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18 Giugno 2019

Bobo Craxi: "Il 'nazionalismo di ritorno' spinge verso la rissa permanente"

di Lorenza Morello
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Bobo Craxi: "Il 'nazionalismo di ritorno' spinge verso la rissa permanente"

Per l'ex sottosegretario agli Affari Esteri, l'ondata populista non è una novità: sia la fase 'berlusconiana', sia quella 'renziana' avevano già dimostrato una ricerca ossessiva di consensi plebiscitari, che ha finito col sospingere il Paese verso la conflittualità

Bobo Craxi, ex sottosegretario di Stato agli Affari Esteri, è un testimone importante della nostra vita pubblica. Egli è uno di quegl esponenti politici che ha attraversato sia la prima, sia la seconda Repubblica. E, ovviamente, i suoi giudizi nei confronti dell’attuale condizione italiana non sono molto ‘teneri’. All’inizio dell’estate appena trascorsa ha dato alle stampe un suo nuovo libro, intitolato ‘Lettere da Barcellona’ (edito da Biblion international), in cui ha raccontato da osservatore esterno i fatti catalani dello scorso anno, relativi al referendum indipendentista del 1° ottobre 2017. Lo abbiamo incontrato per chiedergli una sua prima impressione sull’Italia della terza Repubblica e sullo scontro ormai esploso in tutta Europa tra le cosiddette ‘forze sovraniste’ e quelle ‘europeiste’. E anche per avere da lui un primo sintetico giudizio su questo esperimento del nuovo Governo ‘giallo-verde’, composto dalla ‘strana alleanza’ tra Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini.

Bobo Craxi, è ancora presto per fare un primo bilancio del nuovo Governo ‘giallo-verde’?

“I bilanci sono ancora prematuri. Ma alcuni giudizi generali si possono esprimere: un misto d’improvvisazione e di arroganza. Qualcosa in cui convivono Governo e opposizione, tutto e il suo contrario: l’anti-europeismo e la condivisione dell’euro; la lotta alla povertà e l’indulgenza per l’evasione fiscale; la decrescita felice e l’assalto agli stranieri; ‘uno vale uno’ e nessuno che vale nulla, perché questo Governo è una specie di diarchia con la ‘foglia di fico’ della ‘triade’ presentabile all’esterno (Conte-Moavero-Tria), regolarmente surclassata da Craxi_cover_4.jpgannunci roboanti e ritirate strategiche. Però, diamo tempo al tempo: governare non è una passeggiata per nessuno. E chi si è improvvisato governante, lo doveva mettere nel conto”.

In sostanza, si tratta di un esecutivo di compromesso, dunque politicamente contraddittorio?
“A essere sincero, le due forze si amalgamano bene, perché entrambe sono di segno populista e ‘antisistema’: sono gli interessi che difendono a essere diversi, innanzitutto sotto il profilo territoriale. Non vi è contraddizione in una coalizione che, per sopravvivere, deve azionare una dialettica. Anzi, quest’ultima ne definisce un certo pluralismo. Il problema nasce, invece, quando gli orizzonti che si sono dati cercano di delineare il cambiamento della realtà. Ed è a quel punto che ‘casca l’asino’: non puoi pensare di scambiare i tuoi desideri con la realtà. Se ne accorgeranno presto, dopo aver incassato i giudizi negativi del consesso internazionale in cui noi siamo immersi. E anche i provvidimenti di Governo annegheranno nell’inconcludenza, nelle contraddizioni e nella loro stessa inapplicabilità”.

Qual è, secondo lei, il ministro che si è mosso meglio nel nuovo Governo ‘pentaleghista’? E quale il peggiore?

“Posto, naturalmente, che faccio fatica a esprimere un qualsivoglia giudizio positivo, è chiaro che, sul piano strettamente tecnico, Matteo Salvini mi è sembrato l’uomo politico più ‘centrato’. Ha fatto tesoro della sua posizione indispensabile e si è rapidamente trasformato da azionista di minoranza nel vero ‘motore politico’ della coalizione. Ha cavalcato tutti i temi dell’agenda. E lo ha fatto con un piglio decisionista e provocatorio. D’altronde, non poteva che esprimere tutto ciò che è stata la Lega in questi anni: un movimento che nasceva dalla protesta fiscale e territoriale che si è trovata, di fatto e per oltre un ventennio, a partecipare ai governi del Paese. Salvini è un degno erede di quella stagione. Dopodiché, al contempo egli è anche il peggiore, poiché dietro la patina del ‘giovanotto di buonsenso’ si nasconde una irreprensibile vocazione autoritaria, con tratti umani di preoccupante ‘sadismo’. Né più e né meno quello che in questo momento rappresenta, nel lontano Brasile, l’ex militare Bolsonaro. Salvini è più ‘casareccio’, ma l’impulso è il medesimo. Prima ce ne liberiamo e meglio è per tutti”.

E la sinistra? Cosa dovrebbe fare? Cercare un dialogo con il Movimento 5 stelle, oppure autosegregarsi all’opposizione?
“Io non credo alla duttilità parlamentare, in questa fase, o nella capacità di cogliere nei Partiti di Governo delle sponde efficaci. E sono per un’opposizione politica netta. Detto questo, il primo punto diviene l’autocritica, che tutte le sinistre socialdemocratiche europee debbono ormai affrontare con serietà. L’aumento della povertà nel nostro continente è avvenuto anche con il concorso delle socialdemocrazie. E l’austerità è stata predicata e praticata, in parte, anche dai socialdemocratici tedeschi. Abbiamo accettato e sviluppato l’idea di una società di mercato e rincorso un’economia ‘sociale’ di mercato. Allo stato, siamo stati travolti. E chi ha raccolto la sfida dell’indignazione è stata l’area protezionista e sovranista. Questo è un dato con il quale è necessario fare i conti. Se verranno modificati non tanto i trattati in sé, ma la loro applicazione in Europa e se si scivolerà verso l’uscita dalle politiche di austerità a tutti i costi, il merito politico sarà di questa ‘sbrindellata’ compagnia. E’ bene saperlo e prepararsi a una nuova fase, in cui non dobbiamo commettere gli stessi errori”.

La posizione del Psi: quale ruolo può o dovrebbe svolgere, in un centro-sinistra rinnovato?
“Intanto, vedo che si va verso un congresso che, mi auguro, sia di riflessione e di rinnovamento. Noi abbiamo espresso la volontà di esserci. E io mi sto impegnando, incontrando molti compagni in giro per l’Italia e reinvitandoli a tornare nel Psi: la forza più antica della sinistra democratica. Dobbiamo traguardare i prossimi cinque anni; concorrere a una prima prova di riscossa della sinistra italiana già alle prossime elezioni europee; riorganizzare, anche con strumenti moderni, la nostra presenza nella società, attraverso i legami con le reti associative, i sindacati, le liste civiche, i movimenti di opinione territoriali e sulla rete web. Dobbiamo, insomma, riscoprire la nostra Storia, anche quella più recente. Così facendo, capiremo meglio e fino in fondo perché i socialisti, negli anni ’90 del secolo scorso, sono stati tolti di mezzo. In questi ultimi anni, quando si è sollecitata la necessità di riscoprire quella Storia, gli attuali vertici del Psi sostenevano che fosse necessario parlare solo del futuro. Ma a furia di parlare del futuro, senza alcun legame con il passato, sono rimasti soli”.

Gli esiti elettorali più recenti, come per esempio quello svedese, ma anche quelli ‘bavaresi’, hanno dimostrato che, in effetti, c’è una minoranza protestataria di destra molto forte e ‘rumorosa’, ma non in grado di ‘sfondare’ il grosso dell’elettorato europeista? E’ una diagnosi ottimista? Si rischia la sottovalutazione del fenomeno?
“Niente affatto: il destino dell’Unione europea passa anche attraverso la capacità di recuperare questo consenso perduto. E non c’è dubbio che i conservatori stiano giocando la ‘doppia carta’ dell’austerità e della protesta. Non è un caso che, in questi anni, siano stati i liberisti di destra a governare l’Europa e, oggi, si ritrovano di fronte a un’insurrezione sovranista pressoché in ogni Paese. Le paure, naturalmente, fabbricano gli estremismi peggiori, i risentimenti verso l’establishment e la xenofobia verso la popolazione migrante, che affolla l’intero continente. E’ chiaro che ci troviamo innanzi a un ‘mix’ micidiale, che sta già producendo gli effetti peggiori. Ora si tratta di rilanciare il progetto europeo, riqualificandolo. Non c’è bisogno di ‘più Europa’, ma di un’Europa meglio organizzata, che applichi diversamente il principio di sussidiarietà. E’ uno sforzo difficile, ma è evidente che bisogna superare lo ‘status quo’ andando avanti e cambiando, non retrocedendo”.

Luigi Di Maio continua a minacciare terremoti elettorali alle prossime elezioni europee: è una tattica propagandistica, oppure possiede dati e sondaggi che confortano questa sua previsione?
“Non saprei. In genere, sono sconcertato di fronte a questi ‘personaggetti’ prodotti dalla politica di Beppe Grillo. Il Movimento 5 stelle ha scosso l’albero e ha raccolto alcuni frutti, ma non è in grado di soddisfare nessuno dei suoi presupposti. Ovvero: il fatto che la capacità di denuncia dei problemi non necessariamente si trasforma nella dote di saperli risolvere. Ciò genererà, a lungo andare, frustrazione e delusione: mantenersi capaci di svolgere un ruolo di opposizione abitando il ‘palazzo’ non è affatto semplice”.

Ma quest’ondata populista si sgonfierà, prima o poi?
“Io credo che essa perderà d’intensità quando, anche dall’altra parte dell’Atlantico, il ‘trumpismo’ attenuerà la sua forza. E’ un’onda che si può arretrare anche dalle nostre parti, ma solo se si coglie l’elemento essenziale. E cioè che dentro a quest’onda c’è una richiesta di cambiamento insoddisfatto, che vede sul banco degli imputati la ‘coda’ della prima Repubblica e la cosiddetta seconda Repubblica in tutti i suoi anni di svolgimento. D’altronde, non è stato populismo anche l’azione governativa di Berlusconi e dello stesso Renzi? Entrambi hanno tentato di dare una ‘spallata’ al sistema politico, cercando una via politica accentratrice, per non dire autoritaria. Questo modo di procedere ha determinato e ha finito con l’accelerare la crisi di sistema di fronte alla quale ci siamo trovati. D’altronde, l’esigenza ‘riformista’, che fu un caposaldo dei socialisti, s’infranse innanzi al muro della conservazione, il quale finì con l’inghiottire anche noi, che alla fine fummo puniti per le degenerazioni di un sistema cronicamente bloccato. Lega e Cinquestelle non si somigliano, perché i secondi, con i loro metodi e modi sbrigativi ed elitari, puntano al superamento dello ‘status quo’ attraverso una democrazia deliberativa, che di fatto sopprimerebbe gli istituti di garanzia parlamentare. La Lega, invece, è un Partito ‘camaleontico’, che adegua le sue tattiche alle condizioni del momento. E’ quella che meglio interpreta la ‘furbizia’ del suo doppio ruolo di forza di governo e di opposizione. Non vedo rischi di regime, poiché non ravviso un impianto ideologico che lo sorregga. Tuttavia, il ‘nazionalismo di ritorno’ è pericoloso, perché spinge inevitabilmente alla rissa permanente e, quindi, al conflitto”.

Cosa sta accadendo, attualmente, in Catalogna? Si sta riaccendendo la questione indipendentista?
“Certamente, la causa indipendentista si è indebolita per la reazione dello Stato spagnolo. Ma non ha perso vitalità, né tenacia. Il processo sta facendo i conti col realismo, ma continua ad avere dalla sua un importante sostegno popolare. Esso non è maggioritario, ma la sua intensità detta la agenda della politica catalana, destabilizzando quella spagnola, che anche sul piano parlamentare dipende dai voti degli indipendentisti. Quello che è accaduto in questi mesi è una situazione che ha vissuto sulla corda fra grandi momenti di tensione e frattura sociale, con qualche tentativo di riaprire un dialogo politico”.

Come si sta comportando, secondo lei, il nuovo governo socialista spagnolo, sia in generale, sia nel merito della questione catalana?
“Di certo, l’approccio del Psoe a questa vicenda è stato meno aggressivo e meno ottuso di quello di Rajoy. Quello che, al momento, ancora non si vede è l’incardinamento di un progetto che tenda non solo a superare il muro dell’incomunicabilità, come è stato fatto, ma che punti anche a superare lo ‘status quo’ con una proposta da sottoporre al voto democratico. D’altronde, pur scartando la via unilaterale dell’indipendenza, è necessario cogliere il significato politico di un’insurrezione democratica che dura da dieci anni e che non ha perso d’intensità. Sanchez propone un ‘autogoverno’ per la Catalogna e un incremento sostanziale del suo finanziamento, senza rompere l’unità del Paese. Timidamente, c’è chi avanza, per l’avvenire, anche una nuova riforma costituzionale, che possa trasformare la Spagna in una federazione. Gli indipendentisti chiedono un referendum sull’auto-determinazione concordato, pur rivendicando la validità di quello tenuto il 1 ottobre dell’anno scorso, finito con la repressione e gli arresti di quasi tutto il Governo catalano. Le distanze, dunque, non si sono colmate. Dal mio canto, però, ho notato un principio di realismo che sta tentando di attenuare quel clima di scontro permanente che aveva persino fatto temere il peggio. Alle viste, ci sono le elezioni comunali di Barcellona e, naturalmente, le europee. Questo passaggio, seppur non decisivo, ci aiuterà a comprendere se la situazione è rimasta in uno stallo immutato, o se vi sia qualche sensibile cambiamento di orizzonte e di opinione fra le forze in campo, fra i Partiti di governo e di opposizione spagnoli e negli equilibri fra le forze che compongono il fronte indipendentista. Il quale è unito, ma al contempo diviso, per la conquista della testa del movimento”.

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NELLA FOTO: BOBO CRAXI DURANTE UN DIBATTITO TELEVISIVO

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