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14 Aprile 2021

Il petrolio iraniano: da arma di ricatto internazionale a problema occupazionale interno

di Domenico Letizia
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Il petrolio iraniano: da arma di ricatto internazionale a problema occupazionale interno

In Iran siamo a quasi due settimane consecutive di sciopero nazionale dei lavoratori del settore gas e petrolchimico, ma anche impiegati e dipendenti di aziende e raffinerie si stanno unendo al blocco della produzione

Siamo fin troppo abituati alle minacce internazionali della Repubblica islamica dell'Iran nei confronti della comunità internazionale, utilizzando l'arma del petrolio. Negli ultimi anni, i traballanti rapporti fra Riad e Teheran, con le annesse violenze e gli scontri diplomatici come, per esempio, l'attacco all'ambasciata saudita a Teheran, la cancellazione dei voli sauditi da e per l'Iran e la solidarietà pro-Riad delle monarchie del Golfo Persico, hanno caratterizzato la vita e l'export del greggio verso i mercati internazionali e l'occidente. Numerosi analisti avevano ipotizzato un’impennata dei prezzi che, sostanzialmente, non c’è stata, a causa dell'emergenza sanitaria, del blocco economico della Cina e per un eccesso di offerta voluto dall’Arabia Saudita a partire dal novembre 2014. La pandemia sanitaria, inoltre, ha rimodellato le logiche commerciali petrolifere. E solo nelle ultime ore, le quotazioni del petrolio sono in rialzo sul mercato di New York grazie ai dati lievemente più bassi dei contagi negli Usa. Il mercato petrolifero appare traballante, come tutta l'economia mondiale, a dire il vero, senza dimenticare che, per quanto riguarda la distribuzione e lo stoccaggio del greggio, al centro dell'analisi ritroviamo anche le mosse politiche internazionali dell'Iran. Il petrolio, infatti, da arma e tematica di disturbo internazionale potrebbe diventare un problema nazionale, a causa degli scioperi diffusi in tutto il territorio. Siamo a quasi due settimane consecutive di sciopero nazionale dei lavoratori e degli operai del petrolio, del gas e della petrolchimica. Un’astensione dal lavoro continuo, in venti città di dodici province. Operai e impiegati di 44 raffinerie, aziende e fabbriche affiliate all'industria petrolifera, del gas e della petrolchimica ubicate nelle province di Isfahan, Ardabil, Ilam, Bushehr, Khorasan Razavi, Khuzestan, Fars, Sistan e Baluchestan centrale e Hormozgan, hanno incrociato le braccia. I dati dei sindacati riportano che sempre più lavoratori e dipendenti di aziende e raffinerie si stanno unendo al blocco della produzione. Negli ultimi giorni, agli scioperanti si sono aggiunti anche i lavoratori a contratto della base di Khatam, negli impianti 2 e 3 di Asaluyeh. Le autoriMaryam_Rajavi.jpgtà iraniane, temendo la continuazione e la diffusione totale dello sciopero, hanno annunciato il pagamento di quattro mesi di stipendi, non ancora pagati, agli impiegati e agli operai della società ‘Tanesh Gostar’, che gestisce la centrale elettrica di South Pars e di una mensilità per i lavoratori della società ‘Sanat Pajohan’. Tuttavia, i lavoratori hanno ribadito di voler continuare lo sciopero fino a quando tutte richieste non saranno ascoltate ed esaudite. A tali contestazioni si sono uniti anche i lavoratori del complesso industriale della canna da zucchero ‘Haft Tappeh’, i quali hanno annunciato di voler continuare a perseguire le richieste sindacali più avanzate, inclusa la richiesta di licenziamento di un funzionario del governo iraniano che stava intraprendendo iniziative imprenditoriali per privatizzare l'azienda.
Maryam Rajavi, leader della dissidenza democratica iraniana, ha elogiato l'impegno dei lavoratori e lo sciopero in corso, invitando i cittadini, in particolare i giovani, a far crescere la dissidenza democratica nel Paese. La Rajavi ha inoltre esortato l’Organizzazione internazionale del lavoro e i sindacati a sostenere le proteste dei lavoratori iraniani, a condannare le politiche di violazione dei diritti umani e i comportamenti dei politici del ‘regime clericale’. In Iran sembra si stia scrivendo un nuovo capitolo per l'economia e la politica interna. E il petrolio, da arma di ricatto internazionale del regime clericale, potrebbe diventare uno strumento di emancipazione interna per i diritti sindacali, sociali e politici.
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NELLA FOTO QUI SOPRA: UNA RAFFINERIA DI ABADAN, LA CITTA' DEL PETROLIO

AL CENTRO: MARYAM RAJAVI, LEADER DELLA DISSIDENZA DEMOCRATICA IN IRAN

IN APERTURA: UNO DEI CORTEI DI PROTESTA DURANTE GLI SCIOPERI DI QUESTI GIORNI


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