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13 Dicembre 2017

Il Manifesto per la conoscenza e l'integrazione in Europa

di Fabrizio Federici
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Co-mai, il movimento ‘Uniti per unire’ e la Confederazione internazionale #Cristianinmoschea presentano i dati della loro ricerca su immigrazione, islam e velo, proponendo una serie di princìpi e obiettivi

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"No all'interpretazione ‘fai da te’ dell'Islam, che equivale a fare il gioco dell'estremismo e del populismo; e no all'imposizione di obblighi, che nell'islam vanificano il senso e il valore dell'azione compiuta, azione che non è frutto di una libera scelta; sì, alla libertà di scelta, anche per quanto riguarda il velo". Non usa mezzi termini, Foad Aodi, medico fisiatra presidente della Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e fondatore di #Cristianinmoschea, la Confederazione internazionale laica e interreligiosa, lanciata dopo i sanguinosi attentati dell'estate scorsa, con l'evento #Musulmaninchiesa, che ha visto la partecipazione di migliaia di musulmani in tutta Italia alle funzioni religiose cattoliche e la simmetrica presenza, l'11-12 settembre 2016, di migliaia di cristiani nelle moschee italiane. I recenti episodi di cronaca (Bologna, Pavia e nelle vicinanze di Napoli) generati da reazioni eccessive all'interno di famiglie d'immigrati musulmani, da parte di genitori e mariti, nei confronti di comportamenti di figli e mogli, a loro giudizio non conformi ai valori tradizionali islamici, episodi di cui lasciamo a chi di dovere di chiarire i motivi e le esatte modalità, risultano paradigmatici dei comportamenti delle ultime generazioni di immigrati musulmani, in Italia e in Europa. Proprio su questi temi, composizione sociale degli immigrati in Italia e uso del velo, Co-mai, il movimento ‘Uniti per unire’ e la Confederazione internazionale #Cristianinmoschea presentano le loro statistiche e avanzano proposte concrete: "Dagli anni '60 del secolo scorso sino alla caduta del muro di Berlino del 1989", spiega Aodi, "la prima fase dell'immigrazione extracomunitaria in Italia vedeva una forte presenza di studenti da Paesi arabi, nord e centroafricani, ai quali si aggiungevano gli studenti provenienti da altri Paesi (Somalia, Iran, Grecia e Israele). Il 40% circa di questi è rimasto in Italia. Dopo la laurea, ha messo su famiglia unendosi, spesso, con italiani e ha dato origine a una seconda e, in alcuni casi, anche a una terza generazione, senza particolari problemi d'integrazione. La seconda fase dell'immigrazione, iniziata dopo il 1989, il conflitto jugoslavo del 1991-'95 e il crollo del socialismo ‘reale’, ha visto arrivare soprattutto immigrati dall'est europeo post comunista, tra i quali anche molti musulmani, da Albania, Kosovo, Bosnia-Erzegovina: si trattava di gente più anziana, la loro età media era di 35-40 anni d erano soprattutto lavoratori con problemi diversi da quelli della prima ‘ondata’, con maggiori difficoltà d'integrazione. Infine, con le ‘Primavere arabe’, i loro sogni e delusioni, dal 2011 in poi è iniziata la ‘terza fase’ dell'immigrazione: c'è un forte afflusso di immigrati in fuga da quei Paesi, dalla Tunisia e dall'area inclusa tra penisola arabica e Golfo Persico, per la maggior parte richiedenti asilo. In quest'ultima ondata sono nati i maggiori problemi d'integrazione: diverse di queste famiglie, tra il 5% e il 7% circa, tendono a ripiegarsi su se stesse e a cercare nei valori tradizionali e nelle usanze dei Paesi d'origine, un conforto ai problemi quotidiani, peraltro come ripiegamento nel proprio ambiente d'origine in quanto antidoto alle difficoltà d'integrazione nel nuovo ambiente. E’ un fenomeno, mutatis mutandis, tipico degli immigrati italiani nel nord d'Italia, come dimostrato da recenti studi del sociologo Franco Ferrarotti. Ecco allora che, in alcune di queste famiglie, con genitori il più delle volte over 50, non laureati e di estrazione più umile, prevalentemente contadina, possono verificarsi maggiormente i fenomeni del ‘Padre-padrone’, della madre succube del marito e dei figli. Sono soprattutto le donne a subire imposizioni, come appunto quella del velo. E, nel 50% circa di queste famiglie, i figli hanno spesso difficoltà nel processo di alfabetizzazione, registrando un tasso d'abbandono scolastico che supera il 50%". Venendo perciò", prosegue Foad Aodi, "alle proposte costruttive come Co-mai, Uniti per unire e #Cristianinmoschea", prosegue il presidente Aodi, "basandoci anzitutto sull'esperienza degli ultimi 16 anni di apertura degli sportelli d'ascolto in varie Regioni d'Italia, come Amsi, l’associazione dei medici d'origine straniera in Italia, Co-mai e Movimento per il dialogo interculturale e interreligioso ‘Uniti per Unire’ e del quotidiano dialogo con le persone, proponiamo una serie di obiettivi, riassunti nel ‘Manifesto per la conoscenza e l'integrazione in Europa’, redatto da Co-mai e #Cristianinmoschea:

- No alle interpretazioni personali dell'islam, che tendono a sfociare in divieti assoluti (per il Corano, l'uso del velo non è obbligatorio, bensì una libera scelta);
- Sì alla possibilità, per ogni persona, di essere sempre identificata nel rispetto delle leggi italiane (come richiesto, anzitutto, dal Testo unico di Pubblica Sicurezza, in gran parte ancora in vigore, del 1931, ndr), specialmente quando si accede a strutture sanitarie;
- No alle strumentalizzazioni della ‘questione-velo’ e alla relativa cattiva informazione;
- Verificare sempre le notizie, prima di metterle sui media, per non alimentare ulteriormente l'islamofobia;
- Si alla buona informazione per l'interesse di tutti;
- Sì a una legge europea sull'immigrazione, che tuteli con precisione diritti e doveri degli immigrati, nel rispetto delle leggi dei Paesi ospitanti e nel rispetto reciproco tra immigrati e cittadini dei singoli Paesi, sul piano anzitutto culturale e religioso;
- No al multiculturalismo ‘fai da te’, demagogico e approssimativo, fallito in tanti Paesi europei come Germania, Francia, Belgio, Olanda e Inghilterra;
- Sì invece al multiculturalismo e alle politiche d'integrazione programmate, nelle scuole e nei posti di lavoro, in Italia e in Europa;
- No alle moschee e agli imam ‘fai da te’;
- Sì a soluzioni precise concordate con Stato ed enti locali e alle preghiere del venerdì anche in lingua italiana;
- No a ghetti e ‘bainlieue’ composti di soli immigrati;
- Sì all'inserimento degli immigrati nella società del Paese ospitante, con la necessità d'apprendere lingua, Storia, diritto e cultura di quest'ultimo;
- Sì alla cittadinanza italiana temperata, ai figli degli immigrati e della seconda generazione;
-No, infine, a quanti, istituti, associazioni, personaggi vari, sia musulmani, sia convertiti all'islam, si autoproclamano improvvisamente voce o rappresentanti dell'islam italiano, poiché la rappresentatività va conquistata dal popolo e non nominata o delegata da terzi.

Vogliamo ricordare, in ultimo", conclude Aodi, "che l'80% dei 2 milioni circa di musulmani italiani è decisamente laico: a Co-mai e #Cristianinmoschea aderiscono, infatti, associazioni, federazioni, comunità, centri culturali e membri del Consiglio supremo dell'islam italiano che rappresentano il 95% degli arabi in Italia, l'80 per cento dei musulmani italiani e l'80% circa delle comunità d'origine straniera in Italia. Nessuno tra loro ha mai parlato dell’obbligo di utilizzo del velo, né di imporre le leggi islamiche, la ‘sharia’, in Italia o negli altri Paesi dell'occidente".
Nicola Lofoco, giornalista, collaboratore di Co-mai e autore del saggio ‘Quel velo sul tuo volto (Les flaneurs edizioni, 2016), precisa invece che "alcuni recenti casi esplosi a proposito dell'utilizzo del velo non sono da ricondursi alla religione islamica, ma esclusivamente alle tradizioni culturali e familiari del Paese originario dei genitori delle ragazze in questione: sono problemi, insomma, da ricondurre solo alle usanze delle donne dell'area, diciamo, chiamata in causa".
"La libertà delle donne”, aggiunge Elena Rossi, coordinatrice del Dipartimento donne di 'Uniti per unire' e portavoce di #Cristianinmoschea, “si misura nella consapevolezza, nel rispetto e nella tutela dei loro diritti fondamentali; nella facoltà di scegliere, di aprirsi alla conoscenza e istruirsi. L'appello che vogliamo rivolgere a tutte le donne, a prescindere dal loro Paese d'origine, dalla loro cultura o religione, è di essere le fiere portatrici di questo messaggio di pace e di libertà. Un messaggio che vale per tutte le madri e le figlie, per tutte le sorelle del mondo".
"Nessuno può obbligare una ragazza a portare il velo", ricorda Rami Badia, coordinatrice della Commissione donne della Co-mai, "nell'Islam, esiste la libertà di scelta".
"Da giovane ragazza italiana d'origine araba", aggiunge Habiba Manaa, coordinatrice del Dipartimento Gioventù e seconda generazione della Co-mai, "ricordo che il velo non dev'essere assolutamente un obbligo. Portarlo deve essere sempre una scelta, la qual cosa permette, da un lato, di rispettarlo, dall'altro di non alimentare facili islamofobie. Il primo passo per l'integrazione è rispettare e comprendere le scelte altrui: questo, proprio per essere un vero musulmano".
Vista la drammatica situazione internazionale degli ultimi giorni, col nuovo stillicidio di attentati in Svezia ed Egitto e i nuovi, preoccupanti ‘venti di guerra’, dalla Siria al Pacifico, due sono gli appelli che lancia il presidente Aodi: "Il primo, ai nostri amici cristiani in Medio Oriente e in Africa: rimanete in Palestina, Egitto, Siria, Iraq, Libano, Giordania e in tutti i Paesi mediterranei e africani. Insieme sconfiggeremo il terrorismo: lasciare i nostri Paesi sarebbe una vittoria per il terrorismo cieco e disumano”. Il secondo è diretto, invece, al mondo islamico, sia religioso, sia laico, in Italia e in occidente:#Musulmanielaicieuropei-Unitevi: “Unitevi e a noi per combattere quella che sta diventando sempre più una guerra alle religioni, lasciando alle spalle le divisioni interne ed esterne e i problemi di rappresentatività, le ideologie politiche, l'islam politico, le influenze politiche di alcuni Paesi e delle loro ambasciate. Chiediamo di tralasciare certe ‘scorciatoie’ per essere accreditati come rappresentanti dei musulmani da parte di ministeri, enti, consulte, diplomatici, giornali, politici di ‘turno’ o Partiti. Tutti questi sono elementi che sino a oggi hanno diviso il mondo islamico in Italia: finché esisteranno, il mondo musulmano in Italia e in Europa non sarà mai unito e non avrà mai un'unica voce". Infine, Foad Aodi si rivolge a Papa Francesco, pregandolo di confermare la sua visita in Egitto, in programma a fine aprile: "Per come lo conosciamo, sappiamo che questo Papa non ha paura: il suo coraggio è un ‘faro’ per tutti noi. Papa Francesco è diventato un idolo per il mondo arabo e islamico e da lui ci attendiamo che chieda fortemente a Onu e Ue di difendere noi musulmani e di difendere anche i nostri amici cristiani in Medio Oriente e in Africa".

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