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23 Settembre 2017

Soprattutto connessi

di Francesca Buffo
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Soprattutto connessi

Collegati a internet h24 attraverso lo smartphone, il tablet o il computer. Così i giovani diventano ‘cervelli da web’ .

Si chiamano nativi digitali. Sono i bambini nati nel 3° millennio, quelli che internet lo hanno scritto nel Dna, una generazione che segna un cambiamento netto e di rottura con le precedenti, quelle che con internet e la tecnologia c’hanno fatto amicizia dopo. Loro, invece, i cartoni animati li guardano sull’ipad (perché tablet e simili sono usati sempre più spesso, dai loro genitori, come baby sitter di emergenza) e in prima elementare ci arrivano dotati di telefonino. Certo tutto ciò riflette l’evoluzione della nostra società in senso tecnologico, ma i rischi sono tanti. Anzi alcuni sono già delle certezze della generazione che li precede di poco, i vent’enni di oggi, per intenderci. Ragazzi che del copia-incolla da internet ne hanno fatto un metodo di studio, a discapito della capacità di raccogliere, analizzare e riordinare le informazioni (come accadeva nelle ‘preistoriche’ ricerchine degli alunni degli anni ‘70) . Che i nuovi media modellino il processo del pensare è ormai assodato (un cervello da web, dicono i ricercatori dello University College di Londra). Accade ogni volta che ci colleghiamo alla rete, cerc h i a m o un’informazione, condiv i d i a m o un’immagine, acoltiamo un contenuto video. Per ognuna di queste azoni le nostre capacità migliorano a discapito di abilità che, invece, si perdono. È un cambiamento progressivo, invisibile e inevitabile. Provate solo a pensare a quanti numeri di telefono riuscivamo a memorizzare quando non esistevano le rubriche dei telefonini. Oggi, c’è chi non memorizza neanche il proprio, tanto basta dire “ti faccio uno squillo, così ti memorizzi il numero”. «La questione – come fa notare Franco De Anna, Dirigente tecnico Ufficio scolastico regionale per le Marche, in un suo intervento sul sito www.educationduepuntozero. it – è molto importante per quanto riguarda l’approccio formativo. Perché il “digitale” (i suoi strumenti, le sue “protesi individuali”, i “processamenti” dell’informazione che gli sono propri) conferisce potenza inedita (e inusitata) all’approccio simultaneo e sintetico. Tale “potenza” va indagata in termini specifici nei suoi rapporti con le “potenzialità” cognitive connesse con i processi di appropriazione della natura (ovvero i pro-cessi di produzione, nel sistema sociale in cui si vive). Ciò che ogni bravo docente cercava, fino a ieri, di fare nel ricombinare assennatamente i diversi “stili cognitivi” dei suoi alunni (personalizzando e mettendo in valore le relative efficacie) si costituisce oggi come un problema che investe l’insieme degli alunni nel loro rapporto con strumenti, processi, approcci che danno (proporzionalmente) potenza superiore ad “una” delle modalità. Con la complicazione (scientifica e culturale), che si tratta di quella tradizionalmente più lontana dal “metodo” della scuola. La domanda diventa allora: poiché la “potenza” acquisita dalla “rivoluzione digitale” non è immediatamente ed automaticamente traducibile in “superiorità” cognitiva, e in particolare in “accertata pertinenza” ai processi di formazione che riguardano i cuccioli, come e dove reperire l’equilibrio ottimale tra approcci diversi recuperando per ciascuno le relative potenzialità per garantire l’acquisizione di effettiva “padronanza”? Tutto ciò richiede sviluppo di ricerca – continua De Anna – da quella di base dei laboratori di psicologia, di scienze cognitive, di neuroscienze, a quella che inevitabilmente assume la dimensione del laboratorio di massa di una scuola che abbia deciso di aprirsi integralmente alle tecnologie digitali. Quella ricerca educativa sulla quale si struttura una nuova “filosofia della prassi” dell’insegnamento, capace di misurarsi con la “novità filosofica” dell’apprendimento nell’era digitale». Una ‘presa di coscienza’ che, nella scuola italiana, è ancora agli albori, ma che è già in ritardo per i laureati di quest’ultimo decennio e forse anche per i laureandi del prossimo. Che il rapporto tecnologia– giovani sia incentrato sui processi di apprendimento non è invece sfuggito alla FederSerd, la Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi alle dipendenze. «Bisogna prestare attenzione alla fascia d’età – ha dichiarato Alfio Lucchini, psichiatra e presidente di FederSerd in un’intervista a Carola Frediani pubblicata su L’Espresso – sotto i 5-6 anni la tecnologia va introdotta e presentata in un contesto educativo, ma fra i 6 e i 10 anni bisogna fare attenzione che i bambini vadano incontro a un eccesso di stimoli. Il rischio è provocare danni alla memoria a breve termine, difficoltà di concentrazione e incapacità a selezionare ciò che è importante».


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Questo articolo è tratto dal numero 1 di Periodico italiano magazine versione sfogliabile

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