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25 Settembre 2017

L’oro nero tra Roma e Zagabria

di Gaetano Massimo Macrì – gmacri@periodicoitalianomagazine.it Twitter @Gaetanomassimom
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L’oro nero tra Roma e Zagabria

Italia e Croazia, due Paesi divisi da un unico mare: l’Adriatico e le sue 'trivellazioni pericolose'. Le Regioni non le vogliono, ma il Governo, zitto zitto… Il punto sulla situazione con un esperto in materia: il prof. Gianfranco Lizza

Il mare Adriatico, in comune tra Italia e Croazia, rischia di diventare il principale terreno di scontro tra i due Stati. Nelle acque italiane si concentra la maggior parte delle trivellazioni petrolifere. Di gran lunga minori quelle sul versante croato, dove però dovrebbero iniziare le nuove ricerche, affidate alle aziende aggiudicatrici del bando di gara. Tra queste, l’italiana Eni, che si ritroverà a scavare proprio davanti alle nostre coste, facendo cassa col Governo di Zagabria. Il petrolio fa gola e quello che giace sotto l’Adriatico non è da meno rispetto a quello degli altri. Secondo alcune stime, citate dal ministro degli Esteri croato, Ivan Vrdoliar, sotto i 12 mila chilometri quadrati dell’Adriatico, ci sarebbero 3 miliardi di barili disponibili. Un numero sufficiente a trasformare la Repubblica di Croazia in un gigante energetico d’Europa. Per un Paese il cui Pil pro capite corrisponde a un terzo di quello italiano, si tratta di un obiettivo importante, che dovrebbe portare alla nascita, nei prossimi anni, di una ventina di nuovi pozzi per estrarre idrocarburi. Tutto questo 'in barba' alle proteste animaliste, che hanno più volte sottolineato i rischi per l’ecosistema delle acque marine, popolate soprattutto da delfini e tartarughe.
Di segno opposto la direzione imboccata dall’Italia, che tende, invece, a limitare le piattaforme off-shore nel proprio versante di mare. Una posizione che rischia di vanificare alcuni evidenti vantaggi strategici, rispetto alle scelte croate. Avrebbe senso lasciare agli abitanti dei Balcani lo sfruttamento degli idrocarburi? Ci si dovrebbe chiedere se, in nome di una politica più ‘blu’, voluta dalla Commissione europea, tutto ciò sia corretto.  “Il problema, da un lato, è sicuramente di tipo ambientale”, dice Gianfranco Lizza, professore di Geopolitica a 'La Sapienza' di Roma, con un’esperienza cinquantennale sull’ argomento, “siamo un Paese a vocazione turistica, come del resto la Croazia stessa. Per questo motivo, dovremmo chiarire con gli amici croati i termini della questione, perché una trivella inquina, sempre e comunque. Bisognerebbe chiedere come intendono procedere”.

I rapporti che intercorrono tra i Italia e Croazia e con tutti i Paesi dei Balcani occidentali (Slovenia, Albania, Macedonia, Montenegro) sono ciò che gli esperti definiscono “strategici”, in vista cioè di una progressiva integrazione di quell’area nelle strutture dell’Ue. E l’Italia, in questo caso, gioca un ruolo preminente. L’importanza della regione balcanica si manifesta anche sul piano commerciale. Dai dati del nostro ministero degli Esteri, gli interscambi commerciali, nel 2013, ammontavano a 16 miliardi 552 milioni di euro: una cifra ragguardevole. Oltretutto, l’Italia figura come primo partner commerciale proprio della Croazia (e anche di Serbia e Albania). Aziende come Benetton e Oviesse sono presenti sul suo territorio da alcuni anni. Lo stesso dicasi anche per le banche (come per esempio Unicredit). Infine, da parte italiana sono stati erogati alcuni finanziamenti (Legge n. 49/87 e n. 180/1992) in un quadro di cooperazione allo sviluppo, in cui siamo parte attiva per creare stabilità in quelle aree geograficamente vicine. Di fronte a uno scenario simile, non si capisce perché rischiamo di vivere in queste ore un vero e proprio paradosso. Ce lo spiega sempre il prof. Lizza: “Bisogna innanzitutto essere cauti nel pensare che queste trivellazioni  risolvano i problemi energetici dei Paesi balcanici. Chi ha fatto i primi rilievi è stata una compagnia norvegese, la Spectrum. E non ha ancora fornito i dati. Sembra, però, che ci siano circa 3 miliardi di barili di petrolio che riguardano sia le nostre acque, sia quelle croate. Detto ciò, questi dati, quando ci saranno, passeranno alle compagnie che dovranno trivellare, le quali ci metteranno a loro volta tra i 3 e i 5 anni per ulteriori studi. Quindi, alla fine, prima di piazzare le 'piattaforme' passeranno una decina d’anni. Tuttavia", prosegue l'autorevole studioso, "non c’è dubbio che il problema sussista realmente. Il nostro Governo ha un po’ lasciato cadere i termini, che scadevano a febbraio, per le consultazioni che Zagabria aveva fissato al fine di concordare lo sfruttamento del bacino. E in questi giorni scadono ulteriori termini per la Vas, la Verifica ambientale strategica, sulla quale dovremmo intervenire. Non possiamo rimanere sempre silenti: sta diventando un paradosso. Perché, da un lato, le nostre Regioni esercitano forme di ostruzionismo alla questione dello ‘sblocca trivelle’ (legato al decreto ‘sblocca Italia’). E se riuscissero a bloccare ogni decisione, si troverebbero comunque le trivellazioni croate”. E allora? Come si può uscire da quest’impasse? “Dovremmo giungere a un equilibrio tra la necessità petrolifera/economica e quella ambientale. Il che non è assolutamente facile: sono tutti Stati indebitati fino al 'collo'. Non pensiamo solo alla Croazia: anche la Grecia sta cominciando  a muoversi allo stesso modo proprio davanti alle nostre coste. Siamo assediati da queste trivellazioni, che riguardano giacimenti che si trovano anche nelle nostre acque territoriali. E nel momento in cui qualcuno trivellerà dall’altro lato, noi non potremo farlo più. Per cui, oltre al danno si rischia anche la beffa. E' una situazione difficile, in cui dovremmo puntare i piedi, poiché il problema ci investe direttamente”, conclude il professore. La nostra scelta, del resto, noi l’abbiamo già fatta: non trivelliamo dal 1991. Ovvero, abbiamo deciso di adottare un tipo di politica che, a dire il vero, da un punto di vista ambientale ha dato i suoi frutti, ma da quello della disponibilità energetica chiaramente no. “Facendo un calcolo rapido", ribadisce il professore, "il valore economico del petrolio sarebbe di circa una cinquantina di miliardi. Quel che occorre, dunque, è una condivisione garantita delle nostre esigenze ambientali e turistiche. Io dico: non facciamoci del male”. Di fronte alla certezza delle trivellazioni croate, infatti, viene da chiedersi perché le Regioni (la materia ambientale è di competenza regionale) facciano muro. Tanto, per un verso o per un altro, l’Adriatico subirà la stessa sorte. “Almeno", chiosa ancora il nostro docente di Geopolitca, "converrebbe sedersi a un tavolo e pretendere delle garanzie”.

La posizione del Governo
Nelle settimane scorse, il nostro esecutivo si è mosso per avviare delle consultazioni transfrontaliere con Zagabria. Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, ha provato a chiudere le polemiche sulle accuse di inerzia dell’Italia, con la seguente dichiarazione: “Essere pienamente a conoscenza di quel che si verifica a poca distanza dalle nostre coste, a maggior ragione perché che si tratta di interventi energetici con un potenziale impatto ambientale, era per noi un passaggio irrinunciabile. Ed è anche un modo per rispondere a chi in questi mesi aveva temuto che l’Italia fosse semplice spettatrice di ciò che accade nell’Adriatico”. Secondo le procedure, le Regioni interessate (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia) dovrebbero aver  trasmesso le rispettive osservazioni, che sono state spedite, insieme a quelle del ministero, al Governo croato il 4 maggio. Le dichiarazioni del ministro, però, sembrano contrastare con le ultime novità sul tema, derivanti dal ‘famigerato’ ‘Sblocca – Italia’ (Legge n. 164/2014). Con l’articolo 38 in essa contenuto, le attività di ricerca di greggio e gas sono divenute di “interesse nazionale” e, pertanto, “di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”. Una mossa che ha messo le Regioni sotto 'scacco'. Nel segno di uno ‘snellimento burocratico’ (obiettivo della nuova Legge) dovrebbero partire diversi progetti con l’avallo del ministero dello Sviluppo economico, marginalizzando il parere delle Regioni. A complicare il groviglio della matassa ci si è messo anche il Tar: una sentenza dei giudici del Tribunale ammnistrativo della Regione Veneto, ha dato ragione a una multinazionale, la Northsun Italia, che intendeva trivellare al solo scopo di ricerca. “Un autentico paradosso”, ha commentato l’assessore all’Ambiente, Maurizio Conte. Secondo il parere del Tar, in effetti, la Northsun non dovrà trivellare il suolo, ma utilizzerà una tecnologia meno invasiva, un sistema ‘a vibrazione’. Al di là della sottigliezza giurisprudenziale, secondo il giudizio del politico regionale "non si coglie il senso del rintracciare il petrolio, se non per sfruttarlo". Intanto, il Governo, forse nel tentativo di dotarsi della 'patente' verde da ‘difensore dell’ambiente’, per darsi un nuovo 'appeal', ha votato, in via definitiva, al Senato la nuova legge sugli 'Ecoreati'. Da oggi, anche l’Italia si è dotata di una legislazione in materia, da tempo invocata. Matteo Renzi ha ‘twittato’ felice la notizia. Peccato però che da più parti, anche quelle ‘ambientaliste’ (vedi, per esempio, il verde Angelo Bonelli) si sollevino dubbi sulla eccessiva vaghezza delle nuove eco-norme. Un difetto che porterà sicuramente i processi a sostenere una lunga serie di ricorsi, tra perizie e controperizie, per stabilire cosa sia ”danno irreversibile” per l’ambiente o meno. Insomma, come al solito, in Italia, nel dubbio se sia meglio un uovo oggi o la 'gallina' domani, noialtri siam capaci solamente a fare una gran 'frittata'...

Gianfranco Lizza
Docente universitario di Geografia politica ed economica presso la facoltà di Scienze politiche 'La Sapienza', di Roma. Membro del comitato di sorveglianza dell’Isiao.


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