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20 Settembre 2017

Trenta idee per cambiare il mondo

di Gaetano Massimo Macrì – gmacri@periodicoitalianomagazine.it – twitter @gaetanomassimom
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Trenta idee per cambiare il mondo

Carola, una studentessa di Roma Tre, insieme alle sue colleghe, Francesca e Martina, sono tra le prime trenta classificate di un concorso della Fondazione Barilla e con il loro progetto, RelationFood, dicono: “Vi mostreremo il valore del cibo, facendovi cambiare abitudini”

Trenta idee. Trenta progetti per cambiare il futuro del pianeta, attraverso un nuovo accordo globale sul cibo. È l' idea del Barilla Center for Food and Nutriation - Yes (BCFN YES): un concorso al quale tutti possono partecipare con il proprio voto (per conoscere le trentaidee selezionate e votare quella ritenuta migliore basta cliccare sul seguente link).  Questa storia prende il via alcuni mesi fa, quando Guido Barilla, presidente della Fondazione Bfcn, presenta al Ministro per le politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, le idee su cui dibattere per creare un grande accordo sul cibo, sulla sua produzione e il suo consumo. Si tratta del cosiddetto ‘protocollo di Milano’ che verrà presentato a Expo 2015. Il principio ispiratore è tanto semplice, quanto ambizioso: ridurre lo spreco alimentare, la produzione di biocarburanti e diffondere un modello di vita più sana. Per capire il peso di questi argomenti su scala globale, basta leggere i numeri diffusi dal protocollo: ogni anno si sprecano all'incirca 1,3 miliardi di tonnellate di cibo; per quanto riguarda la produzione di biocarburanti, si stima che entro il 2020 verranno sottratti 40 milioni di ettari di terreno, togliendo così cibo proprio quando oltre 850 milioni di persone soffrono oggi la fame; l'altro lato della medaglia mostra il problema dell'obesità, con 1,5 miliardi di persone che ne sono afflitte. Numeri enormi, come si diceva, che richiedono una soluzione definitiva dei problemi. Al fianco di questa brillante iniziativa, il Bfcn ne ha lanciata un'altra non meno avvincente. Individuare le migliori trenta idee, dieci delle quali finiranno sul tavolo dell' Expo 2015. Sono stati coinvolti i giovani delle varie università, italiane e straniere, per presentare progetti con soluzioni innovative su questi argomenti. Noi abbiamo raggiunto e intervistato Carola Savinetti, che insieme alle colleghe dell'Università di Tor Vergata di Roma, Francesca Biondo e Martina Iorio, hanno passato le prime selezioni, rientrando nei primi trenta progetti, ma non nei primi dieci per poter andare all’Expo. Tuttavia concorrono in questi giorni per il premio “Best on the Web”, che darebbe loro la possibilità di entrare nella giuria del concorso il prossimo anno. A prescindere da tutto ciò, il loro progetto, RelationFood, parteciperà come tutti quelli selezionati al 6° Forum Internazionale sull' Alimentazione che si terrà a Milano il 3 e 4 dicembre, dove incontreranno potenziali finanziatori. “Abbiamo bisogno del sostegno di tutti!”. L'entusiasmo è alle stelle, come è ovvio che sia in questi casi. Un ottimo inizio per chi, forse, con le proprie idee potrebbe risolvere i problemi sullo spreco alimentare che è davvero enorme. “Stiamo avendo molto successo. Gente da tutta Italia che ci chiama per conoscere la nostra idea. Anche diverse radio ci hanno chiesto di partecipare alle trasmissioni...”. “Un piccolo successo mediatico che non vi aspettavate, dunque?”. “Assolutamente no. Siamo orgogliose e contente, infatti. Siamo in tre, molto amiche, ma anche molto diverse e impegnate, ognuna nelle proprie cose. Infatti ci siamo ridotte all'ultimo per presentare il Progetto”. Ecco com’è andata.


Carola Savinetti, con RelationFood  avete preso parte al concorso Bfcn Yes, che punta in maniera ambiziosa a raccogliere idee per modificare lo spreco alimentare, a rilanciare stili di vita sana e a una maggiore sostenibilità dell'agricoltura. Il vostro Progetto esattamente in quale tema rientra?
"Sì, ci sono tre direttive e RelationFood rientra sotto la voce 'spreco alimentare'".

Partiamo dall'inizio. Com'è nata l'idea del Progetto?
"É nata all'interno di un corso universitario di 'Marketing innovazione e sostenibilità' che sia io che le altre mie due colleghe del Progetto abbiamo seguito. Per l'esame dovevamo trovare un'idea relativa proprio a una delle tre tematiche cui si è fatto cenno sopra. Quindi parte della valutazione dell'esame era proprio il Progetto. Non solo, perché in sede di giudizio, oltre al nostro professore c'era anche una persona che per conto della Fondazione Barilla preselezionava le migliori proposte che potessero essere in linea con il concorso".

Questo per l'esame, ma poi il Progetto lo dovevate inviare al Bfcn Yes, giusto?
"Esatto. Tutto si è svolto all'ultimo minuto. Ognuna di noi era stata impegnata con gli esami. Finché è venuta l'estate, ricordo che io ero in partenza per le vacanze. Con Francesca e Martina ci siamo dette: 'proviamoci'. Così, senza alcuna aspettativa. La sera prima ci siamo sedute a un tavolo, abbiamo tradotto il Progetto in inglese, come richiesto dal regolamento e lo abbiamo inviato. Ripeto, senza proprio avere la benché minima attesa. Anzi, passata l'estate ci è arrivata la mail che ci avvisava di aver superato la selezione. Ce l'avevano fatta: RelationFood era entrato nei primi 30 progetti. Lì per lì quasi neanche ci ricordavamo della cosa! In seconda battuta è subentrata l'euforia".

Perché questo nome, chi lo ha scelto?
"Lo abbiamo scelto insieme. Fatto il Progetto, dovevamo dargli un titolo e RelationFood ci è sembrato il più adatto".


Relationfood_logo.jpgPuò descriverci in breve il Progetto?
"L'idea è quella di creare all'interno dei quartieri dei luoghi veri, fisici, in cui poter scambiare il cibo. Essendo noi di Roma, abbiamo pensato ovviamente alla nostra città. In questi luoghi si raccoglierà il cibo che all'interno delle famiglie viene scartato, viene buttato, perché magari, faccio un esempio, la famiglia in questione sta partendo e ha cibo in scadenza. Non abbiamo pensato solo a una raccolta, ma anche alla possibilità di acquisto. Quindi, faccio un altro esempio, se una signora sta preparando la crostata e non ha la marmellata, piuttosto che recarsi a un supermercato, può acquistare il prodotto nei centri di raccolta. Questa è, come dire, l'attività di base. Poi, all'interno di quei luoghi si faranno anche iniziative collaterali, sempre inerenti al tema. Si va dalle lezioni di cucina (con le ricette 'della nonna') a lezioni di educazione alimentare. Quindi è prevista molta formazione, ma anche momenti di socialità, come gli 'aperitivi urbani'. Infine, ma non da ultimo, i centri dovrebbero favorire l'acquisto equo e solidale. Capita che i produttori agricoli debbano buttare frutta e verdura che non rispettano gli standard europei. Per capire l'entità di cui stiamo parlando, ricordo che più della metà dei prodotti viene scartata già a monte, perché non rispetta forma, colore e altri standard previsti".

Uno spreco immane. Vorreste quindi raccogliere la frutta imperfetta?
"No. Vorremmo convincere i produttori a vendere l'enorme scarto, anche se imperfetto, magari a un prezzo minore. In fondo troverebbero dei nuovi punti di riferimento, oltre che di guadagno".

Insomma, pare di capire che RelationFood sia un modello anti crisi.
"L'idea rispecchia parecchio le esigenze del momento di crisi che stiamo vivendo. Se ci guardiamo attorno, del resto, la condivisione è un'idea che viene applicata già in altri settori. Penso al car sharing, a operazioni come Bla Bla Car".

Un po' condivisione, un po' volontariato. È corretta come sintesi?
"No, no, non siamo e non facciamo volontariato. Esistono già progetti che prevedono la raccolta di cibo scartato, per poi ridistribuirlo. Noi facciamo qualcosa di differente. Gli utenti dei nostri spazi avranno una tessera, al costo annuale di 40 o 50 €. Già questo fa capire che non facciamo beneficenza al mondo intero. É un'associazione che offre servizi a pagamento, in fondo".

E allora il vostro target di riferimento quale sarebbe?
"Non sono i bisognosi. Chi ha pagato la tessera, ha diritto di portare il cibo e di comprarlo. Quello dei produttori, invece, è un discorso a parte, diciamo. Per cui, il nostro target include gente tra virgolette benestante, ma che può anche risentire della crisi".

Come ci si sente sapendo che le proprie idee potrebbero essere destinate a modificare concretamente alcuni problemi enormi su scala globale, come quello dello spreco di cibo?
“Stiamo vivendo questa cosa come un sogno. Ci ha investite in maniera talmente improvvisa che siamo ancora stupite e sorprese. Nessuna di noi si aspettava di poter giungere fino a questo punto”.

Provocazione: in tre, brave e tutte donne, tra l’altro. Un caso o...
“Eh sì, tre donne, amiche, colleghe, ma tutte e tre diverse. Ognuna impegnata a seguire la tesi, nonché la propria strada. Martina (Iorio, ndr), sta seguendo in Brasile un progetto di sviluppo attraverso l’implementazione di una diga. Francesca (Biondo, ndr) ha richiesto una tesi in ‘Economia Regionale’, ma non le saprei dire di più, adesso, perché si tratta di una cosa un po’ complicata…”.

Ok, professionale, non ci è cascata. Laureande in?
“Laurea magistrale in Economia dello Sviluppo”.

La sua tesi?
“È sugli investimenti nell’istruzione come capitale umano”.

Senta, a dicembre andrete a Milano con quali aspettative?
“Allora, in realtà all’inizio non avevamo colto bene il funzionamento del concorso. Quando ci hanno selezionate, erano usciti i primi trenta progetti già coi dieci finalisti. Noi non rientriamo tra i primi dieci, che poi sono quelli che andranno all’Expo, ma nei successivi venti, i quali concorrono per il premio ‘Best on the web’. Il suo vincitore si aggiudicherà un posto nella giuria del concorso dell’anno prossimo. Però, il 3 e il 4 dicembre a Milano ci saremo, come tutti i primi trenta e – cosa importante – tutti avremo la possibilità di esporre il progetto ai finanziatori”.

Qualcuno si è già fatto avanti?
“No, ancora no”.

Vi spaventa l’idea di incontrare persone che a differenza vostra, fanno parte del mondo del lavoro e degli affari? In fondo voi siete ancora sui banchi di scuola?
“Un po’ di timore ce lo abbiamo. Un nostro contatto, una persona esperta che lavora all’ interno del Comune di Roma, ha letto il progetto e ci ha incoraggiate ad andare avanti, perché per realizzarlo non si richiedono grossi finanziamenti. Quindi, se si trovassero i soldi, potrebbe diventare effettivamente realtà. Certo, il problema di un progetto in sé è che un conto e ‘dire’, un altro è ‘fare’. E comunque non credo che – sempre qualora trovassimo i soldi – avremmo problemi di organizzazione nostra  interna, intendo. Sapremmo gestire la cosa. Forse il problema potrebbe verificarsi sotto altri aspetti”.

Quali sono questi aspetti?
“In Italia siamo sempre molto attenti e quasi maniacali sul cibo. L’idea che lo si possa condividere, quando lo stesso è già stato in case altrui…”.

Verrebbe considerato cibo ‘usato’, vuole dire questo. Però quel cibo che uno porta, avrà un’etichetta per la tracciabilità, la scadenza… Come dovrebbe funzionare in concreto?
“Esatto, in realtà ci sarà una persona addetta alla sicurezza, a garantire la qualità dei prodotti. Il problema sarà la tracciabilità. Se lei porta un alimento che effettivamente è buono, ma poi chi lo acquista si sente male, allora lì sorgono dei problemi”.

Come risolverete questo punto cruciale?
“Con la tessera. Una tessera a punti. Funzionerà tipo feedback positivo o negativo. Un sistema che consenta di sapere sempre chi ha comprato cosa e da chi quel dato prodotto è stato portato. Diciamo che ci sono ancora tanti aspetti da sviluppare in concreto. Qui siamo nella fase progettuale”.

Tra le molte difficoltà, sicuramente avrete quella del luogo fisico in cui creare un centro di raccolta.
“A tal proposito abbiamo fatto una ricerca, scoprendo che all’interno di ogni quartiere – parlo ovviamente di Roma - esiste almeno un immobile non utilizzato. Per cui abbiamo pensato, quando si sbloccheranno i vari bandi regionali per il loro riutilizzo, di partecipare, per creare così i nostri centri. In più, dato che avremo bisogno anche di tutta l’attrezzatura per la conservazione del cibo e non solo (frighi, freezer, cucine…), vorremmo fare una convenzione con l’ Ama (l’azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti nella Capitale, ndr) per il riutilizzo di quegli elettrodomestici che magari con un minimo di riparazione possano tornare in funzione”. 

L’idea nel complesso è sicuramente molto interessante. Non ha caso è risultata tra le prime trenta. Al di là delle difficoltà nell’attuazione, contiene però in nuce dell’altro. Svolge in pratica una funzione sociale ben precisa e importante, non è così?
“Infatti. L’idea secondo noi ha vinto anche perché ha un alto valore sociale. Si viene a riscoprire quella condivisione di quartiere che ormai si è persa. Eppure in Italia abbiamo il piacere di mangiare seduti, in compagnia, ma questo avviene ormai sempre e solo nelle nostre case o comunque in luoghi delimitati come i ristoranti. Creare un posto in cui poter scambiare il cibo, a livello di quartiere potrebbe far riscoprire anche l’aspetto sociale. Questo significa creare relazioni più solide tra vicini”.

Ricorda un po’ quel modo di aiutarsi del Dopoguerra, quando la miseria diede vita a un forte mutualismo all’interno del vicinato.
“Esatto. Tante volte non sappiamo nemmeno chi sia il nostro vicino. Siamo totalmente slegati da qualsiasi tipo di rapporto. Questo aspetto del progetto lo abbiamo tenuto in grande considerazione durante la stesura. Siamo così collegati col mondo e tra di noi con la tecnologia, quanto scollegati da chi ci è materialmente vicino”.

Prima accennava ad attività di formazione, corsi di cucina, educazione alimentare…
“Sì, vorremmo creare all’ interno di RelationFood tutta una serie di attività che facciano riferimento al cibo. Parlo di attività rivolte sia ai bambini, spiegando loro cosa è bene mangiare e cosa non lo è; ma vorremmo coinvolgere i giovani, con gli aperitivi urbani; e gli adulti, con corsi di formazione, cucina… Tutto ciò serve per modificare le cattive abitudini alimentari, ai vari livelli. 

“Il profitto è solo un mezzo. Il fine è altro”. La citazione è sua. Ci è parsa interessante. Ci può spiegare meglio cosa intendeva dire?
“Beh, noi con questa faccenda – intendo con la eventuale realizzazione di RelationFood – non ci guadagneremmo tanto. E non è stata fatta per crearci un guadagno. L’idea è nata proprio per risolvere un bisogno reale, attuale, delle persone, sia al livello economico che, come abbiamo appena visto, al livello sociale”.

Tornando al premio ‘Best on the Web’, come siete messe in classifica?
“Per il momento siamo prime. Sul sito del concorso di Barilla si può ancora votare, mettendo un ‘mi piace’ al progetto. Diciamo che stiamo portando avanti una battaglia agguerritissima contro un collega che ha avuto una rimonta molto veloce. Ci siamo messe di impegno tutte e tre e abbiamo fatto opera di stalking (ride, ndr)”.

E se non doveste vincere a Milano?
“Pazienza. Abbiamo comunque raggiunto un traguardo alto. Siamo pur sempre arrivate tra i primi trenta”.

Certo, anche se un progetto sarebbe meglio riuscire a realizzarlo, non trova?
“Sì, anche se, come ho detto prima, siamo state investite da questa cosa all’improvviso, non ce lo aspettavamo. Abbiamo inviato il tutto all’ultimo e ora… eccoci a sperare in qualcosa di concreto. Sa il bello dove sta?”.

No, ce lo dica lei. Dove sta il bello di RelationFood?
“Tutte le persone che lo hanno letto, a parte i complimenti, ci incoraggiano ad andare avanti, anche perché è un’idea che in Italia non esiste. Forse in Europa soltanto in Finlandia c’è qualcosa di simile. Ma là c’è una cultura differente…”

Ok, siete brave, questo è ormai acclarato, ma ci dica: il famoso esame da cui è nato tutto, lo avete passato poi, no? Con quale votazione?
“Sì, sì, lo abbiamo passato, è andato a tutte e tre benissimo! Il professore ci ha fatto grandi complimenti. E anche lui ci sta incoraggiando molto a proseguire con RelationFood”.

Sì, ma il voto?
“30 per tutte e tre”.

Di questo passo a marzo chiuderete la laurea magistrale con la lode. Lei, dopo, cosa vuole fare da grande?
“Non mi voglio proiettare troppo in avanti, non voglio crearmi aspettative molto alte. Per ora il mio obiettivo è concludere l’università al meglio. E poi mi costruirò la mia strada. Strada che mi porterà fuori, all’estero? O mi farà rimanere qui? Non lo so, vedremo. Sono una persona che dà il meglio quando fa una cosa per volta”.

Senta, chiudiamo con un’ultima domanda, ma lei deve provare a sbilanciarsi. Prima ha resistito. Una battuta sulle sue colleghe. Cosa mi dice di Francesca Biondo?
“Romana, laureata in Economia a La Sapienza per la triennale, è molto ‘attiva’, politicamente parlando. Ha una grossissima testa, è molto in gamba”.

Troppo buona, non ci siamo. Proviamo con Martina Iorio.
“Martina è napoletana, anche lei studi di economia alla Federico II, poi è venuta a Roma per cambiare. È piccolina, ma anche lei ha una grandissima energia, una forza che non ti aspetteresti”.

Non c’è proprio modo di farla sbilanciare. L’ultimo tentativo: ci dica allora di lei…
“Sono romana, ho 25 anni, laurea triennale in Cooperazione Internazionale e Sviluppo a La Sapienza, come le altre trasferita per la magistrale a Roma Tre e…”

...Su, lo dica
“Faccio lavoretti che riguardano i bambini, il mondo dell’infanzia. Ho una predilezione per i ‘pupi’”.
Ecco, i ‘pupi’ come dicono a Roma. Eccolo quel tocco di sana genuinità che anche le menti più brillanti, anzi soprattutto quelle, possiedono per cambiare il corso degli eventi. Auguri a Carola, Francesca e Martina.
Per votare il progetto basta cliccare sul seguente link.



Protocollo di Milano
Si tratta di un documento incentrato sull' alimentazione sostenibile. Sottoscritto da multinazionali, istituzioni, privati cittadini. Tra i suoi firmatari, ricordiamo Guido Barilla, presidente proprio della fondazione BCFN, oltre che della multinazionale alimentare e promotore del protocollo; il sindaco di Parma, Pizzarotti; il ministero per le Politiche Agricole; il WWF; Eataly; Carlo Petrini, presidente di Slow Food, che punta l'accento sui giovani "che devono essere i primi attori di questo protocollo, per lasciare un sedimento politico e programmatico anche oltre l' Expo 2015". La sfida del protocollo, infatti, ha nella data dell' Expo di Milano la sua vetrina più importante, per discutere di agricoltura sostenibile, ridurre le coltivazioni destinate alla produzione di biocarburanti (si stimano altri 40 milioni di ettari di terreni da destinarsi ai biocarburanti, entro il 2020) e affrontare anche la discussione sull' educazione alimentare, gli stili di vita sana per evitare gli enormi sprechi di cibo (1,3 miliardi di tonnellate all'anno, secondo i documenti del protocollo). I temi su cui si concentra sono infatti i seguenti: "Fame zero e stili di vita sani", "Diffondere l'agricoltura sostenibile", "Fermare lo spreco alimentare". L'appuntamento è dunque per il 2015, al dibattito su "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita".


Periodico Italiano Magazine - Direttore responsabile Vittorio Lussana.
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