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Area Riservata
20 Maggio 2019

Uno scontro tra oscurantismi

di Marta De Luca
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Le due anime dell’islam, la sunnita e la sciita, rischiano di infuocare ulteriormente una regione in cui le questioni religiose tendono a sovrapporsi agli interessi economici e politici per il controllo del Mediterraneo orientale, generando una ‘miscela’ a dir poco esplosiva

Tensione_tra_Arabia_Saudita_e_Iran.jpgIl nuovo anno si è subito aperto con una gravissima crisi politica, diplomatica e religiosa tra Arabia Saudita e Iran. Il recente accordo tra Teheran e Stati Uniti sul nucleare sembrava aver posto le basi per nuovi rapporti di pacificazione in tutta l’area, ma il conflitto tra sciiti e sunniti ha nuovamente sovrapposto una questione interreligiosa a quelle politiche ed economiche, generando una miscela esplosiva. Più che altro, non si comprende quale configurazione complessiva il mondo islamico debba costruire, per uscire dai suoi antichi steccati tribali e trovare la strada per una coesistenza pacifica, sia al proprio interno, sia con il resto del mondo. Siamo cioè di fronte a un rebus che tende sempre più a complicarsi, tra regimi confessionali, doppiogiochismi politici, interessi petroliferi e ruolo dell’occidente. Quanto sta accadendo tra Arabia Saudita e Iran dimostra l’uso della religione a fini di potere, una visione ideologica e strumentale che cerca d’impossessarsi delle due anime dell’islam: il sunnismo e lo sciismo. L’epicentro di questa contesa è il Mediterraneo orientale, ovvero il controllo di un ‘corridoio’ che va dall’Iraq sino al piccolo Libano, passando per la Siria. Uno scontro tra oscurantismi che vogliono a ‘milizianizzare’ il mondo musulmano. Ne abbiamo parlato con Bobo Craxi, responsabile Esteri del Partito socialista italiano ed ex sottosegretario agli Affari Esteri.

Bobo_Craxi_tensione_Iran_Arabia.jpgOn. Craxi, qual è la sua opinione in merito alla grave tensione venutasi a creare tra Iran e Arabia Saudita?
“Non si può che esprimere una forte preoccupazione per questa escalation, perché finisce per alimentare le previsioni più fosche per l’avvenire, in una situazione nell’area tutt’altro che stabile. Non dimentichiamo che ,oltre al conflitto siriano e yemenita, sul terreno si continuano a scontrare forze locali anche nel piccolo Libano. Quello che è possibile muovere in queste ore, in termini diplomatici, al fine di raffreddare la situazione, dev’essere fatto. Ma la rottura dei rapporti con l’Iran da parte dell’Arabia Saudita e del piccolo Bahrein sono segnali che vanno nella direzione opposta”.

Quello tra Teheran e Riad è un antico odio tribale o religioso, oppure siamo noi occidentali a non riuscire a scorgere le vere motivazioni politiche di una crisi esplosa così improvvisamente?
“Dietro l’antica divisione interreligiosa vi è, senza dubbio, la lotta per la primazia nell’area fra le due medie potenze. L’Arabia Saudita, spalleggiata dalla Turchia, vede di cattivo occhio la fine dell’isolamento iraniano e ne teme la concorrenza sul mercato del greggio. Si è infatti inspiegabilmente affrettata nell’abbassarne il prezzo del petrolio, che aveva, assieme ad altre micro-potenze del Golfo, generato la crisi degli Stati-Nazione sia in Medio Oriente, sia in Nord Africa. Aveva finanziato surrettiziamente l’Is per destabilizzare l’insieme dell’area. I più pessimisti asseriscono che il conflitto sunnita-sciita vedrà alleanze simmetriche che si fronteggeranno: da una parte, la citata Turchia, con i sauditi, il Qatar e una certa benevolenza americana e, persino, israeliana; dall’altra, gli iraniani, che potranno contare sull’alleato siriano e sul rinnovato protagonismo russo nell’area. Lo scenario è forse il peggiore che ci si possa aspettare, perché le conseguenze economiche e umanitarie non tarderanno a farsi sentire”.

Queste nuove tensioni sembrano spostare il baricentro della politica internazionale verso forme di conflitto inter-arabo: non si corre il rischio di dimenticare, o di tornare nuovamente a sottovalutare, le terribili strategie terroristiche del Daesh?
“Mentre fino a qualche settimane fa si poteva auspicare e vaticinare un’alleanza larga contro il terrore cieco seminato da Al Baghdadi e i suoi accoliti, oggi è evidente che potrebbe passare in secondo piano l’azione di contrasto, posto naturalmente che il progetto del Califfato non avesse trovato alcuna sponda sul piano politico ed era destinato a un sicuro fallimento. Oggi, il conflitto aperto fra parti politiche e religiose potrebbe rimescolare le carte. Gli Europei sono chiamati a uno sforzo di equilibrio, perché un eventuale schieramento e sostegno verso gli uni o gli altri ci esporrebbe, naturalmente, al rischio peggiore. Quello che va sottolineato è che i fatti di questa settimana fanno calare il velo dell’ipocrisia sulla presupposta genuinità dei combattenti dell’Is e fa riemergere, con evidenza, di che grandezza sia stato lo sbandamento occidentale degli ultimi anni. Si era pensato di portare l’Iran a un accordo sul nucleare, indebolendo la sua posizione nell’area e aggredendo, al contempo, il suo maggior alleato. Abbiamo visto che il regime di Assad, odioso fin che si vuole, continua a essere la soluzione migliore per la stabilità della Siria, a meno che si considerino i tagliatori di teste e i vandali delle vestigia dell’antichità e i persecutori di donne e cristiani degli interlocutori affidabili per l’avvenire dell’umanità…”.

Lei ritiene possibile una graduale secolarizzazione del mondo arabo, oppure pensa che solo la ‘prova del fuoco’ di una guerra interna possa far maturare un nuovo sentimento di pace, come capitò nell’Europa della prima metà del novecento?
“E’ ovvio che della pace e della stabilità si avvantaggiano tutti gli attori dell’area, ma non è possibile oggi, in questa confusione, immaginare niente di più utile, per ottenerla, che una revisione di fondo degli equilibri che dopo 50 anni sono saltati in aria. Yalta fu resa possibile perché vi erano potenze vincitrici del conflitto bellico, ancorché divise dai propri interessi, motivate per lo meno dalla ricerca di una soluzione compromissoria. Oggi che la guerra è innanzitutto di carattere commerciale e si esprime a bassa intensità, essa è alimentata sovente da forze oscure, che si avvantaggiano delle divisioni antiche per alimentare focolai di tensione e di guerra. Non siamo ancora riusciti a venire a capo della questione palestinese, che è diventato il paradigma della inconciliabilità della convivenza fra oriente e occidente. E viviamo questa insorgenza del mondo islamico come una sorpresa imprevista e non riusciamo a consapevolizzarci del fatto che la moltitudine dei musulmani che vivono in occidente lo facciano in modo pacifico, avendo da tempo accettato la regola della convivenza pacifica e solidale fra etnie e religioni”.

Cosa pensa delle accuse di “sciatteria” che la giornalista Lucia Annunziata ha rivolto al Governo, riferendosi in particolar modo all’indeterminatezza della nostra politica estera?
“Sono consapevole dell’estrema complessità del momento che stiamo vivendo, quindi sarebbe ingeneroso muovere delle critiche esclusive alla condotta italiana: ha sbandato l’occidente e, di conseguenza, anche la posizione italiana ne ha risentito. Tuttavia, sono stati commessi degli errori vistosi: la frettolosa disponibilità a inviare truppe alla difesa di una diga irachena che ancora non vede una presenza italiana e l’insistita richiesta di una guida in una missione militare di là da venire in Libia sono il segno di una volontà di protagonismo politico che non è accompagnata da nessuna azione politica di comprensione dei fenomeni che stanno attraversando Medio Oriente e Mediterraneo, nonché della delicatezza del ruolo che è tenuta ad assumere una potenza media come la nostra, la più esposta nell’area per ragioni geografiche e per la presenza della Chiesa. Più che di “indeterminazioni”, insomma, parlerei di limitata azione di carattere politico. D’altronde, la crisi dei Partiti tradizionali, in Europa e nel Mediterraneo, privano di una condotta coerente nell’affrontare i problemi del rapporto Nord-Sud del mondo e ci si limita, quindi, a una politica ‘à la carte’, dettata dall’agenda del momento, senza una visione strategica d’insieme. E’ stato così che Gran Bretagna, Francia e la stessa Germania hanno rotto il vincolo di una politica comune, riprendendo ciascuno la propria presupposta “grandeur”.

Non crede che la situazione sul terreno internazionale, in particolar modo in Libia, sia quella di un disordine talmente insidioso da generare gravi dubbi in qualsiasi diplomazia?
“La Libia non è la Somalia: ha una borghesia commerciale importante ed è caratterizzata da divisioni tribali che, per quanto ancestrali, rappresenteranno le fondamenta attorno al quale ricostruire un embrione di Stato. Ci vorrà del tempo, ma ci sono risorse umane ed economiche che possono restituire alla Libia un principio di stabilità. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite legittima gli accordi raggiunti in Marocco e impegna la Comunità internazionale a un sostegno rafforzato per la nuova Libia, non escludendo, su richiesta, una presenza per consolidarne le nuove istituzioni. Su questo aspetto sono molto più ottimista, affinché la situazione progredisca in senso positivo nel giro di qualche anno, con grande beneficio per tutta l’area. L’Italia è una vecchia potenza coloniale per la Libia, ma anche un vicino di casa con svariati interessi: non dobbiamo abdicare a svolgere un ruolo attivo”.

Nei decenni scorsi, abbiamo visto che l’opzione militare, alla fine, trascina l’occidente verso teatri di crisi ancora peggiori rispetto alle situazioni precedenti: non è un errore anche limitarci a osservare ‘dalla finestra’ quanto sta accadendo, in particolar modo nel mondo islamico? E come si potrebbe, o dovrebbe, influire maggiormente?
“Per riguadagnare credibilità e avere una politica più apprezzata, dobbiamo saper accettare che, nel futuro, si affacceranno potenze politiche ed economiche che non portano il ‘segno’ occidentale. Il progresso di molte nazioni è anche, soprattutto, il merito della supremazia occidentale nel campo delle scoperte tecnologiche. Questo progresso è stato diffuso, ma è stato mal redistribuito e il rapporto Nord-Sud del mondo non può più essere considerato lo stesso di cinquant’anni fa. Penso che un grande ruolo di apertura e di dialogo lo possa svolgere questo papato. Il vantaggio della religione è che non ci sono interessi concreti da difendere, ma solo l’interesse universale dell’umanità. Esaurita, come ho detto, la spinta delle ideologie democratiche, che avevano uno spirito internazionalista, sarà il peso e la forza del pensiero religioso a sopperire la mancanza di grandi valori condivisi. Il pensiero unico della forza propulsiva del capitalismo e del mercato sta infrangendosi contro le ‘scogliere’ della disuguaglianza che sta alimentando questo nuovo conflitto mondiale, al quale non possiamo porre rimedio nel breve periodo. Per questo, a una politica ‘liquida’ e superficiale va sempre opposta una politica che abbia dei valori di riferimento saldi, imperituri e, per quanto possibile, universali”.

Un paio di domande di politica interna: il Partito socialista italiano ha ancora speranze di sopravvivenza? Qual è il suo giudizio sull’attuale leadership del Partito e quale quello nei confronti del Governo?
“Il Psi è davanti ad un bivio, lo stesso della fine degli anni settanta: “Rinnovarsi o perire”, come sostenne Pietro Nenni nel suo ultimo fondo sull’Avanti! Il rinnovamento impetuoso degli anni ‘80, paradossalmente condusse i socialisti alla sconfitta. Ci troviamo di fronte all’ennesimo bivio: la presenza all’interno del Governo Renzi, lo stesso che predica e pratica l’autosufficienza del Pd, conduce i socialisti alla rovina. Questa guida, che per di più, partecipa all’esecutivo, non garantisce autonomia e non garantirà ai socialisti una presenza autonoma nelle istituzioni. Occorre rimettere in discussione la legge elettorale, pena il nostro dismpegno dal sostegno al Governo; opporsi alla riforma costituzionale; ripristinare collegialità, legalità e pluralismo all’interno del Partito; predisporre un piano di azione per una futura lista ‘larga’, con un chiaro e limpido riferimento al socialismo italiano. Questo è un programma al quale mi sentirei di aderire e per il quale lavorare”.

Sembra, più che altro, un programma di battaglia: ha intenzione di candidarsi alla guida del Partito?

“Premesso che questo è un programma di azione ‘minimo’ per chi ha a cuore la più antica delle organizzazioni politiche italiane che rischia di scomparire, la crisi delle socialdemocrazie sta investendo tutti i nostri Partiti fratelli, ma soltanto l’Italia non ha saputo risollevarsi dopo vent’anni dalla vicenda di Tangentopoli. Penso che sia per primo Nencini, dopo nove anni di segreteria, a dover favorire un ricambio anche generazionale, così come aveva annunciato. Io lavorerei per questa prima ipotesi: se così non fosse, è chiaro che al Partito va data un’alternativa e non mi sottrarrei da un impegno politico e morale”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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