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19 Novembre 2017

Autoimprenditorialità giovanile: il ‘you can’ italiano

di Carla De Leo - cdeleo@periodicoitalianomagazine.it
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Autoimprenditorialità giovanile: il ‘you can’ italiano

Il ‘sogno americano’ dell’autorealizzazione è, oggi, soprattutto italiano. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Amway sull’autoimprenditorialità in Italia, Europa e Stati Uniti, che vede in testa proprio i nostri giovani. Niente male per una generazione spesso additata come ‘fannullona’ e ‘mammona’ 

La patria dei sogni e delle opportunità, la terra del  “You can”, luogo dove tutto è possibile e dove tutti possono realizzare se stessi e il progetto ‘nel cassetto’ non ha più i connotati ‘a stelle e strisce’. Ultimamente, infatti, pare che un’aria nuova stia soffiando su ‘la terra promessa’. Aria che ha cambiato la residenza del ‘sogno americano’, facendola ‘approdare’ in terra italica. Almeno questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Amway – giunto alla sua quarta edizione – che vede in testa proprio i giovani italiani. La società leader mondiale nel settore della vendita diretta, da anni monitora il desiderio e la propensione dei giovani all’autoimprenditorialità. E quest’anno, il risultato delle indagini – presentato a Roma il 20 marzo scorso in occasione dell’incontro ‘Self made in Italy - Imprenditorialità come antidoto alla crisi: un sogno solo americano?’ – ha rivelato qualche sorpresa inaspettata. Il rapporto, infatti, organizzato con Gfk Norimberga, in collaborazione con l'università tecnica di Monaco e con l’ambasciata degli Stati Uniti d’America, ha visto in cima alla classifica degli ‘aspiranti’ imprenditori, proprio i giovani italiani. Mostrando inoltre come siano soprattutto gli under 30 ad assumere l’atteggiamento più favorevole: con il 78% dei consensi, contro il 52% registrato negli Usa, hanno letteralmente capovolto una graduatoria che, da sempre, perpetuava il ‘predominio ideologico’ statunitense.
L’Italia risulta più sensibile al tema ‘lavoro’ e ‘imprenditorialità’ anche rispetto ai ‘cugini’ europei, i quali si aggiudicano il secondo posto, con il 69% di sostenitori.
Inoltre, gli italiani che immaginano di avere le capacità per avviare un’attività in proprio costituiscono il 58%, contro il 49% della media europea e il 39% dei ragazzi americani.
Bisogna sottolineare, però, che le percentuali variano sensibilmente a seconda dell’età. E, in particolare, ancora una volta, sono specialmente i giovani al di sotto dei 30 anni a mostrare maggior ottimismo sulle intenzioni e sullo spirito imprenditoriale. 
Mentre per gli under 30, infatti, il 55% dei sì (contro il 59% degli Usa), fa collocare il desiderio dell’autorealizzazione al primo posto tra i moventi che influiscono sulla voglia di avviare un business autonomo (seguito dal 48% di giovani che vedono nell’imprenditorialità soprattutto la possibilità di indipendenza da un datore di lavoro – 59% negli Usa – e  dal 20% che invece vi individua maggiori probabilità di conciliare meglio professione, famiglia e tempo libero – 50% per gli Usa –), la situazione cambia notevolmente se si alza la fascia d’età analizzata. E la classifica risulta completamente stravolta: al primo posto troveremo il desiderio di indipendenza da un datore di lavoro (44% per l’Italia, 65% per gli Usa); al secondo, la possibilità di realizzare se stessi e le proprie idee (40% Italia; 62% Usa); e infine, la maggior conciliabilità tra lavoro e spazio privato (23% Italia; 53% Usa).   
Insomma: un capovolgimento di intenti. Soprattutto se consideriamo che l’immagine retorica del giovane italiano è troppo spesso identificata con il ‘mammone’ o con il ‘fannullone’. Evidentemente questa rappresentazione non era autentica. Oppure non corrisponde più alla realtà, dal momento che le nuove generazioni affermano di essere così propense a mettersi in proprio. Con tutti i rischi connessi all’avviamento di un’attività, alla formazione e alle competenze che avere un’impresa implica. I dati, infatti, ci descrivono ragazzi che immaginano un futuro in cui saranno imprenditori. Quindi, protagonisti e parte attiva nel processo di crescita professionale. Vogliono investire su sé stessi e non ‘trascinarsi’ in attesa di un lavoro che ‘piova dal cielo’, appagandosi fino ad allora delle cure e del sostegno di papà e di mamma ‘chioccia’. 
Ovviamente le paure non mancano. E, soprattutto in un periodo di forte crisi come quello che il Paese sta attraversando, non tardano a manifestarsi. Non è un caso, infatti, se ai buoni proposti appena citati, si affianca la nota stonata: il timore di non riuscire. Accanto alla verve e al desiderio di fare impresa, che come abbiamo visto non manca, si insinua anche una grossa percentuale di coloro che hanno paura di fallire. Ansia, che insidia ben il 92% dei giovani italiani. Mentre solo il 75% dei giovani europei e il 46% di quelli americani, ritiene che una possibile sconfitta possa configurarsi come ostacolo all’avvio di un’impresa. È evidente come questo dato sia fortemente influenzato dal generale clima di sfiducia degli italiani verso il sistema Paese: solo il 36% dei giovani pensa, infatti, che l’Italia garantisca quell’ambiente ideale in cui un lavoro autonomo possa proliferare. Di diversa opinione, invece, gli americani, per i quali il loro Paese ‘stimola’ e favorisce l’imprenditorialità. Tra i fattori che ‘inibiscono’ e intimoriscono verso il ‘grande passo’, vanno rintracciate certamente le sostanziali differenze che sussistono tra i due Paesi, che evidenziano come le diverse ideologie ‘strategiche’ condizionino la ‘sensibilità’ degli attori coinvolti. Ad esempio, mentre in Italia le principali spinte per creare impresa si identificano nella possibilità di accedere a finanziamenti pubblici e nello ‘snellimento’ delle procedure burocratiche, in America è lo sviluppo della formazione e delle competenze a costituire il primo tassello per favorire l’imprenditorialità.   
Ma al di là delle reali opportunità, sembra che il ‘sogno americano’ non riesca più ad esercitare il suo fascino sugli americani stessi, che sembrano maggiormente attratti da una vita ‘diversa’. Probabilmente più ‘impiegatizia’ e meno impegnativa di quella che invece si prospetta all’orizzonte di un imprenditore. 
Ammaliati più che mai da questo sogno, sono invece i nostri giovani. E forse sono proprio i dati scoraggianti sulla disoccupazione nel nostro paese a determinare. Ma non si può non considerare quale segnale positivo, il fatto che una così alta percentuale di ragazzi sia propensa all’autoimprenditorialità. Anche Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro presso l’Università La Sapienza” di Roma, ha commentato positivamente i dati del rapporto Amway: «In assoluta controtendenza […] i risultati della ricerca Amway trasmettono un inaspettato ottimismo. Particolarmente interessante è il confronto con l’Europa, che evidenzia tendenze non scontate per un paese come l’Italia in cui il 40% dei giovani è senza occupazione. Emerge una propensione a intraprendere attività in proprio, che forse per la prima volta in questo momento storico mette il nostro Paese al passo con il resto dell’Europa.
Il messaggio, almeno nelle intenzioni, è chiaro: i nostri giovani hanno voglia di riscatto, di fare, di uscire dal guscio e di mettersi alla prova, conquistando un proprio spazio e un proprio ruolo nella società.


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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