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21 Ottobre 2019

Bobo Craxi: "Gli Usa non sono in grado, da soli, di stabilire un nuovo ordine in Medio Oriente"

di Serena Di Giovanni - sdigiovanni@periodicoitalianomagazine.it
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Bobo Craxi: "Gli Usa non sono in grado, da soli, di stabilire un nuovo ordine in Medio Oriente"

Per l’ex sottosegretario agli Affari Esteri con delega ai rapporti con gli Stati dell’America del Nord (Usa e Canada), nel giudicare la nuova politica estera del presidente degli Stati Uniti non dobbiamo lasciarci confondere da apparenze o pregiudizi

In una fase estremamente delicata della politica internazionale e dopo i repentini cambiamenti di opinione del presidente americano, Donald Trump, nel condurre la politica estera degli Stati Uniti, abbiamo chiesto all’ex sottosegretario agli Affari Esteri, Vittorio Craxi, detto Bobo, di darci un parere sulle preoccupanti tensioni degli ultimi tempi, che spesso sembrano dettate più dall’umoralità dei suoi protagonisti, piuttosto che da una visione strategica complessiva.

Onorevole Craxi, la Corea del Nord non ha molto apprezzato il blitz degli Usa in Siria di qualche giorno fa e, a causa di tale atteggiamento, il presidente Trump ha sottolineato la necessità di un aumento della presenza di navi da guerra americane nel Pacifico occidentale: in base alla sua esperienza, quali potranno essere le possibili evoluzioni di questa vicenda?
“La nuova amministrazione americana, al di là dei pregiudizi dalla quale è stata circondata, si muove con una certa continuità. In particolare, quando si tratta di esercitare la propria influenza nelle aree in cui sussistono degli interessi vitali per gli Stati Uniti. La presenza della portaerei nei pressi della penisola e l'affermazione di esser pronti a reagire alle provocazioni del dittatore coreano risponde a questa logica. L'effetto che si è subito avuto è che i cinesi, prontamente, hanno considerato necessario avviare su questo terreno un patto di consultazione con Washington, rendendo così meno allarmante una situazione di tensione, verso la quale vi sono interessi reciproci fra le tre grandi potenze che si affacciano su quel mare: l’oceano Pacifico”.

Ma quale strategia politica si cela dietro il recente attacco alla Siria?
“Non diversa è la ragione per la quale Trump interviene in Siria: da un lato, l'affermazione che smentisce il disimpegno americano in Medio Oriente; dall'altro, una certa spinta verso la scomposizione delle alleanze che avevano contraddistinto l'amministrazione Obama, più flebile o accondiscendente verso l'Iran. Quel che però va detto è che l'illusione di sottrarre la Siria all'influenza russa resterà tale, che il protrarsi del conflitto sarà del tutto inutile e che questo rischia di mietere ulteriori vittime, producendo instabilità. Quel che possiamo considerare possibile è che l'amministrazione americana continui a mantenere una presenza significativa nell'area, che svolga un'azione di protezione verso Israele, ma che non sia in grado di stabilire, lei da sola, il nuovo ordine mediorientale. Il presidente Trump potrebbe, in futuro, apparire assai più realista dei suoi predecessori e meno incline a inseguire gli spiriti guerrafondai che albergano in tanta parte della destra repubblicana. Ma questa potrebbe anche solo essere una speranza e un auspicio”.

L'inasprimento della crisi siriana farà da sfondo al G7 Esteri, la cui priorità rimane lo sradicamento dell'Isis: quale ruolo avrà, secondo lei, il nostro Paese rispetto a tale questione, considerando anche che dal 1° gennaio 2017 esso è membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu?
“Lo Stato islamico avverte che sul terreno le condizioni si sono fatte più fragili e che le convenienze a sostenere il disordine si stanno riducendo. Per questa ragione, il terrorismo sta portando la propria offensiva al di fuori dei confini del Medio Oriente. Gli Stati arabi che a lungo hanno sostenuto queste truppe regolari, questo terrorismo di Stato, pur non facendo ‘marcia indietro’, hanno rallentato il loro sostegno. E, infatti, sono i movimenti del radicalismo islamico più tradizionale quelli che cercano di dar forma alla loro azione. L'offensiva in Egitto contro i cristiani appartiene, appunto, a questa strategia. Altra questione riguarda i ‘cani sciolti’ che circolano indisturbati in Europa, i quali puntano a obiettivi significativi, ma in una condizione di oggettiva ritirata dell'islamismo radicale. Esso è più fragile nel Nord Africa, dove le stesse ‘batterie’ dello schiavismo dei clandestini incominciano a essere ‘scariche’. Nel tempo, sta avendo una qualche efficacia la risposta dell’ampio fronte ‘antiterrorismo’. Per questo torneranno a funzionare gli organismi multilaterali, ma perché essi diano prova della loro consistenza ed efficacia politica, credo sarà necessario, in prospettiva, misurare la forza attraverso una presenza militare multinazionale coordinata, fosse anche soltanto per pattugliare le coste del Mediterraneo. Lo sforzo dovrebbe essere europeo e, per questa ragione, confido in un ‘doppio riarmo’: un riarmo sociale, per far riprendere la crescita in Europa e un riarmo militare. La condotta italiana sul piano della difesa è stata eccellente, perché ha saputo combinare sicurezza e umanità”.

Cosa ne pensa del recente accordo tra Italia e Libia in tema di immigrazione?
“Quello che è intervenuto in Libia è la crescente capacità italiana di recuperare il terreno diplomatico che avevamo perso durante la guerra civile. D'altronde, i libici sono i nostri vicini di casa e, quindi, le potenze europee che hanno esercitato la maggiore influenza e pressione e anche sostegno militare agli oppositori di Gheddafi dovrebbero farsene una ragione. L'impegno italiano continua a essere quello di sostenere la legittimità del governo Serraj, ma al contempo di insistere nel dialogo e in un approccio positivo anche verso le autorità di Tobrouk. In questo quadro, la nostra amicizia con la provincia di Zintan, equidistante fra le due parti, é risultata decisiva. L'accordo poi con le tribù meridionali sviluppa l'idea che sia possibile, da un lato, contrastare il mercato dei clandestini e, dall'altro, riaprire un dialogo nazionale libico all'insegna della reciprocità e del mantenimento dell'unità della nazione, compatibilmente con le sue differenze etniche, religiose e territoriali”.

Passiamo alla politica interna: qual è il suo giudizio sulla vittoria ‘provvisoria’ di Matteo Renzi, che ha stravinto su Andrea Orlando e Michele Emiliano nel congresso tra gli iscritti del Pd?
“Il Partito democratico sceglie, di fatto, la continuità, al di là di uno scontro fondato esclusivamente sul giudizio delle persone e sulla loro capacità di leadership: una competizione nella quale non poteva che prevalere Matteo Renzi. Tuttavia, mi pare che il Pd non abbia voluto riflettere sugli errori commessi nell'ultimo anno e mezzo. E il congresso non sembra voler sviluppare una nuova piattaforma programmatica, bensì si limita a confermare la giustezza degli obiettivi e, insieme, delle politiche che lo hanno condotto alla rovinosa sconfitta referendaria. Aggiungo il fatto che vi sia una certa confusione, sia in merito alla legge elettorale, sia sul quadro politico che vorrebbero consegnare al Paese, nonché sull'assenza di idee su come costruire una nuova governabilità. Renzi mi pare tema concorrenze a sinistra e chiude le porte al centrosinistra ‘plurale’ in virtù di un’improbabile autosufficienza elettorale. Mi pare che ci sia una certa immaturità nell’affrontare questo ‘snodo’, decisivo per ogni democrazia. E che vi sia sottovalutazione del fatto che, da un lato, la destra si riorganizza, mentre la ‘destra populista’ del Movimento cinque stelle intende apparire più credibile di quanto non lo sia stato alle ultime elezioni. La sinistra è divisa in Europa, ma in alcuni casi, penso al Portogallo, ha saputo costruire un'alleanza virtuosa e, oggi, i risultati non mancano: c'è ripresa e c'è maggior equità. In Italia, invece, sono aumentate le disuguaglianze e siamo ancora di fronte alla stagnazione economica, o comunque a una crescita assai debole”.

Lei è il punto di riferimento dei ‘Socialisti in movimento’, progetto che, per usare le parole di Roberto Biscardini, vorrebbe dare una ‘risposta alternativa’ all’anomalia italiana che si è caratterizzata a sinistra: cosa e quanto rimane, oggi, di ‘socialista’ nella sinistra italiana?
“C'è una domanda socialista che bisogna saper soddisfare. Il terreno di confronto delle sinistre che abbandonano il Pd è sviluppato, per esempio, sui temi che sono propri della tradizione socialista democratica, aggiornata ai nostri giorni. Un tempo ritenevamo che fosse possibile contenere e dimensionare la spinta propulsiva del capitalismo iniettando maggior equità sociale ed esaltando il valore dell’eguaglianza. Oggi, il riformismo che viene richiesto deve assumere tinte più radicali, affinché la sinistra e la sua ‘ragion pratica’ non vengano travolte dal populismo inconcludente, o da un’adesione acritica, allo ‘spirito animale’ del capitalismo globale. Questa ragione fa sì che il socialismo non abbia perso affatto il suo fascino. La questione, semmai, riguarda il lato organizzativo del socialismo, come esso non sia più riuscito ad assumere una forma convincente e una rappresentazione unitaria diffusa sul territorio nazionale. Ma questo è un problema di altra natura”.

Secondo lei, nelle elezioni del 2018 vi saranno posizioni centrali per i socialisti al Governo del Paese?

“Se i socialisti sapranno organizzarsi e partecipare in modo convincente alle elezioni e se saranno in grado di sostenere una coalizione politica competitiva, penso che avranno il ruolo che essi meritano e che a essi spetta. Io vedo un ruolo, nel futuro, per nuove generazioni di socialisti e a esso cercherò, per quanto possibile, di contribuirvi”.

Non c’è proprio alcun modo di ricucire il suo rapporto con Riccardo Nencini, segretario nazionale del Partito socialista italiano? E perché?
“Io attribuisco al senso di lealtà e alla capacità di mantenere la parola data un grande significato, fondamentale per chi svolge un'azione politica e per chi ha delle responsabilità. Nel caso di cui mi sta parlando, questo è avvenuto assolutamente meno ed è una delle ragioni del mio distacco progressivo dal Psi e della mia sfiducia verso il suo segretario. Sono convinto che, nei prossimi mesi, non sarò solo ad assumere questo atteggiamento. Vedo uno sbandamento nella linea politica del Psi: un congresso filo-laico, ma anche un'apertura ai centristi a fini elettorali, che nasconde la vera prospettiva: l'ennesimo accordo col Pd. Si é rinunciato alla presentazione autonoma dei socialisti e al dialogo con l'area di sinistra del centrosinistra pur di confermare un rapporto con Renzi. Penso che l'iniziativa dei ‘Socialisti in movimento’ colmerà questo vuoto rappresentativo dell'area socialista. E auspico, nel frattempo, che si muovano, con maggior coraggio e determinazione, tutte le voci critiche nel Partito, che non mancano e iniziano a sentirsi”.

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