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23 Ottobre 2019

La sfida economica tra Europa e Cina

di Leonardo Guerrini
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La sfida economica tra Europa e Cina

Il periodo di crisi economica che sta attraversando il mondo occidentale sembra non preoccupare più di tanto la Cina. Anzi, innanzi a una crescita del Pil con numeri che negli ultimi anni hanno sfiorato la doppia cifra, viene spontaneo chiedersi quali siano le differenze tra i due sistemi economici - il capitalismo occidentale e quello asiatico - e quali nuove sfide siamo chiamati a combattere negli anni futuri. Innanzitutto, è bene chiarire alcuni ‘punti-cardine’ della politica economica cinese che allarmano i Paesi europei, tanto da invocare il ritorno ai dazi doganali nei confronti della potenza orientale, evitando così un profondo ‘esame di coscienza’ a lungo rimandato. Il primo punto su cui la Cina risulta vincente è la concezione del tempo, dovuta in parte a una cultura plurimillenaria - che ha ancora il suo peso - ma soprattutto in virtù di un sistema politico non propriamente democratico che esclude ogni alternanza partitica. L’unico mutamento possibile in Cina è, infatti, quello della dirigenza comunista, come avverrà prossimamente con la fine del mandato dell’attuale presidente, Hu Jintao.  Dunque, la sua programmazione economica ‘guarda lontano’, nei decenni. Al contrario dei Paesi occidentali, in cui qualsiasi decisione troppo spesso viene presa nell’ottica delle frequenti elezioni. L’esempio più tristemente eloquente è quando la Germania si è opposta al salvataggio della Grecia, una manovra che inizialmente avrebbe richiesto l’impiego di pochi miliardi di euro, con la ‘cancelliera’ Merkel impegnata a salvaguardare soprattutto la propria immagine elettorale. Invece, nelle discussioni da bar e, cosa più grave, nei ‘talk show’ politico-televisivi si finisce con l’esaltare il ‘mostro cinese’, paventando la minaccia di un’invasione ‘gialla’ a colpi di giocattoli camuffati e mutande ‘low cost’. In particolare, l’opinione prevalente riguarda l’imminente sorpasso economico cinese nei confronti degli Stati Uniti. Ma i dati sono tutt’altro che eclatanti, seppur meritevoli di qualche preoccupazione da parte dell’establishment americana. Le stime di crescita dei due Paesi, infatti, prevedono che nel 2015 il prodotto interno lordo cinese sarà la metà di quello americano, a fronte di un ‘gap’ attualmente più accentuato. Se si guarda alle altre economie dei ‘Brics’ (acronimo utilizzato in economia internazionale per riferirsi ai cinque Paesi – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – caratterizzati da una forte crescita del PIL e della quota nel commercio mondiale), peggio ancora sta l’India, con un Pil alla stregua dei principali Paesi europei. Altra critica che viene mossa all’economia cinese è quella di esportare manufatti contraffatti, prodotti col sudore e lo sfruttamento degli operai. Se è vero che il tema dei diritti civili rappresenta il ‘tallone di Achille’ di Hu Jintao nei summit internazionali, altrettanto indubbio è il fatto che nelle fabbriche cinesi il numero massimo di ore legalmente consentite è 44. I sequestri di manufatti in quanto non conformi alle regole comunitarie, inoltre, fanno il gioco dello stesso Governo cinese, che deve combattere la piaga del sommerso e dell’illegalità: problemi assai ben conosciuti anche nella ‘civile’ Italia. L’altro punto ‘forte’ della Cina, che assume un peso particolare in questo periodo, è la forte disponibilità di denaro liquido che le consente di acquistare il debito pubblico di altri Paesi, in primis gli Stati Uniti. Obama e le altre potenze occidentali hanno ‘chinato il capo’ di fronte alle delegazioni cinesi non soltanto per un’usanza tipicamente orientale, ma per la dipendenza che si è venuta a creare negli anni e di cui devono tener conto negli incontri internazionali ufficiali come il G20. L’idea che si ha della Cina come ‘tempio del comunismo’ composto da ‘Comuni’ tipo quella di Parigi del 1871, o da fattorie agricole di stampo ‘simil-sovietico’ con totale assenza di proprietà privata, è quasi del tutto obsoleta: l’attuale sistema economico cinese si basa su un capitalismo di Stato che non è una mera formula teorica coniata dagli economisti nel corso di analisi ‘fantasiose’, bensì del tratto caratterizzante del Dna cinese degli ultimi decenni. In questo Paese, infatti, esistono milioni di ‘grandi ricchi’ che trovano il pieno appoggio delle autorità centrali e che competono con gli operatori finanziari di tutto il mondo. È vero che non è tutto oro quel che luccica: non possiamo dimenticare i problemi interni che questo gigantesco Paese dovrà affrontare nei prossimi decenni, se vuole veramente competere con i ‘big’ mondiali e apprestarsi a diventare il leader incontrastato del globo. Come dimostrato dallo sviluppo economico italiano degli anni ’60 del secolo scorso, infatti, una veloce crescita economica e un alto tasso di esportazioni incidono assai superficialmente sulla forte disparità interna e sul basso tenore di vita di milioni di cinesi, specialmente nelle sterminate campagne: gli squilibri e le ‘tare di fondo’ rimangono e, anzi, si ‘cronicizzano’. Le stime più recenti prevedono che ogni cinese potrà avere un reddito comparabile a quello degli europei soltanto tra un ventennio: un lasso di tempo alquanto lungo, che preoccupa le autorità cinesi proprio sul versante della coesione sociale. Pertanto, questi sono i veri tratti caratteristici dell’economia cinese: il resto sono solamente ‘luoghi comuni’ che circolano tra coloro che vorrebbero ‘isolare’ il gigante asiatico, nella speranza di preservare un sistema capitalistico occidentale che, in verità, ha rischiato di distruggersi con le proprie mani attraverso una concezione selvaggiamente monetarista dello sviluppo. Le ricette per raccogliere la sfida del futuro lanciate dal ‘Dragone’ stanno tutte nella tabella riguardante le stime sul prodotto interno lordo globale: è l’Unione Europea, considerata nel suo complesso, a vantare il primato mondiale. Una preminenza contendibile soltanto dagli Stati Uniti. Dato certamente da ‘rispolverare’ in un mese come quello di giugno, in cui tanti ‘nodi’ verranno al ‘pettine’ circa il futuro dell’euro e del progetto europeo sognato dai padri fondatori. La sfida di un’Europa politicamente unita, in grado di competere ‘compatta’ sulla scena mondiale è la sola ‘grande scommessa’ che possiamo lanciare verso noi stessi e gli altri Stati membri, nell’interesse di un Occidente capace di tornare protagonista sul versante della produttività.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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