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20 Gennaio 2021

Numero 57 Luglio-Agosto 2020

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Numero 57 Luglio-Agosto 2020

Ecco il nuovo numero di Periodico italiano magazine. Questo mese parliamo della 'sindrome Nimby'. Nel nostro Paese si continua a dire no a qualsiasi cosa, perché la politica del ‘non fare’ ha la meglio e prevale l’immobilismo: un problema di comunicazione al quale si aggiunge un certo tipo di antipolitica, che antepone la visibilità mediatica alle strategie di crescita. Vi proponiamo quindi analisi, approfondimenti e interviste ringraziando tutti i nostri lettori  per il sostegno e l'affetto comunicatoci in queste settimane. Buona lettura a tutti!

Vi ricordiamo che abbiamo creato un indirizzo mail (posta@periodicoitalianomagazine.it) al quale potete indirizzare lettere, materiali e suggerimenti. 

STORIA DI COPERTINA
Ingiusto definirla ‘arroganza territoriale’

Fra le grandi opere italiane, il Tav è sicuramente quello che ha dato vita a un movimento di protesta locale senza precedenti per il nostro Paese. La Val di Susa è costituita da 37 comuni, con una popolazione complessiva di circa 75 mila abitanti. Come analizzano Angela Fedi e Terri Mannarni nel libro ‘Oltre il Nimby’, edito da Franco Angeli: “Nei quasi vent’anni della vicenda della nuova linea Torino-Lione, l’opposizione all’alta velocità ha cambiato più volte forma, dimensione e caratteristiche, ha modificato gli attori che vi partecipano, ha progressivamente raggiunto fasce di popolazione più ampie”. Uno degli elementi più caratterizzanti del ‘movimento no-Tav’ è la forte volontà di partecipazione e di non voler delegare: il 46,8% della popolazione risulta aver preso parte a manifestazioni o raccolte firme sul Tav e su altre questioni quali pace, disarmo, occupazione, campagne elettorali. Una mobilitazione che, vissuta nella sua quotidianità e concretezza, a detta di numerosi intervistati valligiani: «È un lavoro che riguarda la democrazia, che si vorrebbe più partecipata e meno rappresentativa”. Un altro fattore rilevante riguardo le motivazioni del movimento è quello relativo alla competenza specifica, tecnica, sul Tav e i percorsi ipotizzati, sulle capacità di trasporto, sull’emissione di sostanze inquinanti oggetto di una massiccia circolazione di libri, articoli, documenti e volantini, tanto che molti attivisti sono diventati più esperti dei politici. Tuttavia, attraverso le notizie di cronaca, ciò che maggiormente è stata percepita a livello nazionale è la protesta. Qualcuno l’ha definita ‘arroganza territoriale’, etichettandola come fenomeno Nimby. Un’accezione negativa per le popolazioni locali, che si oppongono a una grande opera: un tentativo di deleggittimarne le rivendicazioni e di trasmettere il messaggio che esse non hanno titolo a partecipare alle opere pubbliche. Per fortuna abbiamo anche a disposizione l’acronimo più neutrale, LULU (Locally Unwanted Land Use): definizione con la quale si indica che certi usi del suolo locale non sono desiderati dalla comunità. Le grandi opere sono scelte fatte per il bene comune, ma non possono essere a discapito di pochi. È una questione di democrazia, sancita dal 2018 anche dall’art. 22 del codice degli appalti, che ha reso obbligatorio il dibattito pubblico sulle grandi opere, secondo il modello francese. Questo vuol dire che, prima dell’approvazione del progetto preliminare (oggi definito: ‘progetto di fattibilità’) è previsto un periodo di sospensione di alcuni mesi, dedicato al coinvolgimento dei cittadini e delle loro associazioni nella discussione sul progetto, sulla sua opportunità e sulle sue caratteristiche. Un’occasione per individuare soluzioni alternative, per negoziare, per rivedere, anche radicalmente, il progetto. A dimostrazione che l’arroganza, fino a pochi anni fa, era quella dei proponenti o, per meglio dire, dei grandi interessi macroeconomici.


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