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21 Ottobre 2019

Antonio Stango (Fidu): "Lancio un appello per i detenuti ucraini in Russia e in Crimea"

di Valentina Spagnolo
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Antonio Stango (Fidu): "Lancio un appello per i detenuti ucraini in Russia e in Crimea"

Il 21 aprile scorso si è avuto l’esito definitivo delle elezioni presidenziali in Ucraina che hanno visto l’attore, Volodymyr Zelensky, vincere al ballottaggio contro il presidente uscente, Petro Porošenko

Da circa quindici anni, l’Ucraina è al centro di rivoluzioni sociali e grandi trasformazioni politico-istituzionali. E da più di cinque anni, il Paese è impegnato in un conflitto non dichiarato con la Federazione russa, che ha occupato la regione della Crimea tramite alcune bande armate le quali, con il sostegno di Mosca, controllano parti di due province orientali da loro dichiarate indipendenti. In questo servizio, grazie al contributo del presidente della Fidu (Federazione italiana diritti umani, ndr), Antonio Stango, di ritorno da una missione in Ucraina, affronteremo la delicata situazione di questo Stato dell’Europa orientale. Premettiamo che l’Ucraina è, oggi, un Paese in attesa di forti evoluzioni, soprattutto per la realizzazione di uno Stato di diritto in linea con i parametri delle istituzioni europee, per il miglioramento del sistema amministrativo, per la lotta alla corruzione e per lo sviluppo di importanti accordi di partenariato. È in tale contesto che risulta fortemente coinvolto l’interesse dell’Unione europea – che sostiene anche finanziariamente le riforme – e di gran parte della comunità internazionale. La ‘rivoluzione della dignità’ del 2014 e tutte le successive manifestazioni che si sono richiamate a essa rappresentano l’impegno di quella parte di popolazione che ha vivamente rivendicato, accanto alla propria volontà di distacco dall’egemonia russa, una forte volontà di avvicinameKyiv_Tavola_Rotonda_al_parlamento_ucraino.jpgnto all’Europa. Da parte sua, la Federazione russa difende – contro il diritto internazionale e nonostante un’esplicita Risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu del marzo 2014 – l’annessione della Crimea e persegue con arresti e condanne decine di cittadini ucraini di quella regione che hanno organizzato proteste. La Fidu ha ricevuto documentazione su 36 di tali ‘prigionieri del Cremlino’ in Crimea e 32 nel territorio della Federazione russa. È anche in corso una campagna internazionale denominata #LetMyPeopleGo per la liberazione di tali persone e per il monitoraggio dei loro diritti umani fondamentali, iniziata da ‘Euromaidan SOS’ e sostenuta da numerose organizzazioni, fra le quali il ‘Center for Civil Liberties di Kyiv’, lo ‘Human Rights Protection Group’ di Kharkiv, ‘People in need’ di Praga e la Fondazione ‘Open Dialogue’ di Varsavia e Bruxelles, oltre che dal ministero degli Affari esteri e dall’Ufficio dell’Ombudsman dell’Ucraina. In particolare, la campagna chiede la liberazione del regista cinematografico Oleg Sentsov (vincitore del Premio Sakharov 2018 del parlamento europeo per la libertà di pensiero), arrestato nel 2014 in Crimea, condannato dopo un processo iniquo a 20 anni di detenzione per “complotto e atti di terrorismo” e, infine, recluso in condizioni durissime in una prigione della penisola artica di Yamal. Inoltre, il 25 novembre scorso, la Marina russa ha illegalmente fermato tre navi militari ucraine nel Mar Nero, presso lo Stretto di Kerch e ha arrestato i 24 marinai degli equipaggi, che risultano tuttora detenuti. La condizione conflittuale in Crimea, nell’Ucraina orientale e nel Mar Nero è un chiaro elemento di destabilizzazione per l’intera situazione internazionale. Abbiamo dunque intervistato Antonio Stango, presidente della Fidu, federazione sostenitrice della campagna di liberazione dei detenuti ucraini da parte del governo russo, per comprendere meglio l’attuale contesto e le prospettive future del Paese.

Presidente Stango, di recente lei ha effettuato, per conto della Fidu, un viaggio di ‘monitoraggio’ della situazione dei diritti umani in Ucraina: dove si è svolta, precisamente, questa sua missione?
”Abbiamo visitato prima Odessa, principale città dell’Ucraina meridionale e storico porto sul Mar Nero e, in seguito, la capitale, Kyiv. A Odessa, oltre ad attivisti per i diritti civili e contro la corruzione e giornalisti indipendenti di quella città, abbiamo incontrato alcuni attivisti venuti appositamente per portarci la loro testimonianza da Kryvyj Rih, importante città industriale della regione di Dnipropetrovsk. A Kyiv abbiamo incontrato il ‘Center for Civic Liberties’ e diversi gruppi che si battono contro la corruzione, fra i quali l’Anti-corruption Action Centre, attivisti indipendenti, il direttore di Freedom House per l’Ucraina e la commissaria (o Ombudsman) per i diritti umani del parlamento ucraino. Abbiamo anche preso parte a una tavola rotonda, tenutasi nel parlamento stesso, sui prigionieri politici ucraini in Russia e in Crimea e in merito al caso dei due attivisti ucraini recentemente espulsi dal Kazakistan, mentre svolgevano anch’essi un monitoraggio dei diritti umani per conto della Fidu”.

Quali sono stati i punti affrontati negli incontri?
”In generale, abbiamo chiesto ai nostri interlocutori un bilancio tra i risultati positivi ottenuti dall’Ucraina negli ultimi cinque anni e i problemi tuttora insoluti. Abbiamo ascoltato le testimonianze di alcuni attivisti, il cui lavoro di denuncia dei casi di corruzione è stato ostacolato dalle amministrazioni locali e sono stati anche oggetto di attacchi da parte di persone verosimilmente appartenenti a bande criminali. Abbiamo pertanto cercato di capire se i procedimenti investigativi e giudiziari relativi a tali episodi siano condotti correttamente, da parte della polizia e della magistratura. Diverse persone hanno riferito di grave corruzione, non ostacolata dalle autorità locali, nell’amministrazione comunale di Odessa. Secondo un’autorevole attivista indipendente, alcune bande criminali di tipo mafioso sono presenti in quella città fin dagli anni ’90 del secolo scorso, ma oggi operano su una scala molto più ampia e sembrerebbe che il governo centrale, a Kyiv, non sia interessato a intervenire drasticamente su questo. Inoltre, il decentramento amministrativo, anche se in teoria positivo, ha finito col favorire gruppi di potere locali. I gruppi industriali e finanziari delle varie regioni, infatti, hanno enormi risorse e questo dà un enorme potere a oligarchi come, per esempio, Rinat Akhmatov, che è l’uomo più ricco dell’Ucraina”.

Come commenta i risultati delle recenti elezioni presidenziali tenutesi in Ucraina?
“Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, diversi interlocutori hanno evidenziato che molti hanno votato per il candidato presentatosi come ‘antisistema’, ma in un quadro in cui sono gravi l’incapacità di analisi e la superficialità. Si teme che sia pericoloso avere un presidente incapace, per inesperienza, di affrontare una situazione così complessa, che presenta anche il rischio di un’estensione del conflitto ad altri Paesi vicini, con relazioni problematiche con la Russia. La strategia del presidente uscente Porošenko comprendeva un rafforzamento militare, ma anche molta diplomazia, in considerazione del fatto che non può esserci una soluzione militare alla crisi. C’è anche da sottolineare che tutti i nostri interlocutori si sono detti a favore dell’integrazione europea, indipendentemente da chi fosse il nuovo presidente”.

Quali sono, attualmente, le speranze per la liberazione dei detenuti e le istanze verso un giusto processo?
”Di questo abbiamo parlato, in particolare, con la commissaria per i diritti umani del parlamento ucraino, Lyudmyla Denisova, che ci ha illustrato la situazione dei detenuti politici ucraini sia in territorio russo, sia nella Crimea sotto occupazione russa. A questo proposito, è bene evidenziare che la Corte penale internazionale ha stabilito, in un rapporto del novembre 2016 che la situazione della Crimea, dal 26 febbraio del 2014, quando cioè le truppe russe furono dispiegate per prenderne il controllo, costituisce ‘un conflitto armato internazionale tra l’Ucraina e la Federazione russa’ e che una simile definizione potrebbe applicarsi anche ai combattimenti nell’est dell’Ucraina, che in cinque anni, secondo l’Alto commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite, hanno causato oltre diecimila morti. Una piena giustizia, anche secondo il diritto internazionale, potrebbe esser fatta soltanto ove si giunga a una cessazione di tali conflitti e occupazioni. Ad ogni modo, per quanto riguarda i singoli casi, molte organizzazioni non governative per i diritti umani, il parlamento europeo e altre istituzioni internazionali non cessano di chiedere alla Federazione russa sia la liberazione di persone illegalmente arrestate e chiaramente innocenti, sia l’eventuale conduzione di processi equi, con tutte le garanzie per la difesa e la cessazione di torture e maltrattamenti di accusati e detenuti. Dobbiamo mantenere la speranza che le autorità russe decidano di assumere un atteggiamento consono alle proprie responsabilità, anche se sappiamo che ciò non sarà facile, poiché solitamente si mostrano piuttosto insensibili a tali richiami”.

La posizione russa, contraria ai principi del diritto internazionale, potrà mai essere mitigata? E l’intervento degli Usa è incidente in tale ruolo?
”Le pressioni internazionali sono indubbiamente utili, anche se non risolutive, per restituire all’Ucraina l’integrità del proprio territorio. Le sanzioni alla Federazione russa, volute soprattutto dall’amministrazione degli Stati Uniti e decise anche dall’Unione europea e da altri Stati democratici, quali Canada, Australia e Norvegia, servono innanzitutto a evitare che la politica di aggressione del Cremlino si estenda ad altri Paesi confinanti. Cosa che, probabilmente, potrebbe avvenire, se la comunità internazionale si mostrerà inerte di fronte al conflitto in corso in Ucraina. Vedremo, nei prossimi mesi, quali saranno i primi passi della presidenza Zelensky, che dovrà mantenere una linea di progressiva integrazione europea, necessaria per l’Ucraina e voluta dalla grande maggioranza dei suoi stessi elettori, pur ricercando qualche forma di dialogo con Putin”.

La questione dello Stretto di Kerch è stata affrontata durante la missione?
”Se n’è fatto cenno, ricordando il caso delle tre navi ucraine illegalmente sequestrate in novembre. La libertà di passaggio nel Mar Nero dev’essere garantita secondo il diritto internazionale. E su questo c’è stata anche una recente presa di posizione molto netta da parte della Nato”.

La Fidu ritiene di poter effettivamente raggiungere dei risultati sul campo, anche a seguito della missione?
”Con una situazione politica e sociale così complessa e in uno scenario internazionale pericoloso, una sola Ong, per quanto qualificata, non può fare molto. Tuttavia, stiamo facendo ‘rete’ con altre organizzazioni partner, sia in Ucraina, sia in altri Paesi e stiamo interagendo con le istituzioni internazionali, al fine di contribuire al progresso di quel Paese e alla sua, pur difficile, integrazione europea. Per questo motivo, abbiamo in programma di svolgere altre missioni sul campo e di rafforzare i nostri rapporti di collaborazione con associazioni e attivisti per i diritti umani ucraini”.
 
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NELLA FOTO QUI SOPRA: IL PRESIDENTE DELLA FIDU, ANTONIO STANGO, INCONTRA LA STAMPA UCRAINA

IN ALTO A DESTRA: INCONTRO PRESSO LA SEDE DI EUROMAIDAN SOS

AL CENTRO: UN MOMENTO DELLA TAVOLA ROTONDA TENUTASI AL PARLAMENTO UCRAINO


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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