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21 Novembre 2017

Gas di scisto: la rivoluzione che l’Europa frena

di Gaetano Massimo Macrì
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Gas di scisto: la rivoluzione che l’Europa frena

Negli Usa lo sfuttamento dello shale presente nel sottosuolo a grandi profondità sta facendo raggiungere al Paese il traguardo dell’indipendenza energetica. In Europa, dove i più grandi giacimenti sono in Polonia, potrebbe essere lo stesso, ma i dubbi sui danni all’ambiente sono tanti

Dal Wall Street Journal è stato definito l’oro nero del futuro. Non a caso dato che negli Usa (dove i primi pozzi di gas di scisto sono stati aperti ben più di venti anni fa e si è passati dai 50 pozzi del 1989 agli oltre 6200 attuali) grazie alla sua estrazione appare verosimile il raggiungimento del traguardo dell’indipendenza energetica entro la fine del decennio. Ma in Europa (dove i giacimenti principali si trovano nel sottosuolo francese e polacco ) la “shale revolution” non convince appieno soprattutto per quel che riguarda le ricadute sull’ambiente. Stiamo parlando del gas di scisto (in inglese shale gas), di cui sono sicuramente ancora in pochi ad aver sentito parlare. Eppure in un futuro molto prossimo potrebbe diventare l'argomento all'ordine del giorno nell'agenda politica dei parlamenti europei. Questo gas naturale, situato a grandi profondità, è atteso da molti come una valida risposta al fabbisogno energetico europeo. Ma se l’esperienza Usa ‘attrae’ per i suoi risultati (secondo alcune stime la piena autosufficienza 'per almeno un secolo'), un po’ meno entusiasmanti sembrano gli effetti collaterali della tecnica di estrazione: il fracking o frantumazione idraulica. Per estrarre il gas 'imprigionato' nelle pieghe delle rocce a centinaia di metri di profondità, si iniettano nel terreno acqua, sabbia e agenti chimici a forte pressione, che frantumano la roccia facendo risalire le bolle  di gas di scisto. Questa operazione non è esente da rischi per l'ambiente. Tra gli 'effetti indesiderati' che possono essere causati, ci sono piccoli sismi e infiltrazioni del gas nelle falde acquifere. Un problema che, finora, ha fatto buon gioco agli 'ambientalisti' europei. Sia in Francia, quando è stato eletto Hollande, sia in Germania, nell’approssimarsi al voto di settembre,  si sono levati duri cori di opposizione alla ricerca dei giacimenti di shale gas. In prossimità di campagne elettorali, l'argomento appare troppo 'scomodo' ed espone a facili critiche da parte degli attivisti, ma anche a inevitabili pressioni da parte delle lobbies energetiche. Non è un caso, per esempio, se la Merkel, dopo un’intervista in cui si era dichiarata contraria al gas di scisto, è stata costretta a ‘rettificare’ alcune posizioni, mostrando di subire le pressioni delle lobbies tedesche, già sul piede di guerra per il 'no' al nucleare. Allo stato attuale, dunque, in Germania si procede con l’estrazione del gas, ma non in prossimità delle zone con grandi falde acquifere e in altre aree protette, per il pericolo dell’inquinamento.Ma è la Polonia il paese Ue che possiede il maggior numero di giacimenti di scisto e qualche motivazione in più per sfruttarlo. La speranza che i polacchi intravedono è l'indipendenza dalla Gazprom. Ed è per questo che il paese si è impegnato in una attività di lobbying volta a ricercare un numero di partners il più ampio possibile. (anche l'Italia è presente in Polonia con Eni e Sorgenia, che già hanno iniziato l'attività esplorativa). Chi ha raccolto le voci degli abitanti dei paesini prossimi alle aree scelte per le trivellazioni, racconta di gente impaurita per "l'acqua che diventerà gialla" o per "le galline che non deporranno più uova"; ma c'è anche chi si è mostrato fiducioso perché in questo modo "si creeranno posti di lavoro per i giovani". Nonostante le molte paure e dubbi, i polacchi hanno espresso il consenso per un'operazione di cui intravedono soprattutto i benefici. Quanto avviene in Polonia è il paradigma di altri paesi europei, divisi tra timori per catastrofi e ansie di indipendenza energetica che si tradurrebbe poi in prezzi più bassi in bolletta e nuovi posti di lavoro. Magdalena Piatkowska, direttore tecnico dei lavori per Orlen Upstream, una delle compagnie che operano in Polonia, ha rassicurato, ovviamente, circa la sicurezza delle operazioni: “Il nostro impianto è progettato in modo da tutelare l’acqua sottoterra sia da ogni possibile tipo d’inquinamento causato da liquidi corrosivi, sia dal gas che in futuro potrebbe affiorare in superficie. Ogni rivestimento è cementato. Posso garantire che non c‘è alcuna possibilità di contatto tra gas o liquido chimico e acqua sotterranea”.E allora, come mai la Francia ha siglato accordi per importare gas di scisto dall' Algeria, mentre in casa propria ha fermato le ricerche? Parigi ha avuto una fase in cui ha 'tollerato' le esplorazioni, ma solo a fine scientifico. In pratica voleva scoprire quanto e dove fosse lo scisto nel sottosuolo francese. Allo stato attuale ha fermato qualsiasi altra operazione. La Ardéche, nel sud, è stata teatro di un duro scontro col movimento ambientalista Collective 07 Stop au gas de schiste, di Cristophe Tourre, che è riuscito nell'intento di bloccare i lavori in quella zona famosa per l'amenità dei paesaggi e per i suggestivi canyon. Hollande adesso, onde evitare strascichi polemici, ha imposto una moratoria che ha bloccato qualsiasi attività, ma prontamente ha bussato alle porte dell’Algeria, dimostratasi molto più ‘aperta’ e ‘tollerante’, meno incline a scrupoli ambientalisti,  per attirare gli investitori stranieri e nuovi flussi di denaro. Ma le repliche ambientaliste non demordono. L’agricoltore Jean-François Lalfert fa parte della rete multinazionale contraria al gas di scisto, avvisa: “Ci sono già alcuni casi di tumore e intossicazioni, in Usa, Canada, Polonia, Francia, Germania, verificatisi in tutte le zone ricche di gas di scisto".Più accesa la protesta degli attivisti polacchi che smentiscono le informazioni divulgate dal governo “Vengono utilizzate più di 700 sostanze chimiche” – dice Marta, attivista a Varsavia – “metà delle quali cancerogene”.Ma la politica, invece, ragiona secondo logiche differenti, più direttamente connesse all’economia. L'ex ministro dell’economia polacco, Piotre Gregorz Wozniak, esperto di geologia e responsabile dell'estrazione di scisto in Polonia, ha dichiarato: "I costi del gas che ci fornisce Gazprom sono almeno due volte più alti rispetto ai prezzi correnti. Due volte! Dobbiamo fare affidamento su qualcos’altro, dato il bisogno di cambiare le nostre fonti di energia e di allontanarci poco a poco dal carbone, e vista la nostra dipendenza assolutamente intollerabile dalle importazioni di gas naturale da un fornitore russo del tutto inaffidabile. Perché non si può mai sapere quando può darci il gas e quando no”. Il fattore economico ha prevalso anche in Gran Bretagna dove, dopo il temporaneo blocco alle estrazioni, dovuto a due lievi scosse telluriche registrate sul sito di Blackpool, nel Lancashire, a seguito di un nuovo parere favorevole di un pool di esperti nominati dal governo di Londra, sono riprese le attività e già qualcuno parla del Lancashire, forse in maniera troppo entusiastica, come di una nuova Arabia. In tutto ciò appare evidente che nell' Ue non c'è una posizione dominante chiaramente condivisa dai suoi membri, né esiste una netta posizione ufficiale del suo parlamento. Quello europeo è un quadro a più tinte non mescolabili tra loro. Ci sono i governi che ancora devono decidere il da farsi sul gas di scisto. È vero che ogni paese membro gestisce da sé le scelte su come e dove rifornirsi di gas, ma ogni anno che passa, Bruxelles comincia a sentire sempre di più l'esigenza di una politica energetica comune (soprattutto se certe scelte possono comportare danni ambientali). Ed è in quest’ottica che alla fine dello scorso anno è stata indetta una consultazione popolare attraverso il portale ec.europa. eu, della quale dovrebbero essere pubblicati a giorni i risultati. Resta, comunque, la questione dei costi energetici. Secondo alcuni esperti, l’estrazione di gas scisto in Polonia potrebbe risolvere per almeno 30 anni il fabbisogno europeo (fonte: EUobserver). Un dato che ha il suo peso a fronte dei recenti dubbi avanzati dall’europarlamento nei confronti di Gazprom: è stato chiesto di avviare una procedura per capire se stia abusando della sua posizione dominante sul mercato. Ricordiamo che Finlandia e Slovacchia dipendono al 100% dalla Gazprom e all' Europa occidentale finisce il 25% del suo gas. 


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