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19 Novembre 2019

"Indago le emozioni dei miei personaggi"

di Rosanna Maria Santoro
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"Indago le emozioni dei miei personaggi"

Franco Forte si definisce un professionista della scrittura ma nei suoi lavori, dai romanzi alle finction televisive, c’è molto di più: un concentrato di esperienze nel mondo della comunicazione e la passione ‘ossessione’ per la narrazione.

Un indagatore dell’animo umano, o semplicemente un esperto di scrittura? L’uno e l’altro. Franco Forte, autore Mondadori, protagonista di questa intervista, è lo scrittore che mi ha lasciato scrutare tra le sue carte, rendendomi partecipe di una mole  di  lavoro, e dei giusti  dettagli, che si palesano  nei suoi testi anche all’occhio meno attento. Infatti, balza subito all’attenzione del lettore come vero e verosimile, nelle sue storie, siano allacciati da un filo sottilissimo e appena percettibile. Trame  sapientemente articolate, con un itinerario storico seguito con dovizia di particolari che si mesce intelligentemente alla sua creatività, senza tralasciare una costruzione attenta del personaggio,valutata in base ad giusta dose di sentimenti . Riduttiva la mia descrizione. Meglio sarebbe, andare a leggere i suoi libri.

Chi è Franco Forte? Un giornalista professionista, uno scrittore, uno sceneggiatore, un editore, un consulente editoriale o un traduttore? Se lei è tutto questo, non ha avuto difficoltà a distingue re la cosa che le piace fare dalla cosa che le riesce meglio? O tutto quello che lei è deve tener conto del mercato editoriale?
"Io sono, banalm
ente, quello che si dice un professionista della scrittura, cioè qualcuno che sulla scrittura ci ha impostato una carriera professionale, sia come autore (con tutte le declinazioni succitate) sia come editore, nella veste di direttore editoriale di una piccola ma molto attiva casa editrice, Delos Books, che pubblica con grande successo i romanzi di vampiri di Charlaine Harris e Tania Huff, tanto per fare un esempio. Le mie attività quindi si intersecano fra loro e si alimentano le une delle altre, perché per essere buoni traduttori bisogna essere bravi scrittori, prima di tutto, e per lavorare per cinema e TV occorre avere la padronanza delle tecniche di scrittura e il dono della sintesi giornalistica. Quindi non solo non ho mai avuto difficoltà a distinguere le mie attività professionali, ma anzi le ho usate tutte per alimentare di volta in volta le caratteristiche peculiari delmio mestiere, lasciando che l’esperienza maturata negli anni contribuisse ad amalgamare il tutto in uno standard professionale che mi consente di muovermi agevolmente su più fronti".


Da quello che si legge su di lei, sino a che non è approdato al suo primo romanzo nel 1990, Gli eretici di Zlatos con l’Editrice Nord, si è costruito 'pezzo pezzo', direi io, con numerosi racconti e romanzi brevi pubblicati e concorsi nazionali a cui aveva partecipato. Perciò non si è mai improvvisato scrittore, desiderando questa strada con tutto se stesso. E allora che valore ha avuto la ricerca di una trama che lo portasse a non essere più uno fra tanti, ma u
no tra pochi?

"La scrittura, per me, è sempre stata un’ossessione, e quando si insegue un’ossessione si combatte senza temere per le conseguenze. È così che, proprio l’anno in cui ho pubblicato Gli eretici di Zlatos, mi sono licenziato da un ambitissimo posto di ingegnere (che poi è la mia formazione scolastica) e direttore tecnico in una grande azienda, e non ho mai avuto alcun rimpianto per questo. Il passo successivo è quello che accomuna qualsiasi scrittore professionista: distinguersi dalla massa per diventare una figura di riferimento per un gruppo più o meno ampio di lettori. Su questo ho lavorato parecchio e continuo a farlo tutt’ora, perché questo “gruppo di lettori” non deve mai cessare di espandersi, pena l’oblio per qualsiasi scrittore".


La collaborazione con RIS, Distretto di Polizia, Intelligence  e le con numerose serie televisive che ruolo hanno nella sua produzione letteraria?
"È mestiere, ma anche un concentrato di esperienze che mi sono servite nella produzione dei miei romanzi. Quando si scrive una fiction bisogna avere una grande padronanza dei dialoghi, per esempio, e dei tempi di scrittura, del ritmo della storia, della caratterizzazione dei personaggi. Questo contribuisce a far crescere un autore da molti punti di vista, e se è vero che arrivare alla TV e al cinema passando dai romanzi è più facile, è altrettanto vero che il mondo delle sceneggiature e dei concept televisivi può servire anche agli scrittori più smaliziati per affinare le proprie tecniche e continuare a migliorarsi".

Partiamo da La stre
tta del pitone, Gengis Khan, China Killer. Vediamo come in questi romanzi affiora il suo interesse verso la Cina, sino ad approdare a un romanzo più recente: La compagnia della morte, edito da Mondadori, dove personaggio simbolo di un momento cruciale della storia italiana è Alberto da Giussano, e un significativo 'carroccio' che aveva ben altri significati, naturalmente slegati da quello politico. Sembra che lei abbia una predilezione, non soltanto per un  periodo storico, ma per la storia in genere. Come nasce e come si evolve questa sua passione chesi arricchisce di romanzo in romanzo?

"In realtà quelli citati sono tutti casi 'isolati' e a sé stanti. La stretta del pitone è un thriller piuttosto “canonico”, una storia con un serial killer che ha momenti ambientati in Cina solo per costruire ambientazioni esotiche e interessanti; China Killer è un noir duro e difficilmente classificabile, perché travalica il genere e gli schemi convenzionali, e tratta il mondo della malavita cinese a Milano con piglio cronistico, affondando in un mondo sommerso che nel 2000, quando uscì il libro, non era molto conosciuto. Gengis Khan, invece, e La compagnia della morte, sono la trasformazione in romanzi di passioni che ho coltivano fin da ragazzo: il guerriero mongolo perché sono sempre stato affascinato da questo guerriero che ha conquistato il più grande impero della storia, e Alberto da Giussano, il carroccio e la battaglia di Legnano perché sono luoghi, date e argomenti che hanno accompagnato la mia gioventù, avendo una madre nativa di quelle parti e avendo avuto il mito della battaglia di Legnano come esempio della lotta di un popolo per la libertà. E questo ho voluto fare con il romanzo: parlare di un’epoca, di personaggi e di avvenimenti nel loro contesto storico, senza grezzi richiami alla politica d’oggi, anzi, con la speranza che questi avvenimenti importanti potessero trovare dignità propria e tutto il loro pieno valore proprio al di là dei simboli della politica moderna".

Arriviamo alla su
a ultima creazione: I bastioni del coraggio. Ancora un romanzo storico. Perché ancora questa scelta? E a che genere di pubblico pensa possa piacere o può essere proposto?

"Quando mi chiedono che romanzo sia I bastioni del coraggio, io rispondo così: si tratta di un I pilastri della terra (il romanzo storico pubblicato nel 1989 da Ken Follett – ndr –) ambientato nella Milano del 1500, coBastionidelcoraggio.jpgn lo spettro della fame, della peste e dell’Inquisizione che incombe su tutto. In realtà è questo e molto di più, ma soprattutto è una storia che credo non abbia tempo, nonostante la sua precisa collocazione storica (e un accurato lavoro di ricostruzione della Milano della metà del 1500), che coinvolge i personaggi nella difficile e amara lotta per la sopravvivenza e per la conquista della dignità personale, in un mondo in cui la prevaricazione dei potenti è all’ordine del giorno. Un romanzo che credo adatto a tutti, uomini e donne, perché parla il linguaggio universale dei sentimenti e dei rapporti umani. Credo però che potrebbe essere un libro molto apprezzato dal pubblico femminile (un po’ come è successo per I pilastri della terra), perchécontrariamente agli altri miei romanzi storici non contiene battaglie e scene di guerra, ma solo l’aspro confronto-scontro fra persone che hanno avuto la sventura di vivere in uno dei periodi più difficili della nostra storia. A questo proposito, e un po’ a conferma di quanto sto dicendo, vorrei riportare le parole di una bravissima autrice di romance, Mariangela Camocardi, che ha avuto la possibilità di leggere in anteprima il libro: Sono riluttante ad arrivare all'ultimo capitolo tanto la lettura del libro mi ha coinvolto totalmente, e non voglio abbandonarla. Mi sembra quasi di interagire con i personaggi che ti entrano dentro, come Anita e il fratellino Sebastiano, o il perfido Ludovico de Valois. Pagina dopo pagina sei lì con loro, consapevole dello scenario cinquecentesco impeccabile, catturata da una storia emotivamente trascinante. Io credo che questo libro piacerà a lettori e lettrici in misura maggiore di quello che perfino il suo autore immagina, e piacerà soprattutto a chi ama il romance. Si percepisce uno scrittore molto esigente verso se stesso, nello sviluppo di una narrazione mai banale ma, soprattutto, confacente all'epoca in cui si svolge”.


La sua partecipazione ai workshop di scrittura creativa romance che si terranno  a Roma il 30 e il 31 ottobre, in cui lei sarà uno dei docenti, come si colloca? È nelle sue intenzioni aprirsi anche a un pubblico come quello del romance, visto che come ben sappiamo è un mercato che difficilmente subisce crisi?
"In realtà, fra le tante cose che ho scritto in passato ci sono anche moltissimi racconti e romanzi brevi 'rosa', pubblicati sulle principali riviste femminili italiane con lo pseudonimo di Claretta Bellisari. Ho quindi una certa esperienza nel genere. E ho scritto anche per diverse soap importanti, il
che non mi porta certo a essere un esperto di romance, ma insomma qualcosa da dire credo di averlo, soprattutto riguardo la scrittura televisiva. Ecco quindi il motivo della mia presenza a Roma. Per il resto, no, non credo che affronterò mai il romance con il piglio di chi ha una vera passione per questo genere letterario, che secondo me meriterebbe una più vasta dignità critica, almeno paragonabile al grande successo riscontrato nelle vendite. Certo, però, credo che la scrittura di storie rosa mi sia servita molto per imparare a gestire i rapporti fra i personaggi, i loro sentimenti e tutte quelle emozioni che rendono più veri e umani i protagonisti di un libro. Per questo le storie d’amore che percorrono i miei romanzi non sono solo escamotage narrativi per attirare qualche occasionale lettrice, ma una mia metodologia di lavoro e un sentimento preminente della mia anima narrativa, che non può fare a meno di indagare in tutte le emozioni dei miei personaggi, fra i quali anche i diletti e i delitti dell’amore e della passione. Proprio come succede ne I bastioni del coraggio".

LINK UTILI
www.franco-forte.it

www.lacompagniadellamorte.it

www.librimondadori.it/web/mondadori/mediabox/sfevol



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articolo pubblicato su Lab n. 214 del 6 novembre 2010

 


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