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30 Novembre 2022

Fabrizio Venerandi: "La rivoluzione del linguaggio digitale è inarrestabile"

di Pietro Pisano
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Fabrizio Venerandi: "La rivoluzione del linguaggio digitale è inarrestabile"

Abbiamo voluto incontrare lo scrittore genovese per parlare del suo ultimo romanzo di fantascienza, 'Il meccanismo della Forchincastro' per i tipi di Delos Digital: una novità editoriale assolutamente degna di essere segnalata per lo stile assolutamente brillante e originale di questo autore

Narratore, poeta, performer, programmatore e autore di svariate opere di ‘Interactive Fiction’ (avventure videoludiche testuali, ma anche romanzi interattivi su supporto digitale). Classificare Fabrizio Venerandi come semplice scrittore è decisamente riduttivo. Nel 2021 ha pubblicato, presso i tipi di Delos Digital, il suo ultimo romanzo, dal titolo ‘Il meccanismo della Forchincastro’, un testo narrativo di fantascienza distopica, sorretto da uno stile di scrittura preciso e versatile: l’autore spazia con disinvoltura da un registro colloquiale a quello filosofico, per poi arrivare a certe ‘stilettate satiriche’ sempre ben innestate nella struttura del romanzo. A stravolgere le modalità del vivere sociale di questo universo narrativo è stata una misteriosa malattia, a cui fa seguito l’instaurarsi di un regime, per mezzo di quello che viene chiamato il ‘Comitato’, il cui braccio militare si occupa del contenimento della pandemia mediante la soppressione dei malati e l’estrazione della loro ghiandola pineale. E’ un testo narrativo molto ben riuscito, questo di Venerandi, che vuole sabotare i meccanismi del romanzo di fantascienza, in controtendenza rispetto ai romanzi di consumo tutta-trama. ‘Niente di personale’, altro lavoro pubblicato dall’autore nel 2021 presso Argo, è anch’esso in qualche modo un’operazione di sabotaggio, ma in questo caso l’attacco, ancora più radicale, è rivolto contro l’egemonia lirica della poesia contemporanea. I testi della prima parte della raccolta su cui ha lavorato Venerandi non sono, infatti, poesie liriche, bensì composizioni create attraverso il montaggio di materiali ‘trovati’ in rete: spam, messaggi d’errore, ads e ricerche di Google. A questa parte segue anche la ‘Divina Commedia’, ma riassemblata in ordine alfabetico. Lo abbiamo intervistato per avere un suo parere riguardo allo stato di salute dell’Interactive Fiction, di cui è uno dei massimi esperti in Italia.

Fabil_meccanismo_della_forchincastro.jpgrizio Venerandi, il tuo ultimo romanzo ‘Il meccanismo della Forchincastro’ (Delos Digital) attinge a un immaginario fantascientifico a cavallo tra horror e distopia, quasi a rappresentare una metafora della nostra società e della situazione politica contemporanea: puoi dirci qualcosa sul ruolo del ‘Comitato’ all’interno dell’universo narrativo del libro, cosa esso rappresenta e da quali idee è nato il progetto per questa scrittura?
“Il progetto è nato nel 1997, quando ho iniziato a scrivere le prime parti del romanzo. L'idea era quella di scrivere un romanzo di fantascienza che rompesse alcune regole dei romanzi di genere. Il Comitato è un’organizzazione che - nella fiction - detiene il potere politico in Italia durante una pandemia che sta distruggendo il mondo. Rappresenta lo Stato in maniera dittatoriale e fragile nello stesso tempo. Il Comitato è al di sopra di tutto, ma il suo potere è rozzo, fatto di apparati burocratici in conflitto fra loro, figlio di una logica di privilegi e di spartizione del potere. Il protagonista appartiene al braccio militare del Comitato: è un piccolo fascista egoista, che come unico fine ha la propria sopravvivenza. Ma non è un personaggio cattivo: egli è la naturale conseguenza del mondo in cui vive. Quello che volevo fare era rappresentare un futuro che non vuole andare avanti, inchiodato alla società dei primi anni ‘90 del secolo scorso. La società che descrivo è quella contemporanea, questo è vero. Ma nel corso dei decenni in cui ho lavorato alle diverse stesure è diventata quasi una parodia. Il mondo va verso la distruzione e verso un cambiamento radicale della propria struttura, delle relazioni degli oggetti e delle persone, ma la società procede per ‘rapportini’, riunioni organizzative, piccole resistenze, istanze sindacali”.

Cosa puoi dirci dell’orribile malattia che ha colpito la popolazione di questa società distopica?
“In realtà non è una malattia, ma una mutazione. Durante la creazione dell'universo gli oggetti erano stati creati attraverso la relazione di altri oggetti. Ogni cosa sensibile è una sintesi di elementi primordiali, che precedono in alcuni casi la nascita dell'uomo. La perdita di questa sintesi, quella che inizialmente il Comitato scambia per una malattia, fa esplodere il mondo sensibile in forme primitive, che cercano di creare nuove sintesi, più adatte ai nuovi tempi e quindi nuove forme dell'essere umano: una cosa un po' hegeliana. Il protagonista viene colpito da questa mutazione, non la riconosce ma poi la accetta e riesce a sbocciare, a trasformarsi in questo nuovo tipo di essere, che ricorda un po' un insetto carnivoro che si nutre della propria carne, divorando i prodotti della sua ovulazione. Tutto il mondo sensibile è in preda a questa trasformazione: il lettore ne vede solo un breve frammento temporale e locale”.

Confesso che alcune parti del romanzo mi hanno ricordato le atmosfere della filmografia di David Croneberg: che rapporto hai con il cinema? Ci sono registi e film a cui sei più legato o che hanno influenzato la tua formazione?
“Immagino di sì. Quando scrivevo questo romanzo, nella mia testa immaginavo le scene per poterle descrivere: è come se la lingua che ho dentro la testa facesse anche una piccola regia personale per aiutarmi a scrivere. Amo molto il cinema: l'ho anche studiato, nel periodo dell'università. Mi piace, in particolare, il cinema sperimentale e ho sempre avuto una passione per quello onirico e surreale. Non saprei trovare dei referenti cinematografici immediati per le ‘forchincastro’. Ma certe atmosfere ‘kafkiane’ possono avere un legame con il ‘Processo di Welles’, il linguaggio cinematograficamente asciutto e barocco nello stesso tempo. Così anche ‘THX 1138’ di Lucas potrebbe tranquillamente essere in linea con la società del romanzo, anche se linguaggio e tematiche sono completamente diverse. Anche Cronenberg è un riferimento corretto, per l'idea della mutazione della carne. E anche David Lynch”.

Il ‘meccanismo della Forchincastro’ nella sua raffinata e precisa scrittura appare un buon esempio di resistenza contro l’egemonia del romanzo tutto-trama: come giudichi, invece, la sempre più frequente sciatteria stilistica dei romanzi, spesso assecondata proprio in funzione di una trasposizione cinematografica e televisiva delle opere?
“Uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere le ‘forchincastro’ è stato quello di scrivere un romanzo di fantascienza che non fosse di genere. Io ho amato molto la fantascienza, da ragazzino. Ho letto centinaia e centinaia di romanzi e racconti, finché non mi sono accorto che stavo leggendo ‘solo’ fantascienza. Mi sono sforzato, allora e ho iniziato a leggere altre opere di letteratura, inizialmente con grossa difficoltà, poi con sempre più soddisfazione. È stato come uscire da uno stanzino e rendermi conto che esisteva un universo. A quel punto, non sono più riuscito a rientrare nello stanzino. Nel momento che ero arrivato a leggere cose davvero sperimentali e ‘borderline’ della narrativa, non riuscivo più a digerire certi meccanismi ‘precofenzionati’ della fantascienza di genere. Le ‘forchincastro’ nasce proprio come idea di sabotaggio di questi meccanismi del romanzo di fantascienza. Quindi, ci sono inseguimenti dove gli inseguitori spariscono nel nulla; complotti che nessuno ha intenzione di portare a termine; colpi di scena che non servono a nulla; intere sezioni del romanzo che non portano avanti la trama di una virgola. I due elementi più importanti del romanzo, il protagonista e le forchincastro, non sono mai descritti: non sappiamo come sono fatti. È un romanzo di fantascienza completamente sbagliato, dal punto di vista del facile compiacimento del lettore. Mente al protagonista, quindi al lettore. E, soprattutto, non spiega: non ci sono ‘spiegoni’ didascalici. Molti romanzi di fantascienza contemporanea sono, per me, illeggibili. Sembra di leggere la sbobinatura di una web-fiction di Netflix. Capitoli brevissimi, descrizioni cinematografiche, dialoghi da serie tv: non riesco a entrarci. Ma non è, secondo me, un fenomeno recente: è più una declinazione contemporanea di un problema che la fantascienza si porta dietro da decenni. Una serializzazione del suo immaginario: una ‘omogenizzazione’ che, per qualcosa di vitale come la fantascienza, significa la morte”.

Nel 202
niente_di_personale.jpg1 è uscito un altro tuo libro, ‘Niente di personale’ (Argolibri Edizioni), che tu hai definito “una raccolta di poesie che non ho mai scritto”: come sei arrivato a questa operazione e perché? Esiste una continuità tra il Fabrizio Venerandi narratore e il Fabrizio Venerandi poeta?
“Si tratta di un esempio di ‘uncreative writing’: una modalità di scrittura fatta esclusivamente di materiali preesistenti. In questo caso, ho preso testi che nascono per non rimanere, come spam, errori di sistema, ads, ricerche di Google e li ho assemblati come poesie. Il risultato è un testo in cui il significato originario si deforma, si decontestualizza, diventa materiale poetico nella sua accezione più vasta. Alla fine, c'è anche tutta la ‘Divina commedia’, ma riassemblata in ordine alfabetico. C'è l'amore per l'algoritmo, per le forme primitive della scrittura. Il Venerandi poeta e quello scrittore hanno molti punti di incontro. Non sono un grande lirico: la mia poesia è molto materiale. Ma penso anche alle mie opere digitali, come ‘Poesie Elettroniche’ (Quintadicopertina): un e-book di letteratura elettronica che ho pubblicato nel 2016, dove i versi danno vita a poesie che cambiano nel tempo, reagiscono al tocco del lettore, si muovono nello spazio. ‘Mens contro il regno di Axum’ (Quintadicopertina) era, invece, un hypertext fiction, dove un racconto fantasy ‘a bivi’, lentamente diventa un viaggio all'interno della memoria e delle sofferenze dello scrittore che - in crisi - ha deciso di abbandonare la fiction. Per me, sono parte di un discorso piuttosto compatto, che porto avanti”.

Sei uno dei massimi esperti di e-book e narrativa interattiva in Italia, tanto che, nel 2010, hai fondato insieme a Maria Cecilia Averame la casa editrice Quintadicopertina, che esplora le possibilità di testi di narrativa non lineare nella letteratura digitale: cosa ne pensi dell’attuale panorama italiano e internazionale? Come si sta evolvendo l’Interactive Fiction?

“Credo che l'editoria digitale abbia rimandato a data da destinarsi una grande occasione: c'è stata, per qualche anno, la possibilità che l'e-book desse vita a una nuova forma di letteratura che coniugasse il meglio degli strumenti tradizionali con quelli digitali, all'interno di un ecosistema strutturato per facilitare la creazione, la diffusione e la promozione di contenuti radicalmente nuovi; che il libro digitale fosse il naturale contenitore per opere di letteratura elettronica. Così non è stato. Per tanti motivi: pigrizia editoriale, inadeguatezza degli autori, fortissimi monopoli distributivi, formati inadeguati, supporti maldestri, miopia e ignoranza dei lettori. Ogni attore della filiera editoriale ha fatto del suo meglio per sabotare la rivoluzione: capita. Detto questo, la rivoluzione del linguaggio digitale è inarrestabile: se i libri elettronici hanno scelto di essere semplici copie del libro di carta, l'innovazione cambierà strada e prenderà altri percorsi. Penso che, oggi, la narrazione digitale stia, per esempio, rivoluzionando il mondo del videogioco. Il ‘videogame’ sta producendo cose incredibili, dal punto di vista del linguaggio e delle tematiche affrontate. Sta ponendo le basi di un nuova estetica artistica e contenutistica, svincolandosi dall'intrattenimento fine a se stesso. E anche gli italiani stanno producendo cose molto interessanti: oltre ai prodotti di ‘Molleindustria’, penso a due cose ‘minori’, ma molto consapevoli, del panorama internazionale, come ‘Wheels of Aurelia’ di Santa Ragione o ‘Still There’ di GhostShark. Ma questi sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero fare”.

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NELLA FOTO QUI SOPRA: LO SCRITTORE GENOVESE, FABRIZIO VENERANDI

AL CENTRO: LE COPERTINE DELLE SUE OPERE PIU' RECENTI

IN APERTURA: L'AUTORE IN UNO SCATTO IN BIANCO E NERO


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