operai dopo i bombardamenti del ’44. Il mio Nord è l’odore dell’erba appena tagliata, il sapore della crusca rubata nei sacchi, la rugiada fresca dei campi che mi bagnava i piedi alle sette del mattino, l’abbaiare di una cagna da caccia che mi avvertì della presenza di una vipera nascosta tra le felci. Il mio Nord sono i borghi delle Alpi e delle Prealpi, le strade mai dritte che ‘girano’ i paesini da sopra o da sotto. Il mio Nord è sudore e fatica, corse in bicicletta e mal di piedi, ‘levatacce’ in certe albe ancora non sorte per trovare qualche chilo di funghi porcini. Il mio Nord sono giochi e risate, amiche biondissime che mi baciavano sorprendendomi mentre si giocava a ‘nascondino’ nel primissimo bosco, cugini ‘nottambuli’ amici dell’Atalanta, nipoti mandati ‘in rete’ con un lungo passaggio filtrante, lunghe partite a tennis a 2 mila metri sul livello del mare, falò improvvisi e imprevisti che si scorgevano fin sul versante bresciano dei monti e dei colli. Il mio Nord sono i ponti sui fiumi e i laghi imprevisti e bellissimi, le campane delle chiese che suonano alle sei del pomeriggio e i filari di alberi posti in fila uno dietro l’altro, la neve che scricchiola sotto agli stivali e le sirene dei locomotori delle ‘littorine’ che riportano a casa gli operai, stanchi dopo una lunga giornata di lavoro. Questo è il ‘mio’ Nord, questa la mia Padania, fratelli carissimi. Nient’altro che questo.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
Registrata presso il Registro Stampa del Tribunale di Milano, n. 345, il 9.06.2010.
EDITORE: Compact edizioni divisione di Phoenix associazione culturale