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Area Riservata
21 Ottobre 2019

Quella ‘manina’ occidentale che genera ‘mostri’

di Gaetano Massimo Macrì
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Chi c’è dietro i guerriglieri ‘jihadisti’ dell’Is? Quali interessi o servizi di ‘intelligence’ stanno armando, foraggiando e sostenendo il terrorismo di matrice fondamentalista islamico? E come mai tanti giovani hanno trovato in una simile visione settaria della religione la loro ‘guerra’ da combattere? Alcuni strani ‘intrecci’ in campo propagandistico e altri ‘affari’ più o meno leciti che stanno fornendo mezzi e liquidità monetaria al cosiddetto ‘Califfato’ ci stanno ormai ponendo sulla strada per il raggiungimento di alcune verità e fatti incontrovertibili

BamecIsis.jpgDopo la nuova ondata di terrore che ha colpito la capitale del Belgio, comincia a diventare impellente il bisogno di comprendere come riuscire a ‘bloccare’ il terrorismo fondamentalista islamico andando alla ‘radice’ della questione. Ovvero, per dirla come ai tempi dei nostri ‘anni di piombo’: come togliere “l’acqua alla vasca” che consente all’Is di armarsi, finanziarsi e addirittura di governare interi territori sia in Medio Oriente, sia nel Nord’Africa? Chi sta aiutando il Califfato? E, soprattutto, chi ha generato e messo in circolazione questo nuovo ‘Frankenstein’ incontrollabile. Per saperne di più abbiamo incontrato l’ex sottosegretario agli Affari Esteri, onorevole Bobo Craxi, che con grande amicizia ci segue, ci legge e ci consiglia spesso fornendoci il proprio punto di vista intorno alle questioni più complesse della politica internazionale.  

Onorevole Craxi, dopo i recenti fatti di Bruxelles non ritiene che anche l’Italia prima o poi verrà anch’essa colpita da sanguinosi attentati da parte dell’Is?
“Lo spirito di emulazione, in un movimento radicale dalla rete così diffusa, certamente potrebbe sempre esserci. D'altronde, alla radice di questi attentati vi é sempre una strategia di carattere mediatico. E una città come Roma assicura la riuscita di qualsiasi colpo, anche minore. Può darsi che la modulazione diversa delle nostre posizioni politiche abbia, allo stato, preservato il nostro territorio da una offensiva mirata, ma vi sono cellule solitarie fanatiche presenti in Europa che possono assumere autonomamente una decisione in tal senso. Quando nel Mediterraneo ritornerà una pacificazione e una stabilità, allora potremo dire che il pericolo é scampato, ma quel momento non é ancora arrivato. Certo, non si contrasta un fenomeno del genere con le visioni isteriche alla Allam o alla Fallaci, per intenderci: la capacità di analisi deve aiutare la maturità di un popolo come il nostro, che non deve piegarsi, ma neanche farsi prendere dalle crisi di panico”.

Quali sono i luoghi maggiormente a rischio, secondo lei? L’aeroporto di Fiumicino, le stazioni ferroviarie o della metropolitana, oppure ancora i luoghi di culto cristiani durante le celebrazioni per il Giubileo della misericordia?
“Non intendo fare previsioni che non rientrano nelle mie competenze. Certamente, i luoghi meno controllati si prestano a questo genere di azioni. Purtroppo (o per fortuna…), le chiese nella città di Roma sono moltissime ed è difficile tenerle sotto controllo tutte quante. Penso che esse rappresentino, in parte, uno degli obiettivi dei fanatici, alla stregua dei presidi militari o di polizia minori”.

Come commenta le ‘voci’ diffusesi in questi mesi che accusano la Cia e altri servizi di ‘intelligence’ di essere all’origine di questo nuovo ‘Frankenstein’ che sta terrorizzando l’Europa? Si tratta di notizie fondate, oppure siamo di fronte alle solite ‘tesi complottiste’?
“Il Daesh nasce certamente nelle pieghe del conflitto siriano. Si nutre del fanatismo religioso, ma di fatto è originato dalla scissione forzata dell'esercito irakeno e dall'emarginazione dei quadri sunniti. Mobilitati per l'offensiva anti-Assad e foraggiati da molte potenze dell'area, queste milizie hanno finito per assumere un carattere autonomo e più offensivo. L'espansione nel nord’Africa e nel centro del continente sono l'effetto emulativo di una rete che pre-esisteva e che ha trovato un ‘collante’ ideologico comune. La presenza europea nel tessuto della terza generazione di emigrati maghrebini è un'altra ancora, che ha trovato nelle rotture delle ‘primavere’ il terreno più idoneo per sviluppare un'ideologia fanatica. Essa ha un potenziale terroristico, ma nessuna possibilità di sviluppo strategico”.

Ma perché gli americani continuano a commettere sempre gli stessi errori, addestrando gruppi inaffidabili o sostenendo regimi molto discutibili? Che problemi hanno nel comprendere certi problemi di natura geo-strategica e militare?
“Non considero un errore in sé sviluppare un’offensiva di persuasione democratica nelle aree che erano governate da autocrazie. Il punto é che potevano essere rovesciati alcuni regimi e non altri. Oppure, che la prospettiva di un nuovo Medio Oriente fosse basata sulla capacità evolutiva dei movimenti politici d’ispirazione religiosa. In alcuni Paesi, il rigetto verso forme moderne di teocrazia è stato pressoché immediato: penso all'Egitto e alla Tunisia. Ma quel che non si é compreso sino in fondo è che le vecchie dittature di carattere militare o poliziesco avevano, comunque, fondato un'idea di Stato nazionale che, oggi, nessuno vuol più mettere in discussione per aderire a un Califfato, magari guidato da potenze economiche del golfo Persico. La prassi del ‘regime change’ é molto praticata, al nord come nel sud del mondo, ma non si è compreso che il mondo é cambiato anche per merito nostro. Io penso che, in futuro, gli americani avvieranno un graduale disimpegno militare dall'area: non possono più permettersi di avere una moltitudine di musulmani a loro ostili. É una scelta saggia e, se avverrà, direi: meglio tardi che mai. Ma c’è anche un compito politico che spetta a noi, a noi europei: a noi europei del Mediterraneo”.

Lei non crede vi sia qualcuno che vorrebbe mantenere l’Europa in una condizione di debolezza politica, magari influenzando l’opinione pubblica a chiedere una restrizione delle nostre libertà?
“Penso che la destabilizzazione abbia un prezzo per alcuni e abbia dato dei vantaggi ad altri: su questo non c'è dubbio. D'altronde, la globalizzazione é un modello economico ‘interdipendente’, che non prevede un equilibrio. Dal 2008 a oggi, i continenti che crescono e quelli che si impoveriscono si sa bene quali sono. Dobbiamo provare a redistribuire nel Mediterraneo i ‘profitti della pace’ attraverso la creazione di un'area di economie e di sicurezza comune, che potrebbe diventare, nel futuro, una delle più prospere al mondo. Anche per questo motivo dobbiamo investire tutti i nostri sforzi: altro che far mettere radici a nuovi e improbabili scontri di civiltà”!

Una curiosità: perché molti dei ‘video’ del Daesh sembrano provenire dalla stessa ‘fonte’, il Site? Chi c’è veramente ‘dietro’ l’inquietante propaganda del fondamentalismo islamico?
“C'è una ‘manina’ occidentale dietro l'azione di propaganda, ma questa é così ‘scoperta’ che, presto o tardi, essa risulterà talmente falsa da non far cadere più nessuno nella ‘trappola’. Il dramma è che più che una fonte d’ispirazione politica, dietro questo movimento vedo un impasto di criminalità nichilista e di controllo dei territori finalizzato a traffici illeciti. Non sarà facile ‘svuotare’ gli ‘arsenali di denaro’ che hanno accumulato e che sono ben custoditi anche presso economie a noi alleate…”.

E in merito alla questione libica? L’insediamento a Tripoli del Governo di unità nazionale di Fayez Al-Sarraj è un fatto relamente significativo, in un territorio praticamente smembrato?
“L’insediamento del Governo a Tripoli, seppure in un contesto di vistosa fragilità e insicurezza, pone le basi per un accordo più largo con tutte le componenti della società libica realmente desiderose di concludere un lungo periodo di conflitti. L’Italia deve sostenere questo, sforzo mantenendo un profilo e un supporto politico e tecnico, senza procedere verso improbabili presenze militari. L’interesse comune di tutte le diverse componenti dell’area è di sviluppare un contrasto contro i gruppi criminali che usano violenza cieca e prosperano nell’illegalità. Penso che i mesi a venire potranno definire meglio questo ‘quadro’. Tuttavia, questo segnale di normalità rappresenta un primo sintomo positivo, che dev’essere incoraggiato in tutti i modi”.

Veniamo alla politica interna: si avvicina il Congresso nazionale del suo Partito, il Psi: lei conferma la notizia che la fazione politica che a lei fa riferimento, denominata ‘Area socialista’, non parteciperà all’assise prevista a Salerno?
“Nencini e Pastorelli si avviano a celebrare un Congresso che non esito a definire ingannevole. Sono ormai in una posizione del tutto ‘ancillare’ al potere personale ‘renziano’: non sarà difficile, nei prossimi mesi, svelarne per intero il percorso, che li condurrà nuovamente a candidarsi nelle file del Pd con buona pace dei socialisti. Naturalmente, opponendoci a questo stato di cose e attendendo che si liberino delle energie positive anche all'interno del Partito, noi organizziamo la nostra presenza politica. Il fine é una lista alle elezioni del 2018 o, nel caso, del 2017. Il mezzo non può che essere un’alleanza larga di tutti i socialisti, dentro e fuori il Psi”.

Come mai la data di celebrazione dell’assise di Salerno è caduta proprio nei giorni in cui sono previsti i due quesiti referendari sulle cosiddette ‘trivelle’ e, a quanto sembra, anche alcune consultazioni amministrative locali? I vari comizi e appelli al voto non rischiano di togliere ‘spazio’ mediatico all’assemblea socialista?
“Avevamo chiesto di conoscere gli aderenti al Partito. E avevamo chiesto di prendere tempo circa la celebrazione del Congresso, per evitare l'ingombro referendario e la scadenza amministrativa. Naturalmente, per tutta risposta vi é stata una chiusura ottusa, che ha delineato una volontà abbastanza chiara di regolare i conti con una parte che non si é schierata col ‘renzismo’ subalterno. Vedremo se Nencini e Pastorelli saranno in condizione, in futuro, di convincere i socialisti che la loro prospettiva politica é destinata a crescere: personalmente, nutro i miei dubbi. Noi volevamo un Congresso libero, aperto, inclusivo e, magari, caratterizzato dall'apertura delle urne per la scelta del Segretario nazionale anche ai non iscritti: solo a farne accenno, a qualcuno é venuta una crisi di panico. Nencini temeva una candidatura sostenuta dall'esterno e si é ‘blindato’ internamente aggrappandosi al doppio incarico, con una linea politica infelice che ha già fatto scappare i socialisti. Un confronto interno ormai é inutile: rimarremo iscritti in attesa di un'evoluzione, ma nel frattempo un movimento politico é in marcia”.

Insomma, Nencini ha voluto mettere la ‘sordina’ al Congresso del Psi, ma cosa ci guadagna, di grazia, sotto il profilo dell’immagine politica?
“Non ne ho idea. E non è un problema che mi pongo. So che i sondaggi del Psi stanno poco sopra lo 0% e, nel merito del gradimento personale, proprio non saprei cosa dire. Noi abbiamo una ‘road map’ piuttosto precisa: 15 e 16 aprile, assise aperta di ‘Area socialista’ a Roma, presenti i due comitati referendari su ‘trivelle’ e riforma costituzionale; successivamente, campagna per i socialisti alle amministrative e campagna per il ‘No’ alle riforme ‘renziane’; infine, lancio di un ‘Manifesto-appello’ per una lista socialista alle elezioni politiche. Francamente, l'unica cosa che resta innanzi a questa tragica vicenda é tentare una reazione. A volte mi domando se veramente Nencini e Pastorelli si rendano conto della situazione che hanno creato: probabilmente no, presi come sono dal rapporto stretto con padri costituenti come la Boschi e Verdini...”.

Che idea si è fatto della vicenda del petrolio lucano?
"La cosa che salta più agli occhi non è la vicenda in sé, poiché da quando non esiste più un'industria pubblica, gli interessi sono sempre e solo privati, quanto il fatto che le istituzioni procedano, ormai, per binari paralleli e separati. L'inchiesta risale a un anno fa e le notizie di oggi hanno un evidente risvolto politico: la Guidi ha avuto scarsa protezione politica e ha necessariamente dovuto fare il passo che le è stato chiesto".

In merito ai due referendum sulle ‘piattaforme’, lei non crede fosse il caso di stabilire per legge un semplice principio di ‘distanza relativa’ delle strutture estrattive rispetto alle nostre coste, anziché avventurarsi in una consultazione che potrebbe non interessare più di tanto l’opinione pubblica?
“L'interesse dell'opinione pubblica è direttamente proporzionale all'informazione che ne è stata data: pressoché nessuna. La responsabilità é tutta del Governo, che non ha voluto condividere con le Regioni decisioni assai delicate per le popolazioni che sono le prime a essere coinvolte dai disastri ambientali. La sicurezza al 100% non esiste. Può esistere, però, nella scelta razionale dei ‘siti’ congiunta a una politica di svolta radicale nelle politiche energetiche, spesso annunciata, ma mai applicata. Votare mi sembra un fatto di civiltà, in particolare quando i quesiti in questione pongono problemi relativi alla salute dei cittadini e una scelta pubblica di particolare importanza: nulla a che vedere con la tattica ‘astensionista’ legata a materie più propriamente politiche. Qui si tratta di questioni di vita. E il problema non mi sembra secondario…”.

Riguardo, invece, alle ormai prossime elezioni amministrative, previste in circa 1300 comuni italiani tra cui Roma, Napoli, Milano e Bologna, qual è la sua posizione? Si tratta di consultazioni specifiche, che avranno un esito che dipenderà dalle distinte realtà municipali, oppure potremo leggervi una sorta di ‘bilancio in controluce’ nei confronti del Governo?
“Innanzitutto, registro il fatto che in nessuno dei grandi capoluoghi regionali, con l’eccezione, forse, di Napoli, sono presenti liste socialiste: non è già questo il segno del declino di una condotta politica scellerata di un Partito politico nazionale? Quanto al significato politico delle elezioni, esse indicheranno una tedenz, come è normale che sia. Ma può essere realmente giudicabile una coalizione di Governo che si presenta, sostanzialmente ovunque, separata? Allo stato, il ‘Partito della Nazione’ ancora si nasconde dietro l’usbergo del centrosinistra: ha i suoi candidati, ma questo non possono essere, ancora, considerati tali. Per questi motivi, la lettura della ‘tornata’ amministrativa ci consegnerà un paese ‘ultraframmentato’ e qualche ‘sorpresa’ politica, come la cescita della ‘nuova destra’ e la conferma del Movimento 5 stelle. Non credo che Renzi debba temere qualcosa. Certo è che il consenso politico andrà erodendosi, in particolare sul fianco sinistro del suo Partito”.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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